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venerdì 30 ottobre 2009

IL TRATTATO DI LISBONA ESTORCE L'ULTIMO SI


Marco Cedolin
Il Trattato di Lisbona, creato per sostituire il precedente progetto di Costituzione Europea affossato nel 2005 dai no dei referendum francese ed olandese, già da tempo ratificato dal parlamento italiano
all’unanimità, sembra essere ormai in dirittura d’arrivo. Dopo un percorso assai tortuoso che pareva essersi spezzato inesorabilmente nel giugno dello scorso anno, quando il referendum in Irlanda decretò una secca bocciatura del documento, la protervia e la tenacia messa in mostra dai grandi poteri finanziari ed economici che governano l’Europa, sembra essere riuscita ad avere ragione anche degli ultimi aneliti di scetticismo.

A seguito di tutta una serie di forzature che fotografano appieno la qualità dello spirito democratico che animerà la nuova Europa, il referendum irlandese è stato ripetuto una seconda volta lo scorso 2 ottobre, riuscendo in questo caso a spuntare un sofferto si, dopo una campagna elettorale ossessiva e infarcita di mistificazioni in favore dell’approvazione del Trattato, portata avanti sfruttando l’argomento della crisi economica.
Il 10 ottobre è stata la volta della ratifica da parte del Presidente polacco Lech Kaczynski, le cui perplessità sono state “addomesticate” con estremo vigore dal Presidente della Commissione Europea Barroso e dal Premier svedese Fredrick Reinfeldt, Presidente di turno dell’Unione, entrambi presenti alla cerimonia.
Ieri i leader della UE hanno accolto unanimemente la deroga richiesta dalla Repubblica ceca, unico paese a non avere ancora sottoscritto il Trattato, aprendo la strada alla ratifica da parte del Presidente Vaclav Klaus, dopo che il prossimo 3 novembre la Corte Costituzionale, si sarà pronunciata sulla legittimità del Trattato di Lisbona rispetto all'ordinamento ceco. A questo riguardo va sottolineato come le pressioni da parte della UE nei confronti di Klaus, notoriamente scettico nei confronti di questo modello di Europa, siano state fortissime, spaziando dagli ammonimenti concernenti i costi determinati dai ritardi nella ratifica, per giungere alle vere e proprie minacce neppure troppo velate.

Caduto (o meglio fatto cadere a forza) anche l’ultimo ostacolo sembra dunque ormai spianata la strada per la nuova Europa, lastricata di falsi buoni propositi ma in realtà caratterizzata dal progressivo regresso delle conquiste sociali che i suoi cittadini avevano conquistato nel corso della seconda metà del novecento. Un'Europa sempre più schiava delle Corporation, delle banche, delle grandi multinazionali, all’interno della quale perderà sempre più importanza il valore dell'individuo, deprivato dei propri diritti ed immolato sull'altare della competitività, del mercato e della concorrenza.
Un'Europa sempre più privatizzata, succube della competizione sfrenata, probabilmente più omogenea solamente perché appiattita su un livello di qualità della vita decisamente più basso rispetto a quello di oggi.

giovedì 29 ottobre 2009

MORETTI IL CANTASTORIE


Marco Cedolin
Con una puntualità purtroppo non riscontrabile nel servizio ferroviario italiano, l’AD delle Ferrovie di Stato Mauro Moretti, ama prodursi nell’ormai consueta lettura del suo "libro delle favole", raccontando storielle di fantasia che regolarmente vengono riprese dai quotidiani e dalla TV e spacciate ai cittadini italiani sotto forma di verità ufficiale e incontrovertibile.
L’occasione questa volta è stata offerta dall’ufficializzazione del nuovo orario ferroviario 2010 di Trenitalia che entrerà in vigore il 13 dicembre, mentre la serie delle menzogne dispensate a profusione comprende sia quelle classiche, ormai un poco datate, sia alcune novità particolarmente gustose.

Quelle classiche iniziano con l’affermazione totalmente falsa secondo la quale a dicembre risulterebbe completato tutto il sistema ad alta velocità Torino – Milano – Roma – Napoli, mentre in realtà alcuni nodi cittadini non risultano affatto terminati ed i lavori per la costruzione di quello di Firenze, con relativo sottoattraversamento della città destinati a protrarsi per almeno 7 anni, non sono ancora neppure iniziati.
Per poi concentrarsi sostanzialmente intorno alla prossima inaugurazione della tratta Bologna - Firenze, quella relativa al recente processo concernente la devastazione ambientale compiuta nella costruzione del TAV nel Mugello. Si tratta di 79 km, di cui 73 costituiti da gallerie monotubo prive della seconda canna di soccorso, che avrebbero dovuto essere terminati entro il 2003 al costo di 5810 miliardi di lire, mentre entreranno in servizio con 6 anni di ritardo dopo essere costati oltre 4,8 miliardi di euro.

Tale inaugurazione dovrebbe determinare, stando alle parole di Moretti, una drastica riduzione dei tempi di percorrenza che i quotidiani riassumono trionfalmente pressappoco in questi termini:
Roma-Milano in tre ore, Milano-Napoli e Torino-Roma in 4 ore e 10 minuti, Bologna-Firenze in 37 minuti.
Vale la pena di sottolineare a questo riguardo come il presupposto per ottenere tempi di questo genere, sia costituito dal far viaggiare i convogli a velocità nell’ordine dei 300 km/h lungo gli interi 73 km di gallerie monotubo, mettendo a gravissimo rischio l’incolumità dei viaggiatori. Così come occorre evidenziare il fatto che i convogli in grado di spuntare tempi nell’ordine di quelli indicati potranno farlo soltanto senza compiere alcuna fermata, diventando pertanto inutilizzabili per i cittadini di Milano, Firenze, Bologna e Roma, a seconda dei casi.
Ad esempio nella tratta Milano – Napoli ben 50 minuti di tempo verranno risparmiati non in virtù della folle corsa a 300km/h nelle gallerie monotubo, bensì attraverso la soppressione delle fermate di Bologna, Firenze e Roma. La stessa cosa accadrà nella tratta Torino – Roma e Milano – Roma, dove le “cifre record” fornite saranno determinate in larga parte proprio dalla mancanza di fermate intermedie.
Non occorre l’ausilio di troppa fantasia per comprendere come gli orari presentati da Moretti costituiscano una mistificazione, finalizzata unicamente a poter fornire tempi di percorrenza che possano stupire l’opinione pubblica e giustificare in qualche misura i miliardari di denaro pubblico spesi per costruire il sistema TAV. Fare viaggiare convogli ferroviari che non si fermino in città come Roma, Milano, Firenze e Bologna, risulta infatti un esercizio privo di qualsiasi logica commerciale e di servizio per i viaggiatori, volto esclusivamente ad ottenere numeri ad effetto.

Le novità riguardano invece la nuova vocazione “verde” che Moretti si sente di attribuire all’alta velocità, arrivando ad affermare:
“Il completamento di tutto il sistema Alta Velocità Torino-Milano-Roma, aumentando la capacità concorrenziale del treno nei confronti dell'aereo, farà pendere ancor di più la bilancia ecologica a favore delle ferrovie. Nel 2008, grazie al trasferimento di quote di mercato dalla strada alla rotaia, nell'aria sono state riversate 27 mila tonnellate in meno di anidride carbonica. L'anno scorso, ogni giorno, 100 mila pendolari in più rispetto al 2007 hanno scelto di spostarsi con i treni locali: il che significa l'equivalente di 65 mila viaggi al giorno in auto. Sul fronte del risparmio energetico, il treno consuma il 91% in meno dell'aereo, il 77% in meno dei camion e il 68% in meno dell'auto; abbattendo in misura drastica i valori delle polveri sottili, incide solo in minima parte sul riscaldamento del pianeta. Tutti questi dati, dal 13 dicembre, saranno evidenziati - oltre a quelli di viaggio - sui biglietti ferroviari, ogni passeggero saprà con esattezza quante emissioni in CO2 avrà risparmiato all'ambiente scegliendo il treno. L'energia risparmiata sarà poi convertita in punti verdi, con premi in biglietti gratuiti, sconti e cambi di classe.”

Belle parole quelle dell’ad delle Ferrovie (ammesso che i dati relativi al trasferimento delle quote di mercato strada/rotaia siano reali) ma si tratta di considerazioni che possono valere solo ed esclusivamente per i convogli tradizionali che si muovono sulle linee ferroviarie tradizionali.
L’alta velocità rappresenta invece un mondo a parte, fatto da infrastrutture energivore, estremamente impattanti ed inquinanti costruite ex novo, che portano gli impatti, i consumi e le emissioni inquinanti del servizio TAV a superare nettamente quelle degli altri mezzi di trasporto.
Anziché il biglietto verde contenente i dati del risparmio ecologico, che Moretti intende allegare (inutile spreco di carta che denota la sua scarsa sensibilità in tema di ecologia) a quello tradizionale, a beneficio dei viaggiatori che usufriranno dell’alta velocità, consigliamo di scegliere un biglietto rosso Ferrari più in tono con la tinta del convoglio, con sopra scritto semplicemente più consumo di risorse, più consumo energetico, più emissioni di CO2, più inquinamento ambientale. Per quanto riguarda la conversione dei punti rossi così ottenuti, lasciamo alla fantasia di Moretti la massima libertà di scelta, fra il migliore sistema per inquinare e la peggiore destinazione per dissipare il denaro dei contribuenti.

mercoledì 28 ottobre 2009

LA CRESCITA VERNICIATA DI VERDE


Marco Cedolin
L’importanza del business ecologico, quale fonte di facile profitto e altrettanto facile costruzione di popolarità politica, continua a diventare ogni giorno più evidente. Lo hanno compreso perfettamente i grandi e piccoli leader politici, impegnati ormai da qualche tempo a dipingere di un’improbabile tinta verde i propri programmi elettorali e le proprie azioni, pur continuando senza posa nella sistematica devastazione dell’ambiente. Così come lo hanno capito le grandi industrie ed i grandi gruppi legati all’energia che pur portando avanti politiche ambientalmente criminali, vengono rappresentati dai giornalisti e pubblicitari al proprio servizio, in TV e sulla carta stampata, sotto forma di aziende interessate in primo luogo alla tutela dell’ambiente e della salute dei cittadini.

Proprio il comparto dell’energia e quello dei trasporti, intimamente legati fra loro, sono risultati essere fra i più sensibili al canto delle “sirene ambientaliste”, arrivando a produrre ossimori e cortocircuiti logici di ogni sorta. Questo poiché i dogmi della crescita e dello sviluppo impongono il consumo di quantità sempre crescenti di energia e solamente attraverso l’illusione che tale energia possa venire prodotta in quantità pressoché illimitata e con scarse ricadute in termini d’inquinamento ambientale, si riuscirà a veicolare nell’immaginario collettivo il convincimento che sia possibile continuare a procedere all’infinito sulla strada intrapresa.

All’interno di questa scuola di pensiero sono molti i casi di mistificazioni macroscopiche, attraverso le quali si è inteso creare patenti di “sostenibilità ecologica” nei confronti di strumenti che risultano privi di qualunque presupposto volto a meritarle. Basti pensare ai forni inceneritori a recupero energetico spacciati come un metodo “pulito” attraverso il quale produrre energia tramite i rifiuti, nonostante risultino essere strumenti di morte tanto dannosi per la salute quanto insostenibili dal punto di vista economico. Alle centrali nucleari, ai treni ad alta velocità, alle centrali a carbone "pulito" ed a quelle turbogas. Tutte tecnologie altamente impattanti, presentate come la nuova frontiera dell’ambientalismo, dopo essere state ricoperte di una mano di vernice verde.

Nonostante l’opera di tinteggiatura e la ridda di mistificazioni messe in atto, continua però a risultare evidente l’assoluta inadeguatezza degli strumenti esistenti, nel garantire la progressiva crescita delle risorse energetiche a disposizione nei decenni futuri, anche a fronte del possibile esaurimento dei giacimenti petroliferi. Ecco allora fuoriuscire come d’incanto dal cilindro del prestigiatore tutta una serie di progetti più o meno fantascientifici, più o meno realizzabili, più o meno aderenti alla realtà, che infarciscono le pagine dell’informazione, promettendo al lettore per il prossimo futuro energia a iosa, pulitissima ed eterna.
Dal momento che ai tinteggiatori del futuro la fantasia non manca, l’elenco si manifesta lungo ed assai variegato e spazia dalla centrale eolica (grande quanto il Galles) da posizionare nel deserto del Sahara, che al modico costo di 50 miliardi di euro sarebbe in grado d’illuminare l’intera Europa, alla città Ziggurat in grado di ospitare un milione di persone all’interno di soli 2,3 chilometri quadrati, alle navi robotizzate che dovrebbero risolvere il problema del riscaldamento globale attraverso l’irrorazione delle nuvole con acqua marina, fino a giungere al progetto del "traffico rinnovabile" prodotto dalla società israeliana Innowattech.

Quest’ultimo, consistente nell’impiego di generatori piezoelettrici che affogati nell’asfalto delle autostrade sfrutterebbero l’energia meccanica determinata dal passaggio delle automobili e dei mezzi pesanti, producendo in questo modo energia elettrica, merita un’attenzione particolare.
I dati diffusi dalla stessa Innowattech, relativi alla possibilità di produrre, quando c’è gran traffico, circa 100 kW all’ora per ogni km di corsia autostradale, non significano infatti nulla, non potendo essere letti in funzione del costo al km dell’impianto e dei dati relativi al carico economico determinato dalla manutenzione ed alla frequenza della stessa, che al momento risultano sconosciuti. Ma la natura del progetto sembra calzare davvero a pennello per i sogni di tutti coloro che sono impegnati a dipingere di verde la macchina della crescita e potrebbero “finalmente” costruire dappertutto autostrade e tangenziali a 6, 8 o 12 corsie, sulle quali far correre milioni di autovetture e mezzi pesanti, raccontando che lo stanno facendo unicamente per il bene dell’ambiente. Proprio l’equilibrio ambientale dovrebbe infatti trarre enormi benefici, insieme all’economia, dalla produzione di così tanta “energia pulita” che scorreva dinanzi ai nostri occhi senza che ce ne fossimo mai accorti, impegnati com’eravamo ad osservare unicamente il mare di petrolio necessario a muovere quegli stessi milioni di autoveicoli. Un mare di petrolio senza il quale però i generatori piezoelettrici della Innowattech non potrebbero accendere neppure una lampadina, facendo si che scrostata la mano di vernice si finisca per ritornare al punto di partenza, laddove giace senza vita e senza senso il mito defunto della crescita infinita.L’unica strada praticabile ha una sola corsia ed è anche a senso unico: ridurre la movimentazione schizofrenica delle merci e delle persone ed adottare sempre più massicciamente la filosofia del km zero, l’unica che permetta di accendere sempre e comunque la lampadina del buon senso.

martedì 27 ottobre 2009

EZIO MAURO PREMIATO DAL PADRONE


Marco Cedolin
La notizia è stata battuta esattamente in questi termini:
WASHINGTON - Il direttore di Repubblica, Ezio Mauro, ha ricevuto dalla Harvard Kennedy School e dalla Nieman Foundation for Journalism at Harvard un encomio per il ruolo svolto dal quotidiano "in un momento di grave pericolo per la liberta' di stampa in Italia'' si legge nella motivazione.

E la sua lettura suscita più di una perplessità fra chi si trova da alcuni mesi di fronte ad una delle peggiori stagioni del giornalismo italiano. Un giornalismo che spudoratamente e senza l’ausilio di alcun senso della misura ha sdoganato gossip e voyeurismo, trasportandoli dai rotocalchi in cui risiedevano abitualmente fin sulle prime pagine dei grandi quotidiani, al solo scopo di usarli come “armi non convenzionali” nell’arena dello scontro politico.

Ezio Mauro ed il giornale da lui diretto sono stati sicuramente i più grandi artefici (anche se non i soli) di questa nuova stagione di giornalismo “avvelenato”, all’interno della quale le paparazzate e le storie di escort e transessuali, riguardanti la vita privata degli uomini politici, hanno sostituito le critiche e gli attacchi che normalmente venivano portate entrando nel merito dell’attività politica degli stessi. Con la conseguenza di svilire ulteriormente il già non eccelso livello dell’informazione italiana, importando un modello “anglosassone” completamente avulso dal contesto del nostro paese. Una stagione che dopo i tanto veementi quanto infruttuosi attacchi nei confronti di Berlusconi, ha proprio in questi giorni prodotto la prima vittima illustre, sotto forma del presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo, letteralmente “cancellato” dalla scena politica, non a causa del suo assai discutibile operato nell’amministrare la cosa pubblica, bensì in virtù di una torbida storia privata, condita da rapporti extraconiugali con transessuali, ricatti e visite in auto blu ai consessi carnali.

Se l’encomio assegnato ad Ezio Mauro non può stupirci più di tanto, alla luce dell’abnegazione con cui ha lavorato e lavora nel tentativo di appiattire il giornalismo italiano sul modello di quello statunitense, a stupire sono invece le motivazioni addotte per giustificare l’encomio stesso e la natura del ruolo (giudicato meritevole) svolto da Repubblica nell’ambito di quello che gli statunitensi definiscono “un momento di grave pericolo per la liberta' di stampa in Italia”.
Se infatti è difficile credere che un qualcosa mai esistito salvo rare eccezioni, come la libertà di stampa in Italia, possa risultare oggi in grave pericolo, resta ancora più difficile identificare nell’operato di Ezio Mauro, imperniato su gossip e voyeurismo, un’azione salvifica volta a recuperare la perduta libertà. Basta infatti sfogliare anche distrattamente le pagine di Repubblica, per rendersi conto che all’interno del giornale, per quanto la si cerchi, non vi è taccia alcuna di un pur minimo anelito di libertà.
Lo stesso discorso vale naturalmente anche per gli altri quotidiani italiani, i cui direttori non sono però ancora stati insigniti di alcuna onorificenza da parte dei mecenati statunitensi. Coraggio, non vi avvilite, qualche intervista in più ad escort e transessuali, qualche scoop piccante concernente la vita sessuale di un politico che conta, magari una lista di domande da pubblicare ogni giorno per qualche mese e vedrete che prima o poi arriverà anche il vostro turno.

venerdì 23 ottobre 2009

COSTRUIRE LA DECRESCITA


Marco Cedolin
Tratto da "Grandi Opere"



Una delle maggiori critiche che vengono sistematicamente rivolte alla decrescita è quella di rappresentare un’alternativa troppo estrema rispetto al modello di sviluppo attuale basato sulla crescita, che risulterà per forza di cose inapplicabile in quanto intrisa di utopia.

In realtà basta leggere la storia per rendersi conto che le società basate sui criteri che fanno parte della filosofia della decrescita hanno caratterizzato buona parte del vissuto dell’umanità ed è proprio il modello sviluppista ad avere rappresentato da poco più di un secolo un’alternativa tanto estrema quanto inapplicabile nel lungo periodo. Tutte le società antiche erano profondamente consapevoli di quanto fosse importante tenere nella massima considerazione gli equilibri naturali e creare un rapporto armonico con l’ambiente. Per migliaia di anni fino al XVIII secolo ed anche oltre l’attività contadina si è svolta applicando la riproduzione durevole, volta a garantire la ricostituzione delle risorse naturali che venivano sfruttate per il mantenimento. Gli alberi abbattuti per costruire case e navi venivano sistematicamente ripiantati, perché anche in futuro fosse possibile costruire altre case ed altre navi, contrariamente a quanto avvenuto nel XX secolo quando l’inseguimento della crescita economica ha determinato il dimezzamento della superficie boscosa della terra, passata in soli 100 anni da 5 a 2,9 miliardi di ettari.
Alain de Benoist ci fa notare a questo proposito come in un solo secolo, per sostenere lo sviluppo, l’uomo abbia consumato buona parte delle scorte che la natura aveva impiegato 300 milioni di anni a costruire, senza essersi minimamente premurato di garantirne la rigenerazione per il futuro.
Tutte le culture antiche rifuggivano lo spreco, considerandolo in molti casi un peccato che metteva a repentaglio la sopravvivenza. La sobrietà, la reciprocità e gli scambi non mercantili sono stati largamente praticati per migliaia di anni, mentre solo durante l’ultimo secolo si è assistito alla mercificazione di tutto l’esistente e alla glorificazione dello spreco ritenuto un vero e proprio dovere civico in quanto elemento trainante del consumismo.


Le pratiche che caratterizzano una società della decrescita non costituiscono pertanto delle eccentriche utopie, ma al contrario manifestano un carattere di continuità con gli atteggiamenti che l’umanità ha sempre mantenuto nel corso della propria storia. La decrescita si propone di ridurre i danni provocati da un’alternativa ormai fuori controllo quale è il sistema sviluppista, riportando il rapporto fra l’uomo e l’ambiente in cui vive, all’interno di una logica che consenta la sopravvivenza della biosfera, per il nostro futuro e per quello dei nostri figli. Quella della decrescita si rivela perciò una scelta quanto mai concreta e fattibile, anche se inevitabilmente non mancherà di scontrarsi con i grandi interessi finanziari, industriali e politici.

Per scendere dal treno della crescita e salire a bordo del convoglio che viaggia nella direzione opposta, occorre mettersi in gioco in prima persona ma anche agire collettivamente. Per costruire una società della decrescita è indispensabile un impegno collettivo che riesca ad influenzare le scelte della politica. Qualunque programma di ristrutturazione degli edifici in chiave di risparmio energetico potrà essere applicato con successo ed incidere in maniera concreta solamente qualora appoggiato e sostenuto dalle amministrazioni pubbliche con interventi che vadano nella giusta direzione. Alla stesa stregua occorre una volontà politica perché possa essere incentivata la pratica del riciclaggio eliminando l’incenerimento, perché si possano ottenere dei risparmi energetici attraverso la riduzione degli sprechi e l’autoproduzione di energia, perché si possa riconvertire l’industria automobilistica alla produzione di micro-cogeneratori, perché nelle nuove costruzioni e nelle ristrutturazioni sia privilegiato il riuso dei materiali provenienti dalle demolizioni e l’utilizzo di materiali locali, per creare economie autocentrate e filiere corte, per favorire lo sviluppo delle aziende contadine finalizzate all’autoproduzione, per ridurre la schizofrenica movimentazione delle merci, per riavvicinare i cittadini al proprio luogo di lavoro riducendo così il pendolarismo esasperato, per promuovere un uso virtuoso della tecnologia che prescinda dalla costruzione di grandi opere tanto devastanti quanto inutili.
Fino a quando l’azione politica verrà unicamente determinata dagli interessi dei grandi poteri economici e finanziari non potrà esserci spazio per programmi ed azioni che prescindano dalla costruzione di sempre maggiore crescita e l'incremento del PIL resterà l’unico metro di giudizio attraverso il quale valutare la bontà delle scelte politiche. Qualunque cambiamento d’indirizzo politico che vada nella direzione della decrescita dovrà pertanto essere stimolato partendo “dal basso” attraverso la partecipazione popolare, coinvolgendo per forza di cose quella sempre più ampia parte della società che sta iniziando a manifestare malessere ed insofferenza trovandosi a convivere con gli effetti devastanti della politica sviluppista. La possibilità di un cambiamento reale si giocherà pertanto proprio sul terreno della capacità di partecipazione delle “persone normali” che hanno iniziato ad affrancarsi dai dogmi della crescita e dello sviluppo attraverso l’acquisizione di nuovi saperi e nuove conoscenze. Tanto maggiore sarà il loro grado di consapevolezza e la disponibilità a mettersi in gioco, tanto più incisiva risulterà la loro azione nel determinare scelte politiche che tengano conto dei loro reali interessi.

giovedì 22 ottobre 2009

PRIMARIE DEL PD: ALLA RICERCA DEL VOTO INUTILE


Marco Cedolin
Fin dal momento in cui sono stati chiusi i seggi delle elezioni di giugno, il PD ha smesso di occuparsi di politica e di fare opposizione (sempre ammesso che la melina inconcludente dei mesi precedenti costituisse un modo di fare politica ed opposizione) per dedicarsi quasi esclusivamente all’organizzazione delle primarie di fine ottobre, deputate ad eleggere il nuovo segretario del partito.
Fin dal momento in cui sono stati individuati i tre candidati (il vincente, lo sfidante, la comparsa) scelti per concorrere nell’unica competizione elettorale in cui il PD può vantare la sicurezza di ottenere un successo, è risultato evidente che Pierluigi Bersani (amico delle Coop e terrore dei tassisti) sarebbe stato il nuovo segretario, Dario Franceschini lo sconfitto, Ignazio Marino il terzo incomodo, utile per avallare l’idea di un partito aperto al cambiamento.

Il secondo atto della farsa delle “primarie”, dopo quelle che portarono alle elezioni del dimissionario Walter Veltroni è in fondo tutto qui. Una competizione elettorale assolutamente inutile (se non per motivi di propaganda politica), il cui esito scontatissimo è già stato deciso a tavolino mesi prima, attraverso la quale si tenta di scimmiottare il modello statunitense, trasportandolo senza successo in una realtà molto differente, come quella italiana.

Nonostante ciò la campagna elettorale e la “macchina” del voto messe in campo dal PD risultano imponenti, quasi a voler far credere ai cittadini che si tratti di una vera e propria tornata elettorale, nel corso della quale saranno incaricati di scegliere il nuovo segretario, anziché avallare, come risulta evidente, il segretario già scelto in precedenza dal partito in base alla semplice logica degli equilibri di forze preesistenti fra DS e Margherita.Gli oltre 10.000 seggi che verranno allestiti sia in Italia che all’estero ed una campagna elettorale condotta senza risparmio con tanto di sponsor vip, manifesti, cartelloni, comizi e confronti pubblici fra i candidati in TV e nelle piazze, stanno a dimostrare un investimento di risorse economiche fuori dalla norma. E forse simboleggiano meglio di ogni altra cosa l’assoluta autoreferenzialità di un partito che sembra avere smesso definitivamente di guardare al paese, per concentrarsi unicamente sulla gestione degli equilibri interni, con le relative correnti in lotta per la supremazia ed un gran numero di poltrone da spartire. Un partito, come si può evincere dai programmi dei tre candidati, troppo vicino alle idee del PDL di Berlusconi per nutrire la velleità di rappresentare un’alternativa e al tempo stesso troppo contraddittorio per aspirare al governo del paese.
Sostanzialmente nulla più che la chiamata alle urne per conferire un voto inutile, tanto inutile quanto la molletta con sopra scritto “ci tengo” (a cosa?) che verrà “regalata” al modico prezzo di due euro a tutti i coraggiosi votanti.

mercoledì 21 ottobre 2009

LA MARCEGAGLIA HA PERSO LE STAFFE


Marco Cedolin
Posta di fronte alle "belle parole" pronunciate ieri dal ministro Tremonti, riguardo al valore della stabilità nel lavoro, come contraltare della flessibilità che limita le prospettive dei lavoratori, nuoce alla famiglia e mina la stabilità sociale, Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, a capo di un impero industriale (e non solo) il cui fatturato è superiore al PIL di molti stati africani, si è ritrovata in palese difficoltà.
Difficoltà che è andata aumentando a seguito dell’appoggio dato dal Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi (da lei stessa invitato pochi giorni fa nel continuare serenamente il proprio lavoro fino alla fine della legislatura) alle parole di Tremonti e dalla disponibilità offerta dalla CGIL all’apertura di un tavolo di confronto con il governo, all’interno del quale affrontare questi temi senza perdere altro tempo.

Visibilmente contrariata da tanti atti di lesa maestà, più che seriamente preoccupata delle conseguenze di quelle che con tutta probabilità resteranno solo parole, Emma Marcegaglia, vera rappresentante di quella grande imprenditoria parassitaria che da 60 anni in Italia costruisce profitti miliardari socializzando le perdite e privatizzando gli utili, trovando anche il tempo per accumulare processi, condanne e patteggiamenti, è sbottata producendosi in esternazioni di fantasia non proprio aderenti alla realtà.

“Riteniamo che la cultura del posto fisso è un ritorno al passato non possibile, che peraltro in questo Paese ha creato problemi”. Così ha esordito la Marcegaglia, evidentemente abituata a giudicare ciò che è giusto o sbagliato unicamente sulla base dei propri interessi, nonché intenzionata a considerare quelli che eventualmente sono suoi problemi come “problemi del paese”.
Per poi aggiungere “Ovviamente nessuno è a favore della precarietà e insicurezza in un momento come questo, in particolare. Però noi siamo per la stabilità delle imprese e dei posti di lavoro che peraltro non si fa per legge”. Senza darci modo di comprendere per quale arcana ragione la precarietà costruita ad hoc attraverso le leggi Treu e Biagi, non potrebbe venire smantellata con gli stessi strumenti con cui è stata realizzata.
E ancora “Serve una flessibilità regolata e tutelata come quella fatta con Treu e Biagi che ha creato 3 milioni di posti di lavoro”. Sarebbe interessante a questo proposito essere ragguagliati dalla presidente di Confindustria in merito alle tutele introdotte dalle leggi Treu e Biagi, oltre che in merito alla “qualità” di quei 3 milioni di posti di lavoro interinali creati, che hanno determinato la perdita di una quantità almeno doppia di posti di lavoro “decenti” a tempo indeterminato.
Per poi concludere con l’ormai abituale richiesta di prebende, sussidi e danaro pubblico da gettare nel buco nero della cassa integrazione “Noi siamo quindi dell'idea che bisogna investire in ammortizzatori, formazione e in un migliore incontro tra domanda e offerta come indicato nel libro bianco del ministro Sacconi”.
Brutte parole insomma, che a conti fatti peseranno certamente molto più di quelle di Tremonti, dal momento che la grande imprenditoria parassitaria ed i think thank ad essa collegati, continuano a dirigere l’operato delle marionette politiche, identificando i propri interessi con quelli del Paese, a palese dimostrazione di quale sia in realtà l’unico interesse che conta.

martedì 20 ottobre 2009

BELLE PAROLE


Marco Cedolin
Hanno suscitato molto stupore ed una lunga serie di reazioni le parole pronunciate ieri dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti durante la chiusura dei lavori di un convegno organizzato dalla Bpm.
Tremonti ha infatti dichiarato “Non credo che la mobilità di per sé sia un valore, penso che in strutture sociali come la nostra il posto fisso è la base su cui organizzare il tuo progetto di vita e la famiglia”. Aggiungendo “La variabilità del posto di lavoro, l'incertezza, la mutabilità per alcuni sono un valore in sé, per me onestamente no”. E poi ancora “C'è stata una mutazione quantitativa e anche qualitativa del posto di lavoro, da quello fisso a quello mobile. Per me l'obiettivo fondamentale è la stabilità del lavoro, che è base di stabilità sociale”.

In buona sostanza il ministro ha bocciato senza appello la politica del lavoro flessibile, messa in atto negli ultimi 15 anni attraverso la legge 30 e non solo, dai governi di centrodestra e centrosinistra che si sono alternati al potere, con la piena condiscendenza delle organizzazioni sindacali e del mondo dell’informazione. Identificando nella precarietà quel cancro che mina alla base l’equilibrio delle famiglie, le prospettive di futuro dell’individuo e più in generale la stabilità sociale.
Si tratta fondamentalmente di concetti che molti di noi hanno ripetuto fino alla noia nel corso degli ultimi anni, denunciando la precarizzazione di un mondo del lavoro ormai in disfacimento, prodromica di un altrettanto grave disfacimento degli equilibri familiari, della mancanza di prospettive per le nuove generazioni e più in generale di una profonda crisi dei rapporti sociali.

Belle parole, in virtù delle quali non possiamo che rallegrarci per la, sia pur tardiva, presa di coscienza della realtà da parte del ministro. Una colpa, quella di avere tardato troppo nel mettere a fuoco i termini della questione, tutto sommato lieve, se confrontata con quella del mondo sindacale che (nonostante per forza di cose avrebbe dovuto essere la parte più sensibile al problema) troppo distratto dalle prebende che il lavoro flessibile gli ha in questi anni garantito, non è fino ad oggi mai giunto a conclusioni di questo genere, preferendo al contrario continuare ad avallare tanto la precarietà quanto le sue conseguenze.
Belle parole che però potranno avere una valenza solamente ancorché seguite da fatti concreti che si pongano come obiettivo la risoluzione di un problema di fronte al quale la politica ha mostrato finora la più completa inanità. Proprio all’esame dei fatti concreti sarà chiamato nei prossimi mesi il ministro Tremonti, cui oggi va comunque un plauso per il coraggio, dal momento che una volta evidenziati i termini della questione sarebbe lecito attendersi che vengano individuate le basi per porre rimedio alla disastrosa situazione.
Senza i fatti concreti anche le belle parole rischiano di sfiorire nel facile populismo che non è in grado d’incidere e può essere utile solamente per raccattare qualche consenso elettorale in più.

lunedì 19 ottobre 2009

LE MERCI NON SALGONO SUL TRENO


Marco Cedolin
Pubblicato su Terranauta


L’aspirazione di spostare la movimentazione di una parte delle merci circolanti in Italia, dalla gomma al ferro, è stata nell’ultimo decennio un proposito tanto propagandato (dalle fonti più svariate) quanto scarsamente messo in pratica.

La velleità di operare il trasferimento modale gomma/ferro è stata il cavallo di battaglia usato dalle FS di Moretti (con la complicità di alcune associazioni ambientaliste) per tentare di giustificare la costruzione di nuove linee ferroviarie per i treni ad alta velocità. Linee pagate a peso d’oro, sulle quali (Moretti lo sa bene) le merci non transiteranno mai, per tutta una serie di ragioni tecniche economiche e logistiche.
Il trasferimento modale gomma/ferro è stato il fulcro intorno al quale, attraverso il Libro Bianco dei trasporti del 2001, la UE ha costruito la politica dei trasporti dei decenni futuri, costituita da un lungo elenco di cementificazioni indiscriminate, unito a qualche soluzione interessante concernente il migliore sfruttamento delle vie d’acqua.

In Italia, nonostante i proclami e le ipotesi di fantasia, negli ultimi anni le merci “sul treno” continuano a non salire, anzi sembrano perfino scendere in maniera sempre più marcata, come accaduto in Sardegna dove dallo scorso 24 luglio è stato soppresso il servizio di trasporto merci (treno più nave) da e per l’isola, consegnando di fatto l’intero traffico merci nelle mani delle ditte di autotrasporto privato e compromettendo il futuro di oltre 300 lavoratori.
Un recente articolo comparso su Repubblica, all’interno del quale viene annunciata la due-giorni dal titolo "Mercintreno”che Federmobilità organizzerà a Roma il 19 e 20 novembre, fotografa in maniera abbastanza corretta la situazione.
La percentuale delle merci trasportate su ferrovia nel nostro paese è del 9,9% , nettamente inferiore a quella degli altri paesi europei (Inghilterra 11,8%, Francia 15,7%, Germania 21,4%, media europea intorno al 17%) e risulta essere progressivamente in calo.

Questo sostanzialmente a causa dell’assoluta mancanza di volontà, da parte delle Ferrovie di Stato, di costruire un servizio di trasporto merci efficiente, che sia in grado di rivelarsi competitivo rispetto alla gomma, consentendo alla ferrovia di raggiungere il 20/25% dell’intero volume di merci trasportate, limite massimo raggiungibile secondo il parere degli esperti per il trasporto merci su ferro in Italia, a fronte di un’offerta di servizio ottimale. Assoluta mancanza di volontà che, nonostante convegni e seminari organizzati sulla falsariga di “Mercintreno” tentino in qualche misura di offrire spunti in direzione differente, sembra perdurare anche in propensione futura all’interno delle FS.

Anche se le prospettive non sembrano certo rosee, non ci resta comunque che auspicare un profondo ripensamento da parte di Moretti, riguardo all’impegno da profondere nella costruzione di un servizio merci efficiente e competitivo. Ci preme però sottolineare come l’efficienza del servizio merci prescinda completamente dai progetti concernenti l’alta velocità, altrimenti si finisce per fare confusione, correndo il rischio di equivocare, così come intervistato nel succitato articolo di Repubblica, ha evidentemente equivocato il responsabile trasporti di Legambiente Edoardo Zanchini. Quando afferma "In Italia non si è fatto e non si fa nulla. La Francia ha invece intenzione di investire sulle merci per ferrovia, tanto che alcuni treni Tgv sono stati appositamente adibiti per garantire alle derrate stesse viaggi rapidi ed efficienti.”Per onore d’informazione occorre infatti ricordare, a Legambiente ed a Zanchini, come sia le zucchine che i container non hanno certo necessità di viaggiare ai 300 km/h, bensì di essere gestiti durante l’intera loro movimentazione in maniera efficiente, sicura e puntuale. E come (documentato in un articolo della stessa Repubblica) l’azienda ferroviaria francese Sncf, da lui presa a mo di esempio, si trovi attualmente in gravi ambasce, proprio a causa della mancanza di utili derivanti dall’alta velocità. Gravi ambasce che sembra non le permettano di rinnovare, come sarebbe invece necessario, il materiale rotabile relativo ai Tgv e si trovi pertanto al momento indisponibile ad ospitare sugli stessi Tgv derrate alimentari di qualsivoglia sorta.

domenica 18 ottobre 2009

APPROVATO DALL'ONU IL RAPPORTO GOLDSTONE


Marco Cedolin
Il Consiglio dei diritti umani dell’ONU ha approvato sabato 17 ottobre il rapporto della commissione Goldstone, avente per oggetto i crimini di guerra compiuti dall’esercito israeliano all’interno della striscia di Gaza durante l’operazione Piombo Fuso degli scorsi mesi di dicembre e gennaio.

Fra i 47 paesi membri del consiglio 25 hanno espresso voto favorevole:
Argentina, Brasile, Cina, Russia, Bahrain, Bangladesh, Bolivia, Cile, Cuba, Djbouti, Egitto, Ghana, India, Indonesia, Giordania, Mauritius, Nicaragua, Nigeria, Pakistan, Filippine, Qatar, Arabia Saudita, Senegal, Sud Africa e Zambia.
11 si sono astenuti:
Belgio, Bosnia, Burkina-Faso, Cameroon, Gabon, Giappone, Messico, Norvegia, Corea del Sud, Slovenia e Uruguay.
6 hanno espresso voto contrario:
Stati Uniti, Israele, Italia, Olanda, Slovacchia e Ucraina
Ed altri 5 non hanno votato:
Gran Bretagna, Francia, Madagascar, Kyrgyzstan ed Angola.

La questione dovrà ora venire esaminata dall’Assemblea generale dell’Onu e potrebbe ipoteticamente (cosa assai improbabile) approdare alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja nel caso Israele continui a respingere l’idea di un’inchiesta approfondita su quanto il suo esercito ha fatto nelle tre settimane dell’assalto a Gaza.
Si tratta comunque di una notizia che ha suscitato entusiasmo e soddisfazione in Palestina, mentre il governo israeliano di Netanyahu, dopo avere tentato a più riprese di bloccare l’iter del rapporto, ha reagito con rabbia, convocando un forum comprendente ministri, giuristi, diplomatici, membri del Mossad ed esperti diversi con il compito di attaccare il rapporto Goldstone e trovare le necessarie contromisure. I giornali israeliani hanno colto nella notizia, giunta a breve distanza da quella della cancellazione delle esercitazioni militari congiunte da parte della Turchia, il pericolo di un preoccupante isolamento internazionale d’Israele, che si rivelerebbe controproducente per il successo di eventuali piani di attacco nei confronti dell’Iran.

Risulta invero di assai difficile comprensione (a meno che si voglia pensare male) il ruolo del Mossad all’interno di un forum di giuristi deputato a “combattere” (si suppone per vie legali) il lavoro di una commissione d’inchiesta. Così da creare non poche perplessità in merito ai metodi che il governo israeliano intende usare per reagire di fronte alle accuse mosse dall’ ONU.
Al tempo stesso appare per molti versi incomprensibile la posizione assunta dall’Italia, nazione del mediterraneo tradizionalmente in ottimi rapporti con i paesi arabi, che anziché abbracciare una politica di equilibrio, preferisce appoggiare acriticamente l’aggressione ed i massacri compiuti da Israele a Gaza, ponendosi in una posizione differente rispetto alla maggioranza delle altre nazioni alleate europee.

venerdì 16 ottobre 2009

MC ARROGANZA


Marco Cedolin
Dopo esserci occupati dei rischi per la salute indotti dal consumo del cibo spazzatura e dei progetti di “colonizzazione” della catena MC Donald’s, alla conquista di spazi di prestigio dove collocare i propri nuovi fast food, vogliamo focalizzare l’attenzione su una vicenda estremamente indicativa dell’arroganza con cui la multinazionale americana gestisce la propria presenza sul mercato.

A Rivoli, grande comune alle porte di Torino, due giovani imprenditori decidono di coniugare il proprio spirito commerciale con il profondo legame con il territorio e le tradizioni locali e “inventano” un fast food praticamente a km zero, in grado di rappresentare l’esatta antitesi alla catena delle polpette globalizzate.
La carne, arriva dall’azienda di famiglia di uno dei soci, sita ad un paio di km di distanza, dove si allevano 380 bovini di razza Piemontese, 180 maiali, 2500 polli e 800 conigli sfamati al 90% con il foraggio coltivato sui 50 ettari su cui si estende l’azienda fondata dal bisnonno. La birra artigianale proviene da Vaie in Val di Susa, il pane è prodotto in un panificio artigianale ad Alpignano a pochi km di distanza, i formaggi e le tome arrivano da Villastellone (altro comune della cintura torinese) i vini e le patate sono rigorosamente piemontesi, privilegiando senza compromessi la filosofia della filiera corta.

Gli hamburger hanno nomi che si rifanno al dialetto piemontese, da quello con cipolla e pancetta chiamato “Gaute mac da suta”, a quello con la fetta di toma fusa “Chiel”, così come le robiole cotte al forno presentate con le pere “Ai Pruss”, al peperoncino “Mac ca brusa” e con la rucola “Mac al verd”.
Anche il nome scelto per il locale, “MAC BUN” in sintonia con lo stesso spirito ed un pizzico di arguzia commerciale, si rifà al dialetto locale, dal momento che in piemontese il senso delle due parole accostate sta a significare “Solo buono”.

Proprio il marchio dell’impresa, recentemente depositato presso la Camera di Commercio dai due soci, ha evidentemente indispettito oltremisura i responsabili della multinazionale americana, fino al punto da indurli a fare recapitare loro (quando erano passati appena venti giorni dal deposito del marchio stesso) da parte dell’avvocato che cura gli interessi della società, una raccomandata nella quale MC Donald’s intimava di ritirare immediatamente la domanda di marchio, dal momento che secondo la multinazionale americana la famiglia di marchi contenenti il prefisso “Mac/Mc” avrebbe un’ampia ed assoluta notorietà e rinomanza presso il pubblico come sinonimo di McDonald’s».
Anche i creatori della nuova “Agrihamburgeria” sono naturalmente ricorsi al proprio avvocato, sostenendo che il termine “mac bun” in dialetto piemontese ha un significato peculiare che richiama il buon cibo genuino, e adesso la questione finirà in tribunale.

Nel frattempo il locale (già aperto) sta per venire ufficialmente inaugurato e tutte le insegne riporteranno il logo visibilmente censurato “M** Bün” come si può apprezzare nella foto.
La guerra della polpetta globalizzata è anche questa, soprattutto questa, quando gli interessi commerciali di chi gestisce a livello mondiale la distribuzione dei polpettoni standard, rischiano di venire intaccati da piccole imprese che costruiscono una concorrenza di qualità, attraverso i legami con il territorio e le tradizioni, praticando la filosofia della filiera corta.
Guai ad usare i prefissi “Mac/Mc”, ma soprattutto guai a proporre delle alternative alla gastronomia malata, fatta di prodotti spazzatura, figli degli allevamenti intensivi, destinati a viaggiare per migliaia di km a bordo di veicoli inquinanti, prima di arrivare a destinazione ed iniziare ad inquinare anche il nostro corpo.

mercoledì 14 ottobre 2009

PONTE SUBITO! CURA DEL TERRITORIO MAI


Marco Cedolin
Parlando ad un convegno a Villa Madama con i vertici di Adr e Sea sullo sviluppo del sistema aeroportuale di Roma e Milano, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha dimostrato una volta di più, nel caso ce ne fosse stato ancora bisogno, l’assoluta miopia attraverso la quale le istituzioni guardano ai problemi del paese.

Nonostante le ferite relative alla recente alluvione di Messina siano ancora aperte e sanguinanti, il Cavaliere si è infatti affrettato nel rassicurare i siciliani e gli italiani tutti, in merito al fatto che la costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina (non la risistemazione del martoriato territorio messinese ed italiano) rappresenta una priorità dello Stato. Annunciando che l’inizio dei lavori per la costruzione della grande opera che verrà a costare ai contribuenti italiani probabilmente molto più dei 6,1 miliardi di euro previsti, sarebbe ormai imminente, dal momento che i cantieri apriranno i battenti già a dicembre o gennaio. Aggiungendo poi che la pesante situazione del debito pubblico non deve costituire un disincentivo alla costruzione delle infrastrutture di cui il paese “ha bisogno”. Ignorando completamente l’unica “grande opera” indispensabile all’Italia, costituita dalla riqualificazione e messa in sicurezza di un territorio in stato degenerativo sempre più preoccupante. E ripromettendosi infine d’intervenire su quelle procedure (cattive) che oggi rallentano la prosecuzione dei progetti, con lo scopo di ridurre ad un terzo gli attuali tempi necessari per autorizzazioni (come la VIA) che il premier considera mere pratiche burocratiche.
Mentre l’Italia sta letteralmente “franando”, settimanalmente (l’ultimo caso riguarda il bresciano) finisce sott’acqua, ospita i propri figli all’interno di scuole fatiscenti i cui soffitti cadono con regolarità disarmante, respira quell’amianto abbandonato dappertutto poiché (si racconta) mancano i soldi per le bonifiche, viaggia per mezzo di un sistema ferroviario degno del terzo mondo e continua ad invorticarsi in una crisi economica sempre più pesante, la politica s’impegna ad inaugurare (senza avere neppure i denari per poterlo fare) opere faraoniche destinate a regalare profitto ad Impregilo e soci e nulla più. Davvero uno strano paese, figlio della demagogia e di cortocircuiti logici sempre più evidenti.

martedì 13 ottobre 2009

VENDO EUROTUNNEL A PREZZI DI REALIZZO


Marco Cedolin
Vero affare! Vendesi a saldo porzione del più lungo tunnel sottomarino del mondo, in perfetto stato nonostante un paio d'incendi ed i suoi 15 anni di età, durante i quali l’infrastruttura ha accumulato una decina di miliardi di euro di debiti ed un paio di fallimenti, senza essere riuscita a chiudere neppure una sola volta il proprio bilancio in attivo. Cercasi acquirenti solvibili, estremamente motivati e coraggiosi, no perditempo ed industriali rampanti alla ricerca di facili profitti sul modello italiano di NTV.

Grosso modo potrebbe essere questa l’inserzione che verrà pubblicata nei prossimi giorni sui giornali di annunci economici dal premier britannico Gordon Brown, intenzionato a vendere tutta una serie di beni pubblici del valore nominale di 17,3 miliardi di euro, per tentare di ripianare un debito pubblico salito al 12% del PIL.
Oltre alla partecipazione di capitale nella società che gestisce il tunnel sotto alla Manica e la ferrovia che lo percorre, Gordon Brown sembra intenzionato a cedere anche la quota di partecipazione statale del 33% nell’azienda che arricchisce l’uranio per le centrali atomiche (Urenco), l’avveniristico e ultra trafficato tunnel di Dartford, che corre sotto al Tamigi, la società di scommesse Tote, oltre a centri ricreativi, poli di business e numerose altre proprietà immobiliari.

Il tentativo di recuperare risorse attraverso la dismissione di beni pubblici, per porre un freno alla sempre più rapida crescita del debito britannico, lascia intuire come la crisi economica abbia lasciato il segno e le misure adottate dal governo per tentare di contrastarla (sostanzialmente elargizione di denaro pubblico alle banche) abbiano messo in seria crisi le finanze pubbliche.
L’opposizione liberaldemocratica ha criticato aspramente la decisione di Gordon Brown, ritenendo controproducente il tentativo di vendere parti importanti della proprietà pubblica, in un momento in cui i mercati sono profondamente depressi e sarà molto difficile spuntare il reale valore dei beni oggetto delle dismissioni, con il rischio di praticare una vera e propria “svendita” del patrimonio pubblico.
Nel caso di Eurotunnel, ci sentiamo di aggiungere noi, visti i risultati economici ottenuti fino ad oggi dall’infrastruttura e dal servizio dei treni ad alta velocità/capacità che la percorrono, si tratterà già di un enorme successo se al momento della svendita si presenterà un qualche acquirente amante del rischio e disposto a rilevare la partecipazione. Si tratterà certo di una bella scommessa, alla quale avrebbe potuto magari essere interessato il Tote, se non fosse inserito anch’esso nella vetrina dei saldi anticipati di fine stagione.

lunedì 12 ottobre 2009

IL VIRUS EBOLA A TORINO?


Marco Cedolin
Spargere allarmismo non rientra nelle nostre corde, tanto meno in materia di pandemie, influenzali o meno, in merito alle quali preferiamo "fare i pompieri" anziché portare acqua ai profitti di Big Pharma.
Il caso in oggetto però ci ha incuriosito oltremisura, per l’evidente sproporzione fra i mezzi messi in campo per affrontare l’emergenza e l’assoluta serenità ostentata dalle fonti sanitarie e dagli esperti.

Un cittadino senegalese di 44 anni residente a Torino, tornato da un paio di giorni da un viaggio in madrepatria, inizia ad accusare strani sintomi quali dolori muscolari, febbre alta e vomito. Dal momento che i sintomi non accennano a diminuire, mercoledì 7 ottobre decide di recarsi in pronto soccorso e viene immediatamente ricoverato presso l’ospedale Amedeo di Savoia, specializzato in malattie infettive, dove gli viene diagnosticata, secondo le parole del direttore sanitario Paolo Mussano, una febbre emorragica di natura sconosciuta.
Le due persone che condividono l’appartamento con lui vengono contattate e messe sotto osservazione, così come sotto osservazione vengono messi tutti i medici e gli infermieri che sono venuti a contatto con il paziente. L’appartamento in cui viveva viene ispezionato dal personale della Asl che riferisce di averlo trovato in buone condizioni igieniche.

Sabato pomeriggio viene presa improvvisamente la decisione di trasferire il paziente da Torino all’ospedale Spallanzani di Roma, uno dei pochi centri europei che disponga di laboratori virologici di grado P4, in grado di garantire il massimo livello d’isolamento e disponga di personale in grado di manipolare virus a rapida diffusione e pericolosi come l'Ebola.
Il trasferimento dell’ammalato, predisposto dalla prefettura di Torino, con la collaborazione di un’unità di isolamento aerodinamico del servizio sanitario dell'Aeronautica Militare, non lascia molto spazio alla serenità e sembra ricalcare gli “effetti speciali” di molti film di fantascienza imperniati su virus e pandemie. Il cittadino senegalese viene infatti trasportato all’aeroporto di Caselle per mezzo di un’ambulanza scortata dalla polizia e dai vigili del fuoco. Quindi viene imbarcato su uno speciale C130, all’interno di una barella chiusa per l'aviotrasporto isolato di pazienti infettivi o contaminati da agenti biologici, che garantisce il perfetto isolamento dall’ambiente esterno. Durante il viaggio lo assistono in nove, fra militari, ufficiali medici e infermieri addestrati a questo tipo di emergenze
All’arrivo nella capitale il malato viene prelevato da una ambulanza dell'unità speciale di bioprotezione dell'ospedale Spallanzani, mentre all’interno della struttura ospedaliera sono già scattate le procedure di massima sicurezza per il suo ricovero. Una volta in ospedale il senegalese viene messo in isolamento all’interno di una camera sterile a pressione negativa, dove sarà sottoposto ai prelievi e agli esami molecolari che dovrebbero chiarire l’esatta natura dell’infezione, dando importanti indicazioni tanto per le cure da adottare, quanto per le modalità con cui affrontare l’eventuale rischio del contagio.

Le fonti sanitarie si sono affrettate nel precisare che a Torino non esisterebbe alcun rischio di contagio, dal momento che i virus di questo tipo non si diffondono per via aerea, ma solamente in seguito a contatti stretti con il soggetto infetto, aventi per oggetto il contatto con materiali e liquidi organici del paziente. Il senegalese inoltre, dopo essere tornato dall’Africa dove vive la sua famiglia, si sarebbe sentito male quasi immediatamente e la malattia gli avrebbe impedito di frequentare altre persone (oltre ai suoi coinquilini) e di recarsi al lavoro.
Continua però a restare un mistero la ragione per cui, di fronte ad una patologia scarsamente contagiosa, il paziente sia stato trasferito a Roma con estrema urgenza, con uno spiegamento di forze assolutamente fuori dall’ordinario e precauzioni tali da lasciare supporre si stesse trasportando un soggetto affetto da una malattia di ferale pericolosità ed estremamente contagiosa. Ed ora sia ricoverato allo Spallanzani in una camera sterile super protetta, dove medici ed infermieri possono accedere solo equipaggiati con scafandri simili a quelle dei palombari, respirando dalle bombole ad ossigeno.
Impossibile non percepire che nella vicenda i conti non tornano e le autorità, forse, non ci stanno dicendo proprio tutta la verità.

venerdì 9 ottobre 2009

VOLA LA PRODUZIONE INDUSTRIALE


Marco Cedolin
Anche in periodi come questo, di grande conflittualità sociale e scontri all’ultimo sangue fra giornalisti delle opposte fazioni, esistono “fortunatamente” notizie (non solo riguardanti l’utilità degli inceneritori, la bellezza del TAV, la necessità delle centrali turbogas, il bisogno della costruzione di nuovi ponti, viadotti, autostrade, tangenziali, sopraelevate e manufatti cementizi di vario genere) magicamente in grado di mettere d’accordo tutti i lavoratori della carta stampata che aspirano a godere di maggiore libertà.

La notizia secondo cui, nonostante le aziende continuino a chiudere, i disoccupati ad aumentare ed i cassaintegrati a crescere in maniera esponenziale, la produzione industriale italiana sarebbe stata oggetto nello scorso mese di agosto di un incremento addirittura “epocale”, sembra essere una di quelle intorno alla quale convergono in maniera compatta tanto i “dipendenti” del giornale della FIAT, quanto quelli di Mondadori, di De Benedetti, di RCS e di Caltagirone.

Il quotidiano LA Stampa di Torino titola “Sale la produzione industriale” aggiungendo “mai così bene dal lontano 1990” e “verso la fine della crisi”.
Il quotidiano La Repubblica titola “Ocse:forti segnali di ripresa, specie in Italia e in Francia.
Il Giornale titola "Ocse: segnali di ripresa, Italia e Francia in testa industria agosto record
Il Messaggero titola “Istat: vola la produzione industriale ad agosto +7% rispetto a luglio” aggiungendo boom della produzione di autoveicoli.
Il Corriere Della Sera titola “Produzione industriale ad agosto +7% su luglio ma in un anno resta a -18,3%” inserendo però nel corpo dell’articolo la seguente frase:
“L'istituto statistico segnala che il rimbalzo di agosto è difficile da interpretare poiché potrebbe essere soggetto a distorsioni statistiche legate al calendario: «In questo momento è difficile cogliere gli effetti stagionali, il dato può essere quindi oggetto di aggiustamenti», spiega infatti un funzionario Istat.”

Proprio all’interno di questa frase è contenuta la spiegazione di un piccolo “mistero” in sé abbastanza originale, avente per oggetto proprio la notizia del volo della produzione industriale.
Quasi tutti i giornali web citati, presentavano questa mattina all’interno del corpo degli articoli segnalati, un contenuto profondamente differente da quello che possiamo apprezzare adesso.
Si trattava di una lunga serie di calcolazioni alquanto contraddittorie, attraverso le quali si tentava di enfatizzare un presunto incremento della produzione industriale di agosto rispetto a luglio, proponendo un’ardita comparazione in realtà ben poco convincente. La serie delle calcolazioni continuava poi, prendendo in esame una lunga serie di comparazioni (agosto 2009 rispetto ad agosto 2008, gli ultimi tre mesi rispetto ai precedenti ecc) tutte con pesanti segni meno che contraddicevano in modo palese i toni ottimistici presenti nei titoli degli articoli.
Il polpettone di calcoli e percentuali (nonostante attraverso l’interpretazione dei numeri si possa dire tutto ed il contrario di tutto) evidentemente era talmente “tirato per i capelli” da far si che le redazioni abbiano preferito eliminarlo, sostituendolo con gli articoletti più brevi che potete apprezzare ai link segnalati.

Dopo avere preso atto del fatto che il volo pindarico della produzione industriale, si è rivelato solo una “libera” interpretazione di giornalisti alla ricerca della libertà di stampa, non ci resta che auspicare che questi stessi liberi giornalisti, dopo averci ragguagliati sul boom economico dell’Italia 2009, ci offrano un giorno di questi anche qualche informazione riguardo alla copertura finanziaria dello Stato in merito al dilagare della spesa per la cassa integrazione di cui beneficiano parte di coloro che da questo boom sono stati “colpiti”. Sembra infatti che lo Stato non abbia più i danari per pagare buona parte della cassa integrazione, ed attualmente molte aziende si vedano costrette a supplire a questo “incidente” anticipando in prima persona gli stipendi, attraverso fidi bancari garantiti dallo Stato stesso. Ed in alcuni altri casi (fortunatamente per ora una minoranza) i cassaintegrati gli stipendi non li stiano ricevendo proprio, ma debbano accontentarsi della promessa che prima o poi arriveranno.
Attenderemo naturalmente fiduciosi, nella speranza che anche in merito a questo argomento la “libera stampa” si manifesterà unita e coesa, così come abbiamo potuto apprezzarla nell’occasione del “volo della produzione industriale” e della repentina cancellazione delle ardite calcolazioni.

giovedì 8 ottobre 2009

ITALIA FUTURA


Marco Cedolin
Il presidente della FIAT Montezemolo, uomo più di ogni altro avvezzo a privatizzare i profitti socializzando le perdite, recente beneficiario tramite la società NTV (costituita insieme a Diego Della Valle e ad Intesa San Paolo) della gestione delle nuove linee ferroviarie ad alta velocità, pagate decine di miliardi di euro dai contribuenti italiani, è finalmente riuscito a coronare il sogno di possedere un proprio think tank.

Italia Futura, questo è il nome del gruppo di pressione (lobby o fondazione che dir si voglia) capitanato da Luca Montezemolo, è stato presentato ieri ad oltre 200 persone, fra le quali il presidente della camera Gianfranco Fini, il parlamentare del PD Enrico Letta ed il fondatore della comunità di Sant’Egidio Andrea Riccardi.
Montezemolo ha esordito spiegando tutte quelle che non sarebbero le aspirazioni del nuovo think tank, dando una classica dimostrazione di “excusatio non petita, accusatio manifesta”. Italia futura non sarà il laboratorio segreto di misteriose alchimie partitiche, né si renderà espressione di un oscuro complotto di salotti buoni, fortunatamente estinti da tempo, né incarnerà l’ennesimo partito sulla scena politica, dal momento che non servirebbe al paese, né sarà intenzionato ad influenzare le geometrie dei partiti.

Italia Futura, secondo le parole di Montezemolo, sarà “un luogo di idee e proposte che ha un'unica e trasparente missione: fare emergere le molte capacità di cui è ricco il nostro Paese per coinvolgerle nell'elaborazione di un progetto sul futuro dell'Italia. Si tratterà di una missione del tutto normale che prende spunto dagli Stati Uniti e dalla loro ricca tradizione di centri di riflessione sul futuro della nazione. Costruirà ogni tre mesi delle campagne tematiche all’interno delle quali verranno lanciate delle proposte snelle e operative intorno ad alcuni grandi problemi del paese. Rappresenterà un luogo d’ideazione, uno strumento di mobilitazione dell’opinione pubblica, uno spazio per pensare il futuro del paese.
Italia Futura affronterà i temi centrali e cruciali della vita degli italiani, ed uno di questi, la “mobilità sociale” è stato scelto come oggetto della prima campagna ed illustrato in sala nel corso della presentazione da Irene Tinagli, ricercatrice già membro della direzione nazionale del Pd, che ha curato il rapporto sull’argomento.

La “maschera” del buon samaritano, preoccupato per i problemi dei cittadini, indispettito dal fatto che il divario tra ricchi e poveri aumenti e con questo aumentino le diseguaglianze e la difficoltà di scalare la società, già usata da Diego Della Valle durante le puntate di Porta a Porta e Ballarò di qualche anno fa, collocata sul viso di Montezemolo appare ancora più grottesca. Così come la velleità di spendersi per il bene del paese non può che risultare ridicola da parte di un uomo che nel corso della propria (facile) carriera è sempre stato abituato a prendere dal paese, senza mai nulla dare.
Italia Futura non è nè sarà mai un’associazione di beneficenza e anche se con tutta probabilità non diventerà mai un partito, nasce con degli obiettivi ben precisi, facilmente individuabili anche solo leggendo fra le righe le dichiarazioni ammantate di buoni propositi esternate da Montezemolo. Italia futura non sarà un partito, ma mirerà a dirigere e guidare l’operato dei partiti di potere, orientando l’opinione pubblica affinché le garantisca una posizione dominante all’interno del rapporto di forze che verrà a crearsi con la politica. Italia Futura agirà dietro le quinte e non porterà rappresentati in parlamento, ma si spenderà per far si che i parlamentari votati all’interno dei partiti politici portino in parlamento gli interessi di Italia Futura, che saranno molto differenti e spesso addirittura antitetici rispetto a quelli degli italiani.
Se Italia Futura rappresenterà l’avvenire, si nutre la vivida sensazione che possa manifestarsi assai più greve del presente, poiché non c’è aguzzino peggiore di quello che continua a picchiarti dicendo che lo sta facendo soltanto per il tuo bene.

martedì 6 ottobre 2009

IL TRITACARNE GLOBALIZZATO


Marco Cedolin
Al fondo del sito web del Corriere della Sera, accanto alle valutazioni sui risultati auditel del “ciclone” D’Addario e alla notizia della finta lite fra Madonna e Lady Gaga, ieri si poteva leggere un interessante articolo che racconta la triste vicenda di una ragazza americana di 22 anni, ritrovatasi paralizzata dopo 9 mesi di coma, a causa dell’ingestione del “cibo spazzatura” acquistato in un supermercato.

Stephanie Smith, questo è il nome della sfortunata giovane del Minnesota, un paio di anni fa durante il barbecue domenicale, fece lo sbaglio di mangiare una polpetta di carne tritata contenente il micidiale E.Coli. Carne prodotta dalla multinazionale alimentare Cargill, con sede a Minneapolis e filiali praticamente in tutti i paesi del mondo, dall’Australia al Vietnam, dal Guatemala al Ghana, per arrivare alle 11 sedi presenti in Italia, dove risulta leader nella produzione e vendita di dolcificanti, amidi, aromi ed addensanti, oltre che del cibo per animali.
La carne mangiata da Stefanie Smith, che la stessa Cargill garantiva, tramite la scritta posta sulla confezione, essere selezionata e di prima qualità, una volta analizzata è risultata qualcosa di profondamente diverso da quanto garantito dalla multinazionale. Si trattava infatti di un amalgama nauseabondo (reso appetibile attraverso l’introduzione di additivi chimici) costituito da ritagli di mattatoio e grasso, centrifugati in un impianto del Wisconsin e provenienti da almeno altri tre stati americani e da un macello dell’Uruguay.
Mentre la ragazza stava lottando contro la morte nell’ospedale in cui era stata ricoverata, altre 940 persone si ammalarono, fortunatamente in modo meno grave, a causa di quelle stesse polpette, prima che la Cargill si vedesse costretta a ritirare 400 quintali di carne macinata dal mercato.

Il tragico caso di Stephanie Smith rappresenta solamente la punta dell’iceberg costituito dalla jungla in cui si dibatte il sistema di produzione e distribuzione alimentare statunitense, all’interno del quale manca non solo la capacità d’introdurre nuove regole, ma anche la volontà di fare rispettare quelle esistenti, dal momento che il rispetto delle regole comporterebbe degli esborsi economici ritenuti inaccettabili. Una jungla all’interno della quale ogni anno nei soli Stati Uniti, 70 mila persone contraggono agenti patogeni a causa dell’ingestione di cibo “spazzatura” prodotto dalle grandi multinazionali alimentari.

In Europa ed in Italia, grazie a leggi più severe e ad una maggiore cultura in fatto di cibo, la situazione è un poco migliore, anche se la globalizzazione sempre più spinta dei prodotti alimentari, unitamente alle sempre più scarse risorse economiche a disposizione dei consumatori, stanno drammaticamente avvicinandoci ogni giorno di più al modello americano. Come dimostrano i tanti casi di frodi alimentari, alcune delle quali anche di estrema gravità, che coinvolgono praticamente tutto il vecchio continente, senza risparmiare assolutamente il nostro paese.

A confermare la continua avanzata del “tritacarne globalizzato” nella conquista di nuove fette di mercato, ci sono un paio di notizie balzate agli onori della cronaca proprio in questi giorni, che riguardano l’Italia e la Francia, i due paesi forse più famosi nel mondo per la buona cucina ed il buon cibo.
A Pisa, a pochi passi da piazza dei Miracoli e dalla cupola del Battistero opera del Brunelleschi, dovrebbe aprire i battenti entro la fine dell’anno, nonostante le proteste della Confesercenti, un fast food della catena Mc Donald’s che sostituirà lo storico ristorante - pizzeria “il Giardino”.
A Parigi, all’interno del museo del Louvre, nonostante in molti abbiano storto il naso di fronte all’invadenza della gastronomia malata che diffonderà odori sgradevoli, verranno inaugurati il prossimo mese un ristorante ed una caffetteria gestite dalla catena MC Donald’s che intende in questo modo festeggiare i suoi 30 anni di presenza in Francia.
L’immagine dell’hamburger spazzatura che soppianta in maniera sempre più decisa le specialità gastronomiche locali, rende perfettamente il senso dell’omologazione al ribasso, imposta anche in campo alimentare dalla società globalizzata. Un’omologazione che mira a sradicare i cittadini dalla propria cultura e dalle proprie radici, nel tentativo di renderli “consumatori perfetti” per prodotti standardizzati di bassa qualità che possano venire veicolati con uguale successo in tutto il mondo, quasi si trattasse del mangime destinato agli allevamenti di polli in batteria.

lunedì 5 ottobre 2009

NON GRANDI OPERE MA CURA DEL TERRITORIO




Marco Cedolin

Trovatosi di fronte alla tragedia di Messina, dove alluvioni e frane hanno prodotto finora un bilancio di 25 morti e 38 dispersi, perfino il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, colto da un anelito di quel buon senso di cui generalmente difetta, è riuscito a stupirci, arrivando ad affermare quello che da troppi anni in tanti sosteniamo e scriviamo, nei reconditi anditi in cui ci è permesso esprimere le opinioni non “politicamente corrette”.
In sostanza non bisogna puntare su opere faraoniche, ma difendere con politiche e investimenti adeguati il territorio, per evitare che un nubifragio normale provochi decine vittime.

Si tratta senza dubbio di un concetto estremamente elementare, soprattutto in un paese come il nostro, dove il degrado del territorio ha raggiunto livelli tali da far si che praticamente ogni forte pioggia sia prodromica di alluvioni e frane, spesso catastrofiche. Un concetto elementare che però in Italia non è mai stato preso minimamente in considerazione, da una classe politica intimamente legata ai grandi interessi dei cementificatori, delle consorterie industriali e finanziarie ad essi collegate e dei maggiori gruppi editoriali da loro posseduti al fine di praticare l’orientamento del pensiero.

Così mentre a Messina si muore in mezzo alle macerie e al fango (e in molti altri luoghi si è morti e si morirà grazie all’incuria con cui viene gestito il territorio) la “politica” utilizza i miliardi razziati dalle tasche dei cittadini, per scavare le gallerie del TAV, dare vita ad un progetto folle come quello del Ponte (proprio) sullo Stretto di Messina, devastare le prealpi lombarde e le dolomiti con nuove autostrade, cementificare sempre più in fretta e sempre più in profondità un territorio che già versa in stato di grave malattia. Poco importa se la logica del buon senso imporrebbe di destinare quegli stessi miliardi (sembra averne preso coscienza perfino Napolitano) alla salvaguardia e non alla distruzione del territorio, perché l’unica cosa che conta sono i profitti delle multinazionali delle costruzioni (Impregilo, CMC e Astaldi sono solo tre dei tanti nomi) e di tutti i soggetti che costruiscono sul cemento la propria ricchezza.

Le parole di Napolitano, per una volta cariche di saggezza, sono così cadute nel vuoto di una classe politica ormai totalmente incapace di emanciparsi dal ruolo di funzionario al servizio dei grandi poteri industriali e finanziari. Qualcuno, come il leghista Castelli, rappresentante di un partito che almeno nell’immaginario popolare dovrebbe mantenere un forte legame con il territorio, è arrivato perfino a stizzirsi. Stizza che lo ha indotto ad affermare che la posizione di Napolitano sarebbe miope e figlia di una cultura tipicamente di sinistra, dopo essersi rallegrato per i 7 miliardi di euro spesi negli ultimi anni nel solo Veneto, proprio per la costruzione di grandi opere faraoniche (MOSE, TAV, strade ed autostrade) in larga parte devastanti per l’ambiente ed utili solo a rimpinguare le tasche dei general contractor.

Almeno per quanto concerne la miopia, l’inanità e l’assoluto spregio nei confronti del territorio, ci sentiamo in dovere di rassicurare Castelli, che in tema di grandi opere sembra un po’ confuso. Il cemento non ha colore politico e fino ad oggi in Italia è riuscito a fondere magicamente destra e sinistra all’interno della stessa “cultura” politica fatta di profitti realizzati sulle spalle dei contribuenti ed arricchimenti illeciti costruiti nell’ombra di troppe vittime innocenti.

giovedì 1 ottobre 2009

L'AUTOBUS CHE MANGIA LE POLVERI


Marco Cedolin
Lo scorso 30 settembre il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ha dichiarato l'intenzione della sua amministrazione d’introdurre massicciamente in tempi brevi un meccanismo che, montato sugli autobus cittadini, può essere in grado di assorbire le polveri sottili presenti nell’aria a causa dell’inquinamento.
Tale meccanismo, denominato sistema Luft, è già stato sperimentato sul tetto di un autobus che ha viaggiato per 18 giorni lungo le strade della Capitale, sembra con ottimi risultati. In particolare la sperimentazione, condotta anche con la partecipazione del dott. Stefano Montanari, direttore scientifico del laboratorio Nanodiagnostics di Modena, ha messo in luce la capacità del sistema di assorbire non solo le polveri di maggiori dimensioni (PM 10 e 2,5) ma anche le nanopolveri, estremamente più pericolose per salute in quanto in grado di penetrare all’interno dei tessuti umani e del sangue.

Il meccanismo (che potrebbe in futuro venire montato non solo sugli autobus, ma anche sui taxi, sui mezzi adibiti alla raccolta rifiuti ecc.) è basato su un sistema di filtrazione elettrostatica con tre celle ad alto rendimento alimentate dal mezzo stesso. L’esemplare montato sul tetto dell’autobus per la sperimentazione è stato in grado di filtrare 10 mila metri cubi di aria ogni ora, abbattendo le concentrazioni del particolato aerodisperso, con rendimenti nell’ordine del 90%.
Proprio i risultati della sperimentazione del sistema Luft, estremamente incoraggianti, soprattutto a fronte del fatto che il sistema sembra essere in grado di abbattere anche le nanoparticelle e non solamente le meno pericolose polveri sottili, hanno indotto il sindaco Alemanno ad investire cospicue risorse (dal momento che ogni impianto costerà circa 20 mila euro) per la seconda fase del progetto. Seconda fase durante la quale una decina di autobus, scelti fra quelli che coprono i percorsi oggetto di maggiore inquinamento, già individuati e segnalati ai cittadini, verranno equipaggiati con il sistema Luft.

Stupisce un poco constatare come proprio da un comune amministrato dal centrodestra (tradizionalmente la parte politica meno sensibile ai problemi ambientali) sia partito uno dei primi progetti mirati a contrastare concretamente l’inquinamento, attraverso un sistema che, perlomeno stando ai primi dati, sembra avere i numeri per farlo. Tutto ciò mentre la maggior parte delle amministrazioni delle grandi città italiane, molte delle quali di centrosinistra e con assessori dichiaratamente ambientalisti, continuano ad affrontare il grave problema dell’inquinamento, attraverso tutta una serie di contromisure tanto inefficaci quanto anacronistiche. Contromisure che vanno dal blocco del traffico alle targhe alterne, dall’introduzione del car sharing alla limitazione della circolazione alle auto più nuove (ma molte volte come nel caso del FAP perfino più inquinanti), per non parlare degli improbabili investimenti finalizzati all’affitto delle biciclette, in metropoli prive di piste ciclabili, come Torino, dove circolare in bici equivale ad attraversare a piedi un’autostrada.
Così come stupisce che sia proprio il Comune di Roma, una delle prime istituzioni in Italia a prendere coscienza, grazie alla collaborazione con il dott. Montanari, del problema costituito dalle nanopolveri, fino ad ora misconosciuto tanto dal legislatore quanto dalla politica.