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mercoledì 30 dicembre 2009

UN ANNO DI MISERIE


Marco Cedolin
Nel volgere indietro lo sguardo al 2009 che sta terminando è forte la sensazione di esserci soffermati troppo spesso a guardare la pagliuzza che allignava nell’occhio altrui, senza fare più di tanto caso alla trave conficcata nel nostro.

E’ stato l’anno della crisi economica, con il PIL di tutto l’Occidente in caduta libera come non accadeva da molto tempo. Una crisi rappresentata però dal circo mediatico con lo sguardo rivolto al paese immaginario del Mibtel e del Nasdaq e ben poca attenzione nei confronti del paese reale fatto di fabbriche che chiudono, disoccupati, famiglie ridotte sul lastrico. Una crisi, quella del paese immaginario, che nelle parole di politici ed economisti starebbe già volgendo al termine, simile ad una sfuriata temporalesca primaverile. Una crisi, quella del paese reale, che sta acuendosi sempre più, senza che si vedano i prodromi di un’inversione di tendenza, semplicemente perché nessuno si è sentito in dovere di analizzarne le vere cause (globalizzazione e modello di sviluppo) e adottare le opportune contromisure (mutamento radicale del modello di sviluppo) che sarebbero risultate politicamente scorrette e scarsamente gradite ai grandi poteri finanziari che attraverso la globalizzazione ed i licenziamenti stanno costruendo sempre nuovi profitti.

E’ stato l’anno del drammatico terremoto in Abruzzo, “usato” dal governo (che tutto sommato ha gestito discretamente la situazione) come vetrina all’interno della quale specchiarsi. E della tragica strage di Viareggio, dove decine di persone sono morte, bruciando come torce, a causa dell’esplosione di un convoglio ferroviario difettoso che durante la notte attraversava la stazione. Una strage, quella di Viareggio, presto colpevolmente dimenticata dai grandi media e dalla politica, in quanto sarebbe stato difficile spiegare agli italiani con quanto pressappochismo e mancanza di rispetto per le più elementari norme di sicurezza, viene gestito il trasporto delle sostanze altamente pericolose sulle rotaie ferroviarie. Ma anche l’anno delle frane e degli smottamenti, a cominciare dal disastro di Messina, causa della cementificazione selvaggia e dei mancati investimenti nella cura del territorio.

E’ stato l’anno della truffa della pandemia dell'influenza suina, utilizzata dai governi mondiali per ottenere un cospicuo trasferimento di denaro dalle tasche dei contribuenti a quelle di Big Pharma, attraverso l’acquisto di milioni di dosi di un vaccino tanto inutile quanto pericoloso, destinato ad ingrossare a breve la montagna di spazzatura che già ammorba il pianeta.

E’ stato l’anno del premio Nobel per la pace a a Barack Obama, già trasformatosi anzitempo nello scarafaggio di kafkiana memoria, pronto a spedire in Afghanistan 30.000 nuovi soldati, nonché a rinverdire l'ologramma del terrorismo per giustificare il prossimo raid americano nello Yemen. Ed è stato l’anno del massacro di Gaza, quando nel corso dell’operazione piombo fuso, di fronte al colpevole silenzio omertoso delle “democrazie” occidentali, l’esercito israeliano ha ucciso (con l’ausilio di un vasto campionario di armamenti) oltre 1400 cittadini palestinesi, in larga parte giovani e bambini.

E’ stato l’anno dell’entrata in vigore del Trattato di Lisbona che di fatto sovrascrive le varie costituzioni nazionali, rendendole simili a carta straccia e promuove a pieni titoli l’Europa dei banchieri e dei faccendieri senza scrupoli, annientando quella dei popoli.

E’ stato l’anno di Mauro Moretti, ad delle Ferrovie, che con cadenza mensile ha inaugurato
il nuovo TAV italiano, dispensando orari di fantasia che i treni sistematicamente non riescono a rispettare e nel contempo è riuscito a far toccare alle ferrovie italiane il punto più basso della loro storia, quando durante le recenti nevicate dicembrine di fronte al collasso del sistema (ormai ridotto in condizioni disastrose) non ha trovato di meglio che consigliare ai viaggiatori di portarsi appresso coperte e panini per affrontare le conseguenze del viaggio con Trenitalia.

Ma è stato anche l’anno delle veline e di Berlusconi, della D’Addario, di Marrazzo e dello scandalo trans, del crocefisso negato nelle scuole, della soppressione di una libertà di stampa mai esistita in Italia, del best seller “Papi” di Marco Travaglio alle prese col rinnovo del proprio contratto in RAI, delle primarie del PD, della “rivoluzione viola” del NO B Day, della FIAT “eroica” che investe all’estero ma chiude gli stabilimenti in Italia, della completata metamorfosi (ancora Kafka) dell’ex camerata Fini Gianfranco da pupillo di Almirante a pupillo del centrosinistra, della statuetta del Duomo lanciata da Tartaglia sul muso del Premier, della conversione del salapuzio Berlusconi dall’amore per il proprio ego a quello per il prossimo, di Bruno Vespa che litiga con Floris, “dell’erudito” Gianni Riotta che consiglia Wikipedia come punto di arrivo dell’informazione, dei soldati italiani che oltre a fare la guerra in Afghanistan presidiano le discariche e spalano la neve a Milano e di Nichi Vendola liquidato dal PD perché non piace a Casini.
Insomma, senza dubbio un ottimo viatico per il 2010 che sta arrivando, carico di grandi problemi e altrettanti specchietti per le allodole, costruiti con lo scopo precipuo d’indurci a spostare il nostro sguardo dall’altra parte, meglio se sulla schedina del superenalotto che proprio quest’anno ha festeggiato il record d’incassi.

lunedì 28 dicembre 2009

Cosa deve fare Ahmadinejad per ricevere il premio Nobel?


