Atlantotec

lunedì 29 dicembre 2008

Piombo Fuso



Marco Cedolin

E’ vero che non esiste mai una realtà oggettiva, ma solo tante piccole effimere realtà che mutano in funzione dell’angolazione con la quale osserviamo quello che accade intorno a noi. Lo si comprende bene di fronte all’ennesima strage di uomini, donne e bambini che Israele ha deciso di regalare al popolo palestinese per celebrare la fine dell’anno. Una strage raccontata dai media con distaccata superficialità, quasi in punta di piedi, prestando la massima attenzione a compiacere gli “alleati” di Tel Aviv. Oltre 400 persone già massacrate con l’ausilio di bombe e missili, in attesa che i carri armati israeliani invadano la striscia di Gaza per portare a termine l’operazione “Piombo Fuso” programmata da tempo con l’intento di annientare Hamas e qualunque prospettiva di resistenza palestinese.
Piombo Fuso, a solidificarsi al di sopra delle coscienze d’Occidente, per sigillare qualunque anelito di umanità possa ancora pervadere una società come la nostra che sta perdendo le ultime briciole di coerenza e scivolando in un medioevo dell’anima che trasuda vergogna.

Ci siamo prodigati per preservare la memoria dell’olocausto, ma quale dovrebbe essere lo scopo precipuo della memoria se non quello di far si che simili abomini non si ripetano mai più? Come si può indignarsi rispetto alle atrocità del passato, restando al contempo indifferenti e spesso giustificando quelle che fanno parte del nostro presente?
In Medio Oriente il genocidio continua, anno dopo anno, mese dopo mese ed ha il colore del piombo fuso che annichilisce la gente di Palestina, mentre il resto del mondo volge colpevolmente il proprio sguardo altrove. E’ un genocidio fatto di stragi travestite da operazioni militari, di omicidi mirati, di sopraffazione, di muri invalicabili, di assassini legalizzati, di omertà, della volontà di annientare un popolo insieme con il suo diritto ad esistere, le sue tradizioni e la sua dignità. Un popolo costretto a vivere dentro i campi profughi nella sua stessa terra, un popolo al quale sistematicamente Israele ruba tutto, perfino l’acqua, un popolo di ragazzini dalla gioventù negata, troppo spesso rassegnati a morire a 14 anni lanciando pietre contro un carro armato, poiché consapevoli del fatto che nessuno si prodigherà mai per farli uscire dal ghetto dove sono stati gettati con violenza prima ancora di nascere.

Dalla nostra prospettiva privilegiata di “civili” cittadini della UE che ricordano con sdegno la Shoah, ma ostentano malcelata indifferenza di fronte al martirio del popolo palestinese, la realtà ha i contorni netti del bianco e del nero. Israele è un Paese civile e democratico, costretto riversare piombo fuso sulla striscia di Gaza, come pianificato da tempo, in risposta all’improvviso lancio di razzi Kassam verso il proprio territorio. Hamas è un’organizzazione terroristica, incivile, antidemocratica bensì democraticamente eletta, unica responsabile della strage che si sta consumando.
Il bianco e il nero, quello che è giusto e quello che è sbagliato, le guerre buone e quelle cattive, la consapevolezza di manifestarci in qualità di alfieri della civiltà, depositari della verità che a Capodanno faranno esplodere i propri botti figli del baccanale consumistico - mondano, mentre a Gaza continueranno ad esplodere le bombe. Mentre il popolo palestinese continuerà a morire giorno dopo giorno, relegato dentro la sua prigione, a morire senza ricordo, senza memoria, senza un perché, senza che nulla mai possa intervenire a scalfire le nostre coscienze, inaridite come la terra dura del deserto.

lunedì 22 dicembre 2008

ARRIVA IL NATALE



Marco Cedolin

In questi giorni di metà dicembre, con i cieli plumbei solcati da nuvoloni neri che si fronteggiano con furia belluina, i corsi d'acqua in piena che borbottano minacciosi e le montagne infiocchettate di neve come mai prima d'ora in questo periodo, lo "spirito natalizio" sembra permeare ogni cosa, fino a penetrare nelle nostre anime aride d'inguaribili pessimisti.