Marco Cedolin
Sempre più spesso negli ultimi anni l’Iran e Ahmadinejad vengono dipinti da giornali e TV come lo spauracchio dell’Occidente. Prima a causa delle parole dello stesso Ahmadinejad nei confronti d’Israele, opportunamente strumentalizzate dalla stampa occidentale, poi in virtù del programma nucleare civile iraniano, negli ultimi mesi in merito agli scontri di piazza, riguardo alla repressione dei quali gli Stati Uniti e la UE si sono sentiti in dovere di esprimere ferma condanna.
Il governo iraniano viene dunque descritto dai media occidentali come un regime e Almadinejad come un dittatore impopolare che reprime nel sangue la rivoluzione verde dollaro invocata dai candidati riformisti.
Ma le cose stanno veramente così o si tratta del solito ologramma creato dalla premiata ditta deputata all’orientamento del pensiero? Cerchiamo di capirne qualcosa di più tramite questa intervista a Mohamed Hassan che sembra essere un poco più informato rispetto ai pennivendoli e TG cabarettisti nostrani.
Intervista di Michel Collon e Gregorie Lalieu a Mohamed Hassan
Traduzione dal francese per resistenze.org a cura di C.T. del Centro di Cultura e Documentazione Popolare.
I media ci dicono che l’Iran rappresenta una grande minaccia. Come prova le dichiarazioni di Ahmadinejad su Israele e il suo programma nucleare. L’Iran è davvero un paese pericoloso?

Prima di tutto, dovete sapere che questo famoso programma nucleare è stato avviato durante il regime precedente, quello dello Scià. Con l’appoggio degli Stati Uniti! Inoltre, gli oppositori di Ahmadinejad all’interno e all’esterno del paese hanno portato avanti una campagna, sostenendo la volontà dell’Iran di entrare in guerra con Israele. È falso. L’Iran non vuole entrare in conflitto con nessuno. Vuole soltanto affermare la sua sovranità nazionale. La questione del nucleare deve essere considerata da questo punto di vista. Per il popolo iraniano rappresenta un diritto all’autodeterminazione.

Ma Israele si dichiara minacciato. E vero che Ahmadinejad nega l’Olocausto?

No. Ha riconosciuto che l’Olocausto è stato un avvenimento terribile, ma ha sottolineato il fatto che i responsabili di questo genocidio non ne hanno pagato il prezzo mentre i Palestinesi sì. Durante la Prima Guerra Mondiale, la Germania ha attaccato i suoi vicini e ne ha pagato le conseguenze. Per esempio, il Belgio è stato risarcito dalla Germania.

Qual è la vera posizione di Ahmadinejad ?
Egli sostiene che per stabilire quali siano i responsabili dell’Olocausto e farli pagare, si deve studiare questo tragico avvenimento e farne dibattito pubblico. Questo elemento essenziale è tenuto nascosto dalla campagna anti-Ahmadinejad: alcune persone gli fanno delle domande e poi rendono note le sue risposte estraendole dal contesto in cui sono state dette. Inoltre, il problema della responsabilità nell’Olocausto è diventata un tabù. Tutta questa propaganda contro Ahmadinejad mira a destabilizzare l’Iran.

Perchè ?

Noam Chomsky ha spiegato nel suo libro The Fateful Triangle che Israele, al tempo dello Scià, voleva costruire un’alleanza con l’Iran, la Turchia e l’Etiopia per stroncare il nazionalismo arabo nella regione. Oggi, Israele vorrebbe che in Iran ci fosse un governo condiscendente. L’obiettivo immediato della campagna contro Ahmadinejad è di interrompere le relazioni tra l’Iran da un lato e Hezbollah e Hamas dall’altro. Questo consoliderebbe la posizione di Israele su due fronti. Innanzitutto i paesi filo occidentali della regione in buoni rapporti con Israele (come l’Egitto e la Giordania) sarebbero rafforzati. Poi, in Palestina, la posizione di Abu Mazen uscirebbe rinforzata e le forze che vogliono resistere a Israele indebolite. Ecco le ragioni della campagna israeliana contro Ahmadinejad.

La questione palestinese e il programma nucleare non sono serviti ad Ahmadinejad come pretesti elettorali per riunire la popolazione intorno a sentimenti nazionalisti ?

Questo è quello che hanno sostenuto alcuni oppositori di Ahmadinejad durante la campagna. Sicuramente il popolo iraniano, che ha conosciuto le privazioni con lo Scià, è solidale con i palestinesi. Ma questo non ha potuto rappresentare un elemento cruciale nel determinare i risultati delle elezioni: non è la Palestina che da lavoro e cibo agli iraniani. In realtà, la visione politica di Ahmadinejad si rivolge allo Stato che, per lui, deve controllare tutto. È per questo che è stato eletto dai lavoratori e dai contadini, dagli operai nelle città: queste persone beneficiano dell’intervento statale e della sua politica economica. Al contrario, riformisti come Moussavi (che era sostenuto dall’Occidente) non sono d’accordo con questa visione.

Qual è la loro posizione?

Questi riformisti provengono dalla cosiddetta «borghesia del Bazar», una borghesia che esiste da molto tempo nei paesi islamici. È composta dai produttori artigiani associati ai contadini. Al tempo dello Scià, la borghesia del Bazar non era così importante, poiché il paese era dominato dalla borghesia compradora, che utilizzava l’apparato statale e le finanze del governo per commerciare con i paesi imperialisti attraverso l’import-export. I compradores non producevano nulla, non facevano altro che vendere dei prodotti. È per questo che l’economia irania è molto dipendente dall’estero.

A quell’epoca, la borghesia del Bazar non era sostenuta dai compradores, in modo che non disponesse di capitali e tecnologie. È per questo che essa ha sostenuto Khomeini durante la rivoluzione islamica del 1979. Il sistema economico iraniano è stato così trasformato e con lo sviluppo della borghesia del Bazar, a scapito di quella dei compradores, il paese è passato da uno statuto neocoloniale a un modello indipendente.

Le persone provenienti dalla borghesia del Bazar videro nella rivoluzione un’opportunità di utilizzare il capitale di Stato per fare un sacco di soldi. E oggi qualcuno di loro è miliardario! I riformisti come Moussavi, Rafsandjani o Khatami provengono da questo gruppo. Li si chiama «riformisti» non perché hanno idee progressiste ma perché vogliono cambiare il sistema economico attuale, riducendo l'intervento dello stato e lasciando più spazio alle privatizzazioni. Questo permetterà a qualcuno di loro di diventare ancora più ricco poiché l’Iran rappresenta un enorme mercato. Questa era la posta in gioco principale delle ultime elezioni e come si è già detto la maggior parte degli iraniani che beneficiano dell’intervento dello stato hanno scelto Ahmadinejad invece del «riformista» Moussavi.

Secondo voi, queste elezioni non sono state manipolate?

Certo che no. L’idea che sono state truccate arriva dalla propaganda gestita per isolare Ahmadinejad e stabilire in Iran un governo filo occidentale. È sufficiente analizzare qualche elemento per capire che quest’idea di frode non è seria. Innanzitutto, la Fondazione Rockefeller ha finanziato una ONG per realizzare un sondaggio d’opinione due settimane prima delle elezioni: Ahmadinejad era dato vincitore tre contro uno. In secondo luogo, i nostri media non hanno mai mostrato i dibattiti che sono stati organizzati durante la campagna elettorale in Iran: chiunque avrebbe potuto vedere che si trattava di dibattiti molto aperti e avrebbe potuto capire meglio perché Ahmadinejad è stato eletto dai lavoratori. In terzo luogo, ci si potrebbe domandare: chi sono coloro che sostengono che c’è stato un broglio elettorale in Iran? Perché gli Stati Uniti non si interessano alla democrazia negli Emirati? Perché non c’è una campagna contro l’Afghanistan dove le elezioni sono state chiaramente truccate? Etc…

Per rispondere a queste domande, si deve comprendere che a seconda degli interessi imperialisti, le elezioni sono definite buone o cattive. Infine, il popolo iraniano ha visto cosa le forze imperialiste hanno fatto in Iraq, in Afghanistan e in Pakistan. È anche una delle ragioni per cui gli iraniani hanno scelto Ahmadinejad, che costruisce un’alleanza antimperialista con paesi come la Cina o la Russia. Al contrario, i riformisti, definiti più «pragmatici», sono in realtà pronti a stabilire buoni rapporti con i paesi imperialisti per commerciare con loro.

Hillary Clinton ha recentemente ammesso che gli Stati Uniti hanno incoraggiato il movimento di opposizione iraniano dopo le elezioni. Ma non era la prima volta che Washington interveniva nella politica dell’Iran, non è così?

Nel 1953, in effetti, la CIA ha rovesciato il Primo Ministro Mossadegh. Lui era stato eletto per le sue idee nazionaliste e progressiste. Nel 1951, ha nazionalizzato l’industria petrolifera, provocando l’ira degli interessi anglosassoni nella regione. Un’operazione orchestrata dalla CIA ha sostituito Mossadegh con Mohammad Reza Pahlavi, lo Scià, che ha difeso gli interessi imperialisti nella regione per molto tempo.

Per gli Stati Uniti era molto importante avere un alleato in Iran, dal momento che il Golfo era stato a lungo dominato dall’impero britannico. Ma, quest’ultimo, dopo gli anni sessanta, si è indebolito e gli inglesi non avevano più i mezzi per finanziare le loro posizioni strategiche in questa regione. Quando hanno lasciato il Golfo, gli Stati Uniti temevano che l’influenza dei sovietici e il nazionalismo arabo avrebbero colto l’occasione per rinforzarsi. È per questo che Washington ha utilizzato lo Scià per interpretare il ruolo del gendarme nella regione e difendere i suoi interessi. Lo Scià ha beneficiato del denaro del petrolio per costruire un’enorme potenza militare e un servizio di informazione solido e spietato: il Savak. In quel momento, due forze si fronteggiavano nella regione: i rivoluzionari, che acquisivano sempre più legittimità tra le masse, come il governo di Nasser o la rivoluzione repubblicana in Yemen; dall’altro lato i filo imperialisti come il regime wahabita saudita, il governo del Kuwait o della Giordania. La dittatura militare creata dallo Scià con l’aiuto degli Stati Uniti ha contribuito fortemente alla vittoria delle forze filo imperialiste.

Quale era la situazione in Iran sotto la dittatura dello Scià?

Il popolo iraniano ha sofferto molto sotto questo regime. Come ho già detto, il paese era comandato dalla borghesia compradora, gestita da monarchi feudali e da un regime militarista, in uno Stato semi-coloniale senza la minima volontà di costruire un’industria nazionale. La borghesia nazionale era molto debole e la maggioranza della popolazione era composta da contadini, piccola borghesia e piccolo proletariato. Le differenze sociali erano enormi. Alcuni erano più ricchi di tutto quello che si può vedere a Beverly Hills; al contrario, molti iraniani non avevano mai visto il colore di una scarpa. È per questo che la maggioranza del popolo iraniano ha sostenuto la rivoluzione islamica del 1979 che ha rovesciato lo Scià. La diversità tra le classi sociali, ecco in realtà l’unico modo di capire l’Iran prima e dopo la rivoluzione.

Come si è sviluppata la rivoluzione? Come l’Iran ne è stato trasformato ?

Sicuramente, a causa delle enormi differenze tra le classi sociali, alcuni partiti e associazioni volevano cambiare il sistema. Il più importante di questi partiti è stato a lungo il partito comunista «Toudeh». Lo Scià li ha contrastati con forza, ma il suo più grande errore è stato probabilmente quello di lasciare sviluppare l’organizzazione dei Mojahedin del popolo iraniano (OMPI). Questi, si ispiravano alla teologia della liberazione (America Latina), combinando un’analisi marxista delle classi con il pensiero islamico. Lo Scià riteneva che l’introduzione di una nuova teoria, che combinava Marx e Islam, avrebbe ridotto l’influenza del suo principale nemico, il comunismo. Ma l’OMPI era in realtà più di un partito, dal momento che i suoi aderenti avevano una visione realista, come i sandinisti in Nicaragua. Sono diventati popolari e molto influenti. Tuttavia, per rovesciare lo Scià, mancava loro un leader. È per questo motivo che vollero servirsi di Khomeini (che allora era esiliato in Francia), poiché era un leader carismatico e antimperialista. Ma Khomeini aveva un proprio progetto. Così quando fu rovesciato lo Scià, egli affermò subito la sua ideologia e prese il potere. Tale avvenimento ha creato delle tensioni con i Mojahedin del popolo. Le due parti si affrontarono e infine Khomeini s’impose, godendo anche dell’appoggio della borghesia del Bazar.

Qual era la visione di Khomeini?

Per Khomeini il potere deve ritornare ai popoli del terzo mondo, oppressi dall’imperialismo. Voleva creare un fronte unito dei popoli e sostenne, ad esempio, i sandinisti in Nicaragua. In questo modo, l’Iran è passato da Stato neocoloniale a Stato indipendente. La prima misura del governo è stata di nazionalizzare il petrolio proprio come aveva fatto Mossadegh. Ha sostenuto la necessità di un parlamento e di un controllo su di esso in base alla religione e all’indipendenza nazionale: la Guida Suprema.

Dal momento che la candidatura alle elezioni deve essere approvata dalla Guida Suprema, il sistema politico iraniano è davvero democratico?

La definizione di democrazia è essa stessa una grande domanda. In Iran c’è una democrazia di tipo occidentale, una democrazia di Stato borghese? Certo che no. La Guida Suprema controlla il sistema politico iraniano ma sarebbe ingenuo credere che le elezioni dei paesi occidentali sono esempio di una democrazia migliore. Le elezioni qui da noi si fanno in base a forze che si trovano dietro ai partiti e che non si vedono direttamente. L’Iran è una repubblica islamica e tutti i partiti devono quindi basarsi sulla religione. I partiti laici sono visti come un’invenzione occidentale che potrebbe dividere il popolo e minacciare la sovranità nazionale del paese.

È proprio questa indipendenza iraniana che infastidisce i paesi imperialisti. Essi non hanno in realtà alcun problema con il fatto che l’Iran sia uno Stato islamico. L’Arabia Saudita è uno Stato islamico dove non ci sono elezioni e i paesi imperialisti non se ne preoccupano affatto poiché l’Arabia Saudita è un paese amico. Il vero problema è che l’Iran ha una visione indipendente
della sovranità nazionale. Immaginiamo che Ahmadinejad abbandoni la sua idea di indipendenza nazionale e adotti un sistema dove gli interessi imperialisti vengano difesi come in Arabia Saudita: riceverebbe sicuramente il Premio Nobel!

martedì 22 dicembre 2009

PORTATEVI COPERTE E PANINI!


Marco Cedolin
Il freddo e la neve caduta abbondante in tutto il Centro Nord nel corso di questa settimana prenatalizia, hanno messo impietosamente al tappeto il servizio ferroviario italiano che ormai da molti anni si regge con le stampelle, fidando nella bonomia e troppa comprensione dei viaggiatori ormai avvezzi a sopportare stoicamente ogni genere di disagio.
In questo cadere al tappeto delle ferrovie, che nell’ultimo ventennio sono state abbandonate a sé stesse nell’ottica del progressivo disfacimento, a causa di amministratori incapaci e della decisione di destinare alla truffa dell’alta velocità la quasi totalità degli investimenti, si sono toccate punte di una tale gravità da indurre anche il più presuntuoso e tronfio fra i dirigenti a prostrarsi in ginocchio, proferendo scuse con il capo cosparso di cenere.

Risulta praticamente impossibile stilare un riassunto completo di quanto accaduto in questi ultimi giorni sulla rete ferroviaria, fra migliaia di treni soppressi, spesso senza neppure avvertire i viaggiatori in tempo utile. Decine e decine di convogli bloccatisi improvvisamente in mezzo alla neve per guasti tecnici, lasciando per ore i passeggeri intrappolati al freddo e al buio senza corrente elettrica. Caos generalizzato nelle stazioni, dove i viaggiatori privi di qualsiasi informazione si sono ritrovati accampati come in un campo profughi in attesa di un treno che non sarebbe arrivato mai. Ritardi generalizzati che hanno raggiunto in molti casi il senso del ridicolo, giungendo perfino a superare i 700 minuti, una mezza giornata per intenderci.

Solo per citare qualcuno fra i casi più eclatanti che sono stati portati a conoscenza della pubblica opinione (molti purtroppo sono rimasti relegati nelle cronache dei giornali locali o nei racconti indignati di chi li ha vissuti in prima persona) occorre partire dalla stazione Termini di Roma, non proprio la stazioncina isolata di un paesino di montagna. Stazione Termini dove la notte fra il 20 e il 21 dicembre oltre 600 passeggeri, stanchi e disorientati per essere rimasti totalmente abbandonati dalle ferrovie dopo la soppressione di treni per cui avevano pagato il biglietto, si sono ritrovati accampati all’interno di una struttura deserta, dove erano chiusi anche i bar. Poi dirottati dopo l’intervento del 113 all’interno di una saletta priva di riscaldamento e con i bagni fuori servizio. Infine spostati alle 4 del mattino su un convoglio con il riscaldamento spento ed i bagni rotti, ad attendere in ibernazione che il treno partisse, prima di prendere consapevolezza del fatto che in realtà non sarebbe partito mai, poiché soppresso quando già si era fatto giorno. Fra loro anche una mamma che doveva portare il figlioletto al Gaslini di Genova per un trapianto, molte persone che si sono sentite male per il freddo e si sono viste costrette a vomitare per terra a causa della mancanza di un bagno, altre che sono andate nel panico e hanno avuto una crisi dei nervi.

Non è andata molto meglio, sempre la sera del 21 dicembre, ai 200 passeggeri del treno regionale Venezia – Udine, partito con 35 minuti di ritardo e poi bloccatosi appena fuori dalla stazione di Mestre per un guasto al pantografo. Abbandonando per 4 ore i viaggiatori al proprio destino, nelle carrozze al buio e senza riscaldamento, con una temperatura esterna di 10 gradi sottozero, prima che un vecchio locomotore diesel riportasse indietro il convoglio ed i passeggeri, per ricominciare daccapo una nuova avventura.
E non si è trattato di un viaggio di piacere neppure per i passeggeri di due TAV Frecciarossa, imprigionati per mezz’ora al buio all’interno delle gallerie del Mugello prive di tunnel di soccorso, quelle riguardo alle quali in una vecchia puntata di Exit, Moretti aveva definito si pericolose, ma sempre molto meno dell’autostrada A1 che annualmente fa decine e decine di vittime.
A fare loro compagnia i passeggeri che il 21 dicembre dovevano recarsi da Milano a Parma, il cui treno annoverava 500 minuti di ritardo, quelli diretti a Roma, con 445 minuti di ritardo, i viaggiatori che non si contano, costretti ad attese di ore in mezzo alla campagna su convogli senza il riscaldamento funzionante, quelli costretti a viaggiare in piedi, perché i sedili erano bagnati e nevicava nelle carrozze, quelli in attesa sulla banchina che hanno visto il treno tirare dritto, perché le porte non si aprivano a causa del gelo, quelli che hanno atteso per ore un treno che il tabellone dava con ritardo “indefinito”.

Nonostante il disastro delle ferrovie sia stato tale da rimanere nella memoria per lungo tempo, anche una debacle di questo genere non sembra essere stata in grado di scalfire l’arroganza dell’ad Mauro Moretti, l’uomo sponsor del TAV Frecciarossa, da lui inaugurato a cadenza mensile con tanto di orari record validi solo per i viaggi inaugurali.
Moretti infatti, dopo aver reso noto che per i disservizi non ci saranno rimborsi, poiché le colpe sono del freddo e della neve e non certo delle Ferrovie, non si è sentito assolutamente in dovere di chiedere scusa ai viaggiatori, ma al contrario li ha invitati a portarsi da casa coperte e panini per meglio affrontare i “problemi” del viaggio che a suo dire sono comuni in tutta Europa. Aggiungendo a queste “sensate” parole la minaccia di tagliare il 50% dei treni e premurandosi di precisare che lui “non è un coglione”.Il ministro dei Trasporti Matteoli si è affrettato a coprirgli le spalle, affermando che le improvvide parole di Moretti sono conseguenza dello stress cui è sottoposto in questi giorni, quasi avesse passato la notte nella stazione Termini pure lui.
Il bravo Paolo Toretta, in un articolo sul Corriere Della Sera lo ha sbugiardato pubblicamente, dimostrando come in Finlandia il servizio ferroviario funzioni perfettamente anche con la neve e temperature fino a 30 gradi sottozero, utilizzando oltretutto fra gli altri i treni veloci Pendolino prodotti in Italia, prima che la politica decidesse di sopprimerli, in quanto avevano il difetto di correre ai 250 km/h sulle linee tradizionali e non sarebbero stati funzionali ai profitti della mafia del cemento e del tondino che abbisognavano della costruzione di nuove infrastrutture.

domenica 20 dicembre 2009

CALA IL SIPARIO SUL TEATRINO DI COPENHAGEN


Marco Cedolin
Centoventi capi di stato, diretta emanazione di banche e multinazionali, chiusi dentro a un fortino a disquisire dei disastri ambientali prossimi venturi, determinati dal modello di sviluppo che loro stessi hanno creato, al fine di garantire sempre maggiori profitti ai propri padroni.
Disastri che la maggior parte di loro non vedrà mai, dal momento che per evidenti ragioni di età si sarà accomiatata da questo mondo prima che la barca affondi.

Molte migliaia di giovani fuori al gelo, decisi a contestarne l’operato presente e futuro. Giovani che con i disastri ambientali e le loro conseguenze dovranno fare i conti, consapevoli del fatto che si tratterà di conti “salati” perché qualcuno ha rubato loro la prospettiva di godere di un avvenire sereno.

A frapporsi fra i due contendenti qualche migliaio di poliziotti, impegnati nell’esercizio di bastonare i giovani affinché non disturbino e serva loro di lezione. Contornati da migliaia di giornalisti, gran parte dei quali pennivendoli senza pretese, deputati raccontare menzogne di ogni sorta che risultino funzionali alla fame di profitto futura dei padroni di cui sopra.

A ben guardare il vertice di Copenhagen sui cambiamenti climatici potrebbe essere tutto raccolto in queste immagini, sospese fra l’inanità di chi ha mangiato in maniera bulimica fino a scoppiare, depauperando le risorse del pianeta e pregiudicando lo stato di salute della biosfera, e la volontà di reagire di chi si è visto precipitare nella prospettiva di un futuro fatto di carestie, aria irrespirabile, fiumi marcescenti e acqua imbevibile, all’interno del quale “sopravvivere” per buona parte della propria vita.
Un confronto impari, perché i primi detengono il potere e continueranno a venire rappresentati nell’immaginario collettivo come le “anime buone” che vogliono salvare il mondo. I secondi non detengono un bel nulla e continueranno a venire stigmatizzati come facinorosi e giovinastri che protestano e non hanno voglia di lavorare, nonostante il progresso e lo sviluppo abbiano ormai creato un posto al call center a 400 euro al mese per tutti.

Nella commedia buonista e qualunquista del vertice di Copenhagen, di curiosità se ne possono trovare anche altre, tutte a modo loro interessanti, da leggere sullo sfondo della completa inutilità manifestata da una kermesse di questo genere.
Impossibile non sottolineare ancora una volta la mistificazione portata avanti, avallando l’assurto in virtù del quale la CO2 sarebbe di gran lunga l’agente inquinante più pericoloso ed il vero unico responsabile dei mutamenti climatici presenti e futuri. Unita alla profonda omertà manifestata nei confronti di tutti gli agenti inquinanti, diossina, metalli pesanti, particolato, nanopolveri, benzene,elementi radioattivi, che le attività umane producono in enorme quantità ogni giorno, avvelenando il pianeta e la popolazione che lo abita.
Così come è impossibile non mettere in evidenza la contraddizione insita in un vertice di questo genere, organizzato con il “nobile” scopo di combattere l'inquinamento, ma che, come in molti hanno sottolineato, ha inquinato esso solo in due settimane tanto quanto un paese come il Marocco nel corso di un anno. Grazie alla presenza, oltre ai 120 capi di stato con i loro entourage, di oltre 50.000 persone solo fra delegati e giornalisti, con relativa movimentazione di 1200 auto con autista, 140 jet privati e una quantità enorme di spostamenti in taxi ed auto a nolo, viaggi in aereo e in treno e soggiorni in hotel. Unitamente alla mobilitazione d’ingenti reparti di polizia con relativi automezzi e perfino alla costruzione di un carcere temporaneo all’interno di un deposito di birra dismesso.

Tutto il teatrino “impegnato” a combattere CO2 e mutamenti climatici si è inoltre concentrato solo ed esclusivamente sull’aspetto economico della questione, quasi l’essere umano non necessitasse di mangiare, bere e vivere in un ambiente il quanto più possibile sano ed incontaminato, ma fosse simile ad un androide che per sopravvivere deve “ingerire” qualche dollaro al giorno e nulla più. Così si sono trasformate in dollari le previsioni delle potenziali sciagure imminenti, in dollari i potenziali milioni di vittime delle stesse, in dollari gli eventuali rimedi, che sempre attraverso i dollari dovrebbero essere in grado di ripristinare gli equilibri naturali perduti.
E anche la conclusione ingloriosa del vertice, terminato con l’accordo di rinnovare la penosa kermesse il prossimo anno a Città del Messico, ha prodotto come unico risultato un movimento di denaro, sotto forma della promessa di 100 miliardi di dollari da stanziare in favore dei paesi poveri, sotto la gestione di quelle stesse banche e multinazionali che hanno diretto i lavori del vertice e con tutta probabilità intendevano conseguire l’unico obiettivo di travasare nelle loro tasche nuove quantità di denaro dei contribuenti, a fronte di una sceneggiata di sicuro effetto mediatico.

venerdì 18 dicembre 2009

IL FLOP DEL FREACCIAROSSA



Oggi parliamo del Freccia Rossa, l’opera più grande del dopoguerra secondo il Governo.

Il nostro paese aveva davvero bisogno del Treno ad alta velocità per collegare Milano – Roma, oppure era meglio usare i soldi per migliorare e rendere efficiente la rete ferroviaria esistente?

I pendolari hanno avuto vantaggi dal TAV?
Soprattutto la TAV è davvero come la dipinge la Televisionee?

Ne parliamo con Marco Cedolin, scrittore e studioso di economia, ambiente e comunicazione, è fra i soci fondatori del Movimento per la Decrescita Felice di Maurizio Pallante e fa parte del Movimento NO TAV valsusino.

INTERVISTA INTEGRALE da Lapillolarossa

mercoledì 16 dicembre 2009

SI E' PERSO IL SENSO DELLA MISURA


Marco Cedolin
Per molti versi la vicenda della statuetta gettata violentemente in faccia al presidente del Consiglio Berlusconi da parte dello sconosciuto Massimo Tartaglia sembra molto più simile ad un punto di partenza, piuttosto che non ad uno di arrivo, come invece sarebbe stato logico augurarsi.
La partenza di una stagione di odio che rischia di travalicare l’ambito del confronto civile, sia pur condotto con toni alti, per sfociare nella violenza, quella vera. Anziché il terminale di tutta una serie di tensioni che da molti mesi ammorbavano il confronto fra governo ed opposizione, con pesanti responsabilità di entrambe le parti.

Senza dubbio fin dai primi momenti susseguenti al ferimento, la maggioranza nell’analizzare l’episodio ha tentato di sfruttarlo a proprio uso e consumo. Presentandolo come un tentativo di assassinio, mentre forse non era proprio così. Stigmatizzando l’opposizione urlata che avrebbe “armato” la mano di Tartaglia, che invece avrebbe potuto essere semplicemente uno psicopatico armato dalla propria malattia. Esaltando le virtù e lo spirito stoico del Cavaliere che viene odiato nonostante si prodighi per il bene del paese. Enfatizzando l’affetto della gente accorsa al capezzale, quasi si trattasse di un martire. Criminalizzando e creando un caso intorno ai deficienti che sul web inneggiavano a Tartaglia e auspicavano l’uccisione di Berlusconi, mentre i deficienti sono sempre esistiti in ogni epoca e l’idiozia non è certo un prodotto di facebook o del web, né tanto meno un appannaggio di chi contesta Berlusconi, fra le cui fila i deficienti rappresentano oltretutto un’esigua minoranza.

L’opposizione dal canto suo ha tentato di ridimensionare il danno derivante da un’aggressione violenta che avrebbe potuto farle perdere consensi. Ha espresso in massa solidarietà a Berlusconi, sia pure con qualche eccezione di rilievo come Di Pietro e Rosi Bindi. Ha messo in evidenza il tentativo del governo di strumentalizzare il pur grave fatto accaduto. Ha enfatizzato il progetto di Maroni di contrastare i deficienti sul web, ventilando l’ipotesi di un disegno di censura su internet ancora tutto da dimostrare.

Fino a questo punto sembravano esistere tutte le prerogative perché, nell’alveo degli inviti ad abbassare i toni ripetuti più volte dal Presidente Napolitano, l’impatto della statuetta del Duomo con il viso di Berlusconi potesse rappresentare il punto di arrivo di un confronto urlato destinato a stemperarsi con l’apporto del buon senso.
Questa mattina però sul Messaggero si può leggere l'intervista ad Antonio Di Pietro che riporto integralmente:

ROMA (16 dicembre) - «Tutte le tv stanno lavorando per criminalizzare l'IdV, Annozero, il gruppo Espresso, pure l'Unità: vogliono trovare gruppi e persone da colpire - dice il leader dell'Idv, Antonio Di Pietro - Dietro questo atteggiamento ci sono chiari messaggi mafiosi. Chi deve capire poi capisce. Vogliono l'annientamento politico e fisico degli avversari politici». Di Pietro accusa Berlusconi e maggioranza di fascismo e sottolinea il ruolo di "Resistenza" dell'Idv affermando che «senza partigiani» non sarebbe stato possibile «eliminare» il Duce. All'osservazione che così non si abbassano i toni, il leader dell'Idv replica: «Loro li hanno alzati fino alle minacce fisiche, Cicchitto ha dato indicazioni sulle persone da colpire. Si scambia la vittima per l'aggressore, quando c'è un governo fascista e piduista per fortuna c'è qualcuno che inizia a fare resistenza». Al giornalista che obietta che in Italia non c'è il fascismo, Di Pietro risponde: «Scusi, ma quando c'era il Duce, la colpa era di chi denunciava o di chi limitava la libertà? Ci si poteva liberare di lui senza i partigiani?. La democrazia c'è solo con la pluralità dell'informazione, e in Italia è controllata, la magistratura è ridotta all'impotenza, la Corte costituzionale è accusata di guerra civile. L'unica differenza è che non c'è l'olio di ricino. Se c'è il fascismo prima o poi qualcuno spara... Non si faccia confusione. La nostra è una resistenza democratica e pacifica. Chi minaccia sono loro, che criminalizzano le opposizioni». I suoi toni la allontanano dal Pd? «Al contrario, serve un nuovo Cln, anche con Casini, per liberarci dell'anomalia piduista. Io non abbandono il fronte».


Personalmente nutriamo la convinzione che dichiarazioni come quelle rese da Antonio Di Pietro rappresentino al contrario il tentativo di trasformare l’aggressione di Massimo Tartaglia in un punto di partenza di una spirale di odio senza senso che potrebbe condurre il paese in acque ben più pericolose di quelle burrascose attraverso le quali navighiamo già adesso.
La volontà di rappresentare un mediocre governo (al pari di tutti quelli che lo hanno preceduto) scelto legittimamente dagli elettori nella reincarnazione del fascismo di Mussolini ci pare totalmente priva di senso. Soprattutto nell’anno del signore 2009, allorquando la stragrande maggioranza dei problemi, delle leggi e dei provvedimenti rivestono un carattere transnazionale e l’Italia è inserita all’interno della UE, della quale, anche grazie al voto di Di Pietro, condivide la Costituzione.
Così come totalmente privi di senso ed altamente pericolosi risultano i richiami alla guerra civile ed alla resistenza, trasposti in una realtà come quella dell’Italia di oggi, martoriata dalle lobby finanziarie e dalle multinazionali senza scrupoli. Dominata dall’egemonia americana, affamata dalle delocalizzazioni selvagge e dilaniata dai mentori della crescita e dello sviluppo che cementificando senza posa il territorio hanno reso l’aria irrespirabile ed annientato il nostro futuro.
Una resistenza che stando alle parole di Antonio Di Pietro dovrebbe portare ad una nuova guerra civile, dove a capeggiare il nuovo Cln si porrebbero lui, il PD e Casini, fino all’annientamento del nemico, piduista e fascista ed alla liberazione dell’Italia dal governo che gli italiani hanno scelto in elezioni democratiche.
Berlusconi non ci piace e non ci è mai piaciuto, ma ci piacciono ancora meno le guerre civili ed i condottieri che si autoproclamano come liberatori, senza essere stati deputati a farlo da nessuna volontà popolare. La strada intrapresa da Antonio Di Pietro ci sembra essere la peggiore possibile, in sé ben più pericolosa del gesto di Tartaglia e non ci resta che sperare che al momento della partenza per la guerra civile si ritrovi da solo, armato di una statuetta e nulla più.

IL FRECCIAROSSA HA FATTO FLOP


Marco Cedolin
E’ un vero peccato che ieri a Torino in occasione della prima “prova su strada” del TAV Frecciarossa in una giornata lavorativa non fossero presenti Moretti, Cipolletta, Berlusconi (unico assente giustificato), Chiamparino, Mercedes Bresso, Salvatore Ligresti e John Elkan.

E’ un peccato perché tutto il gotha della politica e dell’economia, pronto a tessere le lodi del mirabolante sistema TAV italiano, dispensando tempi da fantascienza durante il party del viaggio inaugurale, con l’ausilio della stampa compiacente, avrebbe potuto toccare con mano la felicità dei pendolari “forzati” di quel Frecciarossa che stando alle parole di Gian Antonio Stella dovrebbe volare come un aereo e pure degli altri che ancora calcano le poche carrozze dei treni regionali superstiti.

I Frecciarossa di giornata non hanno infatti rispettato gli orari pubblicizzati da Moretti sui grandi media e hanno accumulato sistematicamente ritardi variabili dai 10 fino ai 50 minuti, traducendo nella realtà tempistiche molto lontane dai record promessi dai pifferai. Il tutto fra le proteste dei viaggiatori che dopo avere pagato il salatissimo biglietto per un’alta velocità riscontrabile solo sulla carta, si sono anche ritrovati costretti a viaggiare in piedi a causa del sovraffollamento dei convogli, conseguente al completo flop nell’organizzazione del servizio e nell’applicazione dei nuovi orari.

I treni soppressi, al fine di costringere i passeggeri a “scegliere” il TAV ormai non si contano più e tutti i diretti per Venezia, Trieste, Bari e Lecce sono soltanto le ultime vittime. Sui pochi convogli superstiti viene sistematicamente ridotto il numero dei vagoni ( ufficialmente per risparmiare attraverso la riduzione del personale di bordo) con la conseguenza di poter ospitare sempre meno viaggiatori.

Gli oltre 60.000 pendolari che ogni giorno hanno bisogno del treno per recarsi al lavoro, non sembrano somigliare per nulla al MiTorinese mutante tanto caro ad Egle Santolini.
Anzi al contrario stanno scendendo sul piede di guerra per domandare rispetto nei confronti della loro condizione di vittime della degenerazione del servizio ferroviario e da ieri anche dell’ologramma di quel Frecciarossa che le Ferrovie stanno usando per aumentare il prezzo dei biglietti e tentare di giustificare in qualche modo i troppi miliardi dilapidati senza una ragione.

domenica 13 dicembre 2009

GROTTESCO


Marco Cedolin
Se è vero che al peggio non c’è mai fine, basta volgere gli occhi alla cronaca di questa ultima settimana, per cogliere in pieno lo stato di progressiva degenerazione che sta coinvolgendo un po’ tutto il tessuto della società, a prescindere dal fatto che alcune sue parti non perdano occasione per autoproclamarsi la parte “civile” della stessa.

Barack Obama, il presidente americano osannato come il nuovo messia da parte di tutta la stampa nazionale ed internazionale al momento della sua elezione, è andato ad Oslo a ritirare il Nobel per la Pace, nonostante per “guadagnarselo” abbia provveduto ad inviare in Afghanistan oltre 30.000 nuovi soldati con il compito precipuo di fare la guerra. Conscio dell’evidente cortocircuito logico esistente alla base della sua premiazione, non ha trovato di meglio che avventurarsi in una improbabile dissertazione sulle guerre “utili”, necessarie proprio per costruire la pace, dimostrando di avere una visione molto originale di cosa siano in realtà la guerra e la pace. Ma in tutta evidenza anche ad Oslo sono degli originali, se hanno deciso di premiare il responsabile delle future carneficine, senza neppure premurarsi di addurre qualche ragione plausibile che sostentasse la loro decisione.

A Copenaghen si è aperto il vertice sul clima, una kermesse penosa durante la quale i vertici politici degli stati che governano il mondo, contornati dai dirigenti delle lobby che li sostengono e dirigono, fingeranno di preoccuparsi per la grave situazione in cui versa la biosfera, martoriata in maniera sempre più massiccia dall’aggressione della tecnosfera. Un teatrino dell’assurdo, all’interno del quale uomini politici incravattati disquisiranno amabilmente fra una tartina al salmone e un bignè alla panna, riguardo al modo migliore di capitalizzare in termini di profitto di banche e multinazionali, l’allarme lanciato ed il business verde che ne conseguirà. Il tutto ostentando serafica calma e facendo riferimento ad un asse temporale che arriva al 2050, quando la maggior parte di loro avranno smesso da tempo di calcare il suolo di questo disgraziato pianeta.
Curioso come a Copenaghen l’unica preoccupazione continui a rimanere la quantità delle emissioni di CO2, quasi tutti gli altri agenti inquinanti e cancerogeni prodotti dall’attività dell’uomo non esistessero neppure.
E ancora più curiosa la pretesa del gotha delle “menti pensanti” mondiali di ottenere una fantomatica quadratura del cerchio, continuando a sponsorizzare il paradigma della crescita infinita all’interno di un mondo finito, semplicemente fingendo d’ignorare la reale consistenza del muro contro il quale l’umanità sta per sbattere la testa. Un muro che viene sistematicamente “raccontato” nelle maniere più fantasiose con l’ausilio di un folto manipolo di scienziati compiacenti costretti a stare al gioco perché tengono famiglia.

In Italia la nuova