Il Presidente degli Stati Uniti G.W. Bush, recatosi in terra d'Iraq per un saluto di commiato da porgere alla colonia in occasione della scadenza del suo mandato, ha finalmente portato alla luce quelle armi di distruzione di massa che per tanti anni hanno albergato solamente nella sua fantasia ed in quella di pochi suoi fedelissimi. Si trattava di un paio di scarpe numero 42 che sibilando sinistramente sono sfrecciate poco sopra la sua testa, senza che nessun missile patriot riuscisse preventivamente ad intercettarle. Scarpe provenienti certo dall'arsenale segreto di Saddam, che un giornalista iracheno addestratosi a lungo nei campi di Al Quaeda nell’attesa del momento propizio, gli ha lanciato contro con destrezza, apostrofandolo contemporaneamente come "cane" fra lo stupore degli astanti, provocando un certo risentimento fra tutti i quattro zampe che hanno dimostrato di non gradire affatto il paragone.

In Italia il PD di Veltroni somiglia sempre più alla vecchia Democrazia Cristiana durante il periodo di tangentopoli. Il numero degli inquisiti continua a salire ogni giorno di più e gli scandali si susseguono uno dopo l'altro senza soluzione di continuità. Veltroni, ormai drammaticamente a corto di fantasia, inveisce contro la magistratura che avrebbe preso di mira il suo partito, pronunciando le stesse frasi che Berlusconi ripete ormai da quasi 15 anni. Tutti si affannano a discutere della "questione morale", ma non si comprende bene come il ladrocinio qualora praticato all'ombra di un partito cessi di essere "furto" per trasformarsi semplicemente in un'azione moralmente discutibile.

Le elezioni in Abruzzo hanno decretato il crollo del PD, che dopo gli scandali si è manifestato molto più vicino ai penitenziari piuttosto che non agli elettori. Nonostante lo scontato successo del PDL i veri vincitori sono risultati l'astensione, che ha portato un abruzzese su due a disertare le urne e Antonio Di Pietro, al quale ormai basta fare opposizione poco e male per raccogliere a piene mani voti dal partito ombra di Veltroni che non riesce a fare neppure questo.

Silvio Berlusconi si è appropriato della filosofia Unieuro e simile ad un venditore di lavatrici e televisori esorta gli italiani ad essere ottimisti e spendere a più non posso nei regali di Natale. L'importante è sostenere i consumi, smentendo le cassandre e fugando i fantasmi della recessione. Ora che la social card di Tremonti ha risolto i problemi relativi alla spesa alimentare delle famiglie si può osare di più, va bene anche un alberello acquistato a credito o un TV al plasma preso a rate con il rimborso a partire da aprile 2009. Va bene anche l'abbonamento a SKY di "Pasquale" o un cucciolo robot che riesca a deliziare i bimbi senza sporcare in casa. Natale viene una volta l'anno ed ogni cittadino è chiamato a fare la sua parte di buon consumatore che contribuisce a far girare l'economia, senza rimuginare sul fatto che anche volendo applicarsi mancherebbero i danari, come fanno i soliti pessimisti.

Nel mondo non si vendono più auto, probabilmente perché nel corso dell'ultimo secolo se ne sono vendute troppe e molte persone hanno iniziato a prendere coscienza del fatto che il mantenimento del "parco auto" (con relative tasse, gabelle, multe e riparazioni) ha un peso insostenibile all'interno del bilancio famigliare.
Dagli Stati Uniti all'Europa tutti i magnati dell'auto che per un secolo hanno accumulato fortune miliardarie all’interno dei propri forzieri, lamentano il crollo delle vendite e domandano l'appoggio statale che li aiuti a socializzare le perdite che, a differenza di quanto accaduto con gli utili, aspirano a condividere con il resto della collettività.
In Italia proprio Walter Veltroni risulta essere in prima fila fra coloro che esortano il governo ad aiutare economicamente la Fiat, sulla falsariga di quanto sta avvenendo negli altri paesi con le industrie automobilistiche nazionali.
Esortazioni del tutto superflue dal momento che gli aiuti di fatto sono già stati stanziati, in quanto la Fiat proprio in questi giorni ha deciso che i propri stabilimenti resteranno chiusi per un mese intero, scaricando in questo modo sulla collettività (attraverso la cassa integrazione) l'onere degli stipendi dei propri dipendenti.

In Irlanda è scoppiato il caso del maiale alla diossina che ha tenuto banco per molti giorni sulle pagine dei giornali, ed anche l’ipotesi che la UE pretenda di ripetere il referendum che ha bocciato il trattato di Lisbona, probabilmente ad oltranza fino al momento in cui vinceranno i SI, ma di questo i giornali hanno parlato molto meno.
In Italia Freccia Rossa ha inaugurato l’era del TAV “taroccato” riuscendo perfino a peggiorare (chiunque avrebbe giurato che sarebbe stato impossibile) la drammatica condizione dei pendolari e dimostrando che al peggio davvero non c’è mai fine.
Negli Stati Uniti la FED ha tagliato il tasso di sconto (ora è compreso fra 0 e 0,25%) probabilmente per l’ultima volta, dal momento che a partire dalla prossima manovra le banche dovranno provvedere a pagare chi prende soldi a prestito. Sempre negli USA gli agenti immobiliari hanno iniziato a noleggiare dei pullmann per portare i propri clienti a visitare le case espropriate ai proprietari schiacciati dai debiti, e davvero lo spirito del Natale fatica a manifestarsi all’interno di questi tour ai quali i proprietari rovinati sono costretti ad assistere loro malgrado.

Ma nonostante tutto siamo ormai giunti nella settimana prenatalizia deputata allo shopping per antonomasia, in quei giorni dell’anno durante i quali anche il più cinico degli animi non può fare a meno di aprirsi verso gli altri e trasudare bontà, comprensione, amore verso il prossimo.Cammineremo fra le vie dei centri cittadini barbaglianti di luci, fra abeti che sfavillano intarsiati di lampadine, luminarie iridescenti che baluginano abbarbicate sopra le nostre teste, stelle comete, Babbi Natale e pacchetti regalo che occhieggiano in ogni dove, accattivanti, rassicuranti, a trasudare serenità e letizia, a dimostrarci che i mutamenti climatici e la crisi economica sono soltanto fantasie da disfattisti. I nostri sguardi si specchieranno dentro all’allettevole cornice delle vetrine, per inebriarsi di luci e colori, le musichette natalizie ci delizieranno riportandoci a quando eravamo bambini ed aprivamo i regali sotto l’albero con il visetto giocondo che si arrubinava tutto per l’emozione. Intorno a noi trepiderà un alluciolio così sfolgorante, gioioso, perfetto da farci sentire in colpa, noi ed il nostro inguaribile pessimismo che ci impedisce di consumare come dovremmo.

venerdì 19 dicembre 2008

NO TAV. L'anima oscura e feconda dei barbari invasi

Pubblichiamo una interessante riflessione dell'amico Claudio Ughetto.

Claudio Ughetto

Saper essere se stessi, senza cadere nella vana illusione di poterlo essere sempre nello stesso
modo – di contro ad un altro vissuto
come perpetua minaccia.
Massimo Donà
Sabato 6 dicembre 2008, sono stato a Susa con il mio cane, alla manifestazione NO TAV organizzata dal Movimento anche in ricordo di quella ben più imponente dell’8 dicembre 2005, famosa perché ha segnato la ripresa del cantiere di Venaus. C’ero anche allora: ricordo la giornata gelida, il nevischio che cadeva sulla strada, la discesa a gruppetti giù per i sentieri di partigiani verso i cantieri che erano stati occupati pacificamente dai valsusini prima che arrivassero i poliziotti a cacciarli, infierendo con una violenza vergognosa, pestando a sangue donne e anziani. Ricordo la rabbia di quella giornata: gli scudi dei celerini schierati, i ragazzi che dall’altra parte della strada inveivano come guerrieri danzanti, rinfacciandogli le violenze di quella notte. Non ci furono scontri. Grazie all’enorme senso di responsabilità dei manifestanti, e anche per la mediazione dei sindaci della valle, all’epoca massimi rappresentanti della società civile del luogo. Fu una gran giornata, esemplare per azione politica e coerente nonviolenza. Ricordo Ferrentino, sindaco di S.Antonino e portavoce dei sindaci della valle, su un furgone davanti alla folla festante: - Il cantiere è di nuovo nostro! -. E, dopo aver invitato tutti alla calma: - Abbiamo vinto. Ora si riaprono le trattative.
Ieri i sindaci non c’erano, almeno la maggior parte. Questo perché nell’ultimo anno le loro “trattative” con le istituzioni non sono piaciute a quelli del Movimento. Ci sono state sicuramente delle buone ragioni per dissentire dalle scelte dei sindaci, ma forse non abbastanza per motivare una rottura. Eravamo in tanti anche ieri, come le altre volte. Non importa quanti: se 30.000 come dicono gli organizzatori o 7000 come dice la polizia. Eravamo in tanti. È stato come le altre volte. Forse troppo come le altre volte. Mentr’ero lì mi chiedevo cosa ci stavo a fare, al di là di incontrare amici che ho ormai da 20 anni e condividere un’idea di fondo che forse si è deprivata man mano dell’Anima. C’ero, e probabilmente continuerò ad esserci anche le prossime volte, ma col ripetersi delle occasioni scorgo conferma in una mia impressione: il Movimento non sta più andando da nessuna parte, gira su se stesso con marce rituali perché con gli anni ha smarrito le istanze da cui era partito e il suo immaginario propulsivo. L’Anima. Ormai facciamo parte della cultura massmediatica: siamo gruppi abborracciati in una massa sfilante da contare in tv. Poi dipende. Secondo che ci contiamo noi o ci conta Rai 3. Gruppi assortiti di cattocomunisti, valligiani borghesi e proletari (fanno ancora colpo le signore col passeggino…) ed accentuazioni folkloriche da mettere sui calendari promozionali. Ancora qualche marcia commemorativa, poi i NO TAV finiranno come i NO GLOBAL: ormai assorbiti in “vecchi modelli policistici”1 che sono stati a loro volta annullati dagli sbarramenti elettorali.
Cos’è l’Anima? L’Anima è il luogo, è la valle. L’Anima siamo noi nella valle. L’Anima è come ci rappresentiamo questa valle, come la vogliamo: che è poi il motivo per cui ci siamo opposti prima all’autostrada Torino-Bardonecchia e adesso al TAV. L’Anima è la nostra idea di bello contro l’utile e il retoricamente produttivo. Quella malsana concezione di sviluppo che ci propinano da destra e da sinistra, con Rai 3 a pontificare sul progresso industriale che il TAV rappresenterebbe, mentre la Tyssen esplode uccidendo chi ci lavora. Per noi bello non è soltanto l’andare a Sestriere e Bardonecchia a tempo record per svaccare nelle stazioni sciistiche in nome del PIL, dimostrando che si può spendere nonostante la recessione. Non è soltanto il paesaggio. È vivere nel paesaggio, sentire di farne parte. La valle non è nostra, ma ne facciamo parte. Qui sta la differenza. Non la consideriamo una baldracca da percorrere in andata e ritorno. L’amiamo nei suoi squarci di luce ma anche nelle oscurità gelide. La rispettiamo, consapevoli che per sopravvivere qualche torto dobbiamo (e dovremo) pur farglielo. Come quando si uccideva un animale, sapendo che era necessario per cibarsene, ma rispettandone la sacralità. Questo, quelli di Rai 3, la Bresso e Chiamparino, coloro che ci vedono come dei potenziali terroristi non possono capirlo. Per loro l’autostrada era uno strumento per velocizzare il trasporto su gomma. Ora che la gomma non la vuole più nessuno, bisogna passare al treno. L’autostrada? Bé… vuoi mettere l’andare a sciare in meno di un’ora… E la neve? Quest’anno ce n’è, ma negli anni scorsi ha scarseggiato… Ah, la neve… Chissenefrega! La spariamo coi cannoni, la neve, se non c’è! E se proprio non c’è, la neve, con l’autostrada a sciare ci vai in Francia.
Anche noi NO TAV rientriamo in questa logica, quando stiamo al gioco di farci contare su Rai 3. Quando insceniamo i medesimi riti, proponiamo i medesimi slogan. Quando ci perdiamo in pastoie politichesi. Quando scadiamo nella coazione a ripetere. Quando ci dimentichiamo di riconoscere che non stiamo soltanto lottando contro un treno, ma contro una concezione di sfruttamento e di de-sacralizzazione della valle che non condividiamo. Quando dimentichiamo che, nella Storia, in troppi hanno stuprato la Valle di Susa per i loro beceri fini, mentre chi ci viveva ha tribolato le pene dell’inferno continuando umilmente a rispettarla.
Un po’ di tempo fa un mio amico, d’idee molto diverse dalle mie, faceva delle interessanti osservazioni sul movimento NO TAV, mettendone in luce quello che considerava l’aspetto dolciniano. Secondo lui, proprio come gli eretici di Fra Dolcino, i NO TAV sarebbero dei fanatici di fondo, mossi da un ardore misticheggiante e apocalittico. Di qui il pericolo di una deriva Sangue e Suolo che alcuni esponenti liberali, transpolitici e transnazionali, vedono nel Movimento e implicitamente in buona parte della popolazione valsusina. Prima di indignarsi e respingere l’analisi, bisogna però avere il coraggio di pensare contro se stessi e chiedersi se in essa non ci sia un fondo di verità. Un ipotetico gruppo SI TAV può avere posto nella Valle di Susa? Forse. Di sicuro ci vuole del coraggio a fondarlo. Ho degli amici che vogliono il TAV, li rispetto, ci vado persino d’accordo se non se ne parla, ma è sempre il gruppo a decidere. In & Out. La recente scissione del Movimento rispetto alle decisioni dei sindaci, più disposti al “dialogo”, dà da pensare. Quindi pensiamoci. Sebbene vada riconosciuto che in passato il Movimento ha dato prova di un esercizio di pluralismo e di democrazia partecipata che i governi, il Pd e il Pdl, possono sognarselo. In quanto movimento popolare, i NO TAV hanno dimostrato che, per una causa comune, anime politiche diversissime possono infischiarsene delle appartenenze. I NO TAV avranno pure un lato oscuro, dolciniano. Saranno pure dei barbari, ma sono dei barbari invasi. Invasi da una cultura sviluppista che non rispetta la valle, quindi neppure i suoi abitanti. I NO TAV spaventano perché per lungo tempo hanno pensato diversamente, fuori dalle logiche prestabilite del profitto e della politica economicista. I NO TAV non sono solo consumatori, e chi non consuma soltanto spaventa: perché non serve alle elezioni, non ha nulla da richiedere se non il rispetto della vivibilità. I NO TAV amano e rispettano la valle, ma non per questo rischiano la deriva Sangue e Suolo che gli amanti della politica asettica paventano. Abbiamo i nostri lati oscuri, come la valle. Forse pensiamo addirittura che la valle sia “sacra”, e in questo non c’è nulla di sbagliato. Ci sono notti dei miei vent’anni che ricordo con entusiasmo: accovacciato nei boschi con gli amici a vedere i cervi contro il cielo stellato, sentendoli bramire nel totale silenzio. Ricordo escursioni in mountain-bike nel Gran Bosco, vagabondaggi con gli sci da fondo a meno 18 gradi, scarpinate su per il Gravio fino alla Cristalliera o il Villano. Ricordo i mufloni sul Pelvo, i rospi impazziti sotto la pioggia. Per me la valle ha un’Anima. Non mi vergogno dell’immaginario poetico che mi lega ad essa. È per questo che mi oppongo al TAV, e anche a un’idea di sviluppo che ha fatto il suo tempo salvo che per i politici di professione. Quelli che non hanno mai sentito l’odore di un bosco, ma riconoscono bene quello dei soldi. Penso sia l’Anima a far scaturire l’immaginario e il senso del bello, insieme a un’idea di “mondo possibile” che il movimento NO TAV rischia di perdere con l’andare del tempo.
Ben vengano le marce e le commemorazioni, ma non bastano. Non stiamo combattendo contro un treno, non soltanto. Parole come ecologia, decrescita e glocalismo, democrazia partecipata, comunitarismo (aperto e pluralista, all’interno di contesti multiculturali) dovrebbero sorreggere un’idea di “mondo possibile” che si oppone ad ogni uniformità, compresa quella dei numeri in tv. Perché l’Anima è nella valle e nel mondo, e tutti gli uomini, di qualsiasi etnia o provenienza, devono potersi rispecchiare in quest’opportunità. Invece queste parole erano appena accennate all’inizio, come opportunità, e adesso sono scomparse: spazzate via da slogan e proclami su Internet, tanta rabbia e poca propositività. Salvo poi contarci alle marce. Ho visto tante bandiere NO TAV il 6 dicembre. Tante bandiere rosse, sigle sindacali, vessilli d’associazioni e un furgone chiassoso che in questi casi non manca mai. C’era l’immancabile icona guevariana. Ho portato a casa tanti giornali e volantini nel cui titolo furoreggiavano parole come Comunista, Falce Martello e Bandiera rossa. Non ho niente contro il comunismo, ma è come se quei fogli rispecchiassero l’eterna presenza di fantasmi che permangono in valle dagli anni 70. Vedo posizioni, rivendicazioni. Niente idee, proposte, modelli alternativi di vita…
Abbiamo parecchi lati oscuri, tra i quali quello vetero e quello barbaro. Io preferisco il secondo, perché è dai barbari che è arrivata la nuova civiltà quand’è implosa quella vecchia. Dal loro “essere- non essendo, quasi apparisse loro evidente che nessuna strenua difesa della propria astratta identità avrebbe consentito un qualche sviluppo positivo”2.



1 Traggo da NO-GLOBAL. Tra rivolta e retorica, di Vittorio Giacopini (Elèuthera, 2002), illuminante punto di vista libertario sulla dissoluzione di quel movimento. Per approfondimenti, rimando alla mia recensione su Diorama 257, gennaio-febbraio 2003.
2 Massimo Donà, Arte e Filosofia, Bompiani, Milano 2007. L’autore fa riferimento ai barbari che misero fine alla classicità dell’Impero Romano con la graduale invasione. Uso il paragone per parlare, invece, di barbari invasi, coloro che dovrebbero essere maggiormente pronti ad uscire dai canoni prevedibili dell’ideologia sviluppista, economicista e nemica di una diversa concezione della “qualità della vita”.

martedì 16 dicembre 2008

FRECCIA ROSSA MA SOLO DI VERGOGNA



Marco Cedolin

La bufala del TAV italiano, costruita con grande enfasi attraverso le grancasse dell'informazione, è durata lo spazio di una giornata. Una giornata durante la quale giornali e TV, coadiuvati dall'a.d. delle Ferrovie di Stato Mauro Moretti e da molti esponenti politici rigorosamente bipartisan, hanno pomposamente annunciato la nascita dell'alta velocità italiana e l'inaugurazione del nuovo treno "Freccia Rossa", corredando il tutto con una lunga sequela di dati falsi ed esternazioni ad effetto assolutamente disancorate dalla realtà.

Il nuovo TAV con la sua rossa livrea che lo rendeva simile ad una strenna natalizia, è così entrato nelle case degli italiani attraverso gli schermi dei TG, mentre il giornalista di turno vantava le mirabolanti qualità dell'alta velocità che "finalmente" consentiranno al nostro Paese di entrare a far parte del gotha dei supetreni, insieme a Francia, Spagna e Germania. La macchina da presa spaziava sugli eleganti interni delle carrozze, strapiene di politici e uomini d'affari tutti eleganti ed entusiasti, per poi zoommare immancabilmente su un tachimetro con la lancetta immobile a segnare 300 km/h. A questo punto il giornalista, entrato in una sorta di trance mistica, iniziava a dare il meglio di sé, sciorinando suggestioni tanto fascinose quanto improbabili. Secondo le parole di alcuni TG con la nuova alta velocità appena inaugurata si potrà andare da Milano a Roma in poco più di 3 ore, secondo altri il tempo sarebbe di 3 ore e mezza. Alcuni giornalisti hanno vantato la capacità del TAV di competere con il trasporto aereo, altri con quello automobilistico, tutti hanno parlato di una rivoluzione epocale nell'ambito dei trasporti. Il TG5 si è sbilanciato fino al punto di affermare che l'alta velocità italiana sarebbe costata solamente 7 miliardi di euro.

La bufala di "Freccia Rossa" è riuscita però ad albergare solamente fra i video e le pagine dei servizi sponsor e l'illusione è durata molto meno di quanto generalmente non accada alle altre strenne natalizie. Il TAV di rosso vestito non è infatti in grado di collegare Milano e Roma ad alta velocità, dal momento che per la maggior parte del proprio percorso (da Bologna a Roma) l'infrastruttura esistente lo costringe a viaggiare alla stessa velocità di un normale Eurostar. In conseguenza di ciò il tempo di percorrenza risulta essere di 4 ore (3.59 recita l’orario delle Ferrovie con studiata malizia che ricorda da vicino le offerte promozionali degli ipermercati), molto simile a quello che 10 anni fa e decine di miliardi di euro fa, sulla stessa tratta spuntava il mitico Pendolino. Come se non bastasse, solamente le prime 2 corse inaugurali, quelle affollate di politici e vip di varia estrazione, sono riuscite ad arrivare in orario, mentre tutte quelle successive hanno accumulato ritardi rilevanti, in alcuni casi addirittura superiori ai 30 minuti che non hanno mancato di fare rimpiangere il servizio esistente negli anni 90.

A concludere la frittata ci hanno pensato i vertici delle Ferrovie che nel maldestro tentativo di privilegiare "Freccia Rossa" nella gestione del traffico ferroviario, sono venuti meno agli accordi presi con la Regione Lombardia, mandando in tilt l'intero servizio regionale per i pendolari. Treni soppressi ed una sequela di ritardi mai sperimentata in precedenza hanno così provocato l'ira non solo dei comitati di pendolari, ma perfino del presidente lombardo Formigoni e dell'assessore alla mobilità Cattaneo che si sono dichiarati pronti a "fermare l'alta velocità" se le Ferrovie non risolveranno immediatamente il problema.

"Freccia Rossa" fino ad oggi dunque solo di vergogna, fra millantato credito ed operazioni di marketing prive di costrutto. L'alta velocità italiana, la cui costruzione, prendano nota i distratti giornalisti del TG5, è già costata svariate decine di miliardi di euro di denaro pubblico, ed altre decine ne costerà prima che venga terminata, continua a restare una fantasia relegata ai tabelloni degli orari ferroviari e riscontrabile solamente nelle tariffe dei biglietti. Moretti dopo avere per anni affermato che il TAV competerà con l'aereo oggi asserisce (forse temendo d'incorrere nell'ira degli amici del neonato CAI) di volere fare concorrenza alle auto, ma l'unico termine di paragone per la bufala di "Freccia Rossa" continua a rimanere il Pendolino, dal quale lo separano molti, troppi miliardi sottratti ai contribuenti italiani e pochissimi minuti rubati al tabellino di marcia, quando non c'è ritardo.

lunedì 1 dicembre 2008

LA FEBBRE DEL CONSUMO

Marco Cedolin

A Valley Stream, un sobborgo di New York è accaduto qualcosa che nella sua drammaticità rappresenta per molti versi la sublimazione del consumo per il consumo, così come lo vorrebbero i “timonieri” che ci governano attraverso esortazioni a consumare sempre di più, comunque di più, anche se per farlo saremo costretti ad indebitarci sempre più, fino al momento in cui le banche ci porteranno via la casa e la macchina insieme agli oggetti dei nostri acquisti e all’ottimismo che ci aveva indotto ad acquistare bulimicamente.
A Valley Stream lo scorso venerdì, quello che segue il giorno del Ringraziamento e tradizionalmente viene chiamato “Black friday” (in quanto inaugura il periodo degli acquisti natalizi e porta le casse dei commercianti ad uscire dal rosso) l’orgia del consumo, favorita anche dai fortissimi sconti praticati per attirare la clientela in un momento di crisi, ha raggiunto livelli mai sperimentati prima neppure negli Stati Uniti.

Venerdì alle 4,55 del mattino, quando la notte era ancora fonda ed in cielo tremolavano le stelle, circa 2000 persone si sono ritrovate assiepate dinanzi all’ingresso di un ipermercato della catena Wal – Mart, che proprio alle 5 del mattino avrebbe aperto le proprie porte sull’universo degli acquisti, fatto di schermi al plasma, forni microonde, macchine fotografiche digitali, cellulari all’ultimo grido, console per videogiochi, piumini imbottiti, robot da cucina e mirabilie di ogni genere. Molte di loro, per guadagnare le prime posizioni, si erano messe in fila già il giorno prima ed erano all’addiaccio nel parcheggio dell’ipermercato da 24 ore.
Quando ormai non mancavano che pochi minuti all’apertura, quasi fosse caduta preda di una sorta di fervore mistico, sconosciuto perfino a chi, come Berlusconi e Unieuro si dice pronto a giurare sull’onnipotenza dell’ottimismo, la folla ha iniziato a premere, sfondando i cancelli ancora chiusi e travolgendo qualunque cosa si frapponesse sul suo cammino. Ne ha fatto le spese Jdimypai Damour, impiegato temporaneo di 34 anni originario della Giamaica, travolto ed ucciso dalla folla che gli è letteralmente “passata sopra”, mentre sono rimaste ferite anche alcune persone scivolate a terra nella calca, fra le quali una donna incinta di 8 mesi.
Secondo le numerose testimonianze i “consumatori” non si sono minimamente curati dell’inserviente da loro stessi ammazzato e senza farsi alcuno scrupolo hanno perfino ostacolato i suoi colleghi che tentavano di soccorrerlo, interessati unicamente a razziare i prodotti sugli scaffali prima che gli stessi rischiassero di andare esauriti. Anche dopo l’arrivo dell’ambulanza e della polizia, il flusso dei clienti è continuato come se nulla fosse accaduto ed il rito degli acquisti natalizi è andato avanti per tutta la giornata rimpinguando le tasche di Wal – Mart.

Pur senza cadere nella retorica e nel facile moralismo, eccessi di follia come quello di Valley Stream, le cui dinamiche (fortunatamente non le conseguenze) ricalcano episodi accaduti anche in Italia, basti pensare agli incidenti al centro commerciale Panorama di San Mauro Torinese negli anni 90, inducono a riflettere su quanto in profondità l’imperativo del consumo per il consumo abbia ormai penetrato la nostra società, trasformandoci in individui disumanizzati che ambiscono unicamente ad interpretare il ruolo di tubi digerenti della produzione industriale. Merci che per un sempre crescente numero di persone rappresentano ormai un vero e proprio surrogato dei sentimenti e delle emozioni, un rifugio sicuro all’interno del quale esorcizzare la mancanza di punti di riferimento esistenziali, la superficialità dei contatti umani, il vuoto assoluto di un viversi in modo esclusivamente materialistico, l’incapacità di trovare un senso all’interno di vite che non riescono a correre in profondità. Oggetti di consumo che diventano il terminale delle emozioni, dei sentimenti, dei sacrifici, delle attenzioni. Compagni fedeli che una volta “posseduti” non tradiranno mai, accettando di buon grado l’individuo con tutte le sue contraddizioni.

Trascorrere un’intera giornata festiva e affrontare il freddo della notte, accampati nel posteggio di un centro commerciale, per essere sicuri di non mancare l’acquisto del lettore dvd a metà prezzo o del frigorifero digitale super scontato, rappresenta senza dubbio una manifestazione di follia. Così come è folle l’atteggiamento di migliaia di persone che a notte fonda invadono le corsie di un ipermercato, preoccupandosi unicamente dei propri acquisti scontati, ignorando l’uomo da loro stessi ucciso pochi minuti prima che ancora giace steso per terra.
Ma tanta follia, esacerbata all’interno di episodi surreali come quello di Valley Stream, trova il proprio humus in una società come quella Occidentale all’interno della quale la valenza dell’essere umano viene misurata esclusivamente in virtù delle sue potenzialità di consumatore. Dove chi non consuma a sufficienza non è un buon cittadino, dove l’esibizione degli acquisti superflui equivale all’affermazione del proprio status quo, dove occorre essere ottimisti anche quando si comprende che nel giro di pochi mesi ci si ritroverà a vivere in mezzo ad una strada, dove l’indice del PIL è diventato l’unico valore che conti, dove preservare gli incassi delle grandi catene di distribuzione durante il periodo natalizio è una questione di vita o di morte, dove facendo un lavoro interinale si può morire nel mezzo della notte, schiacciati dalla ressa che alle 5 del mattino sta invadendo le corsie alla ricerca del regalo di Natale a prezzo di sconto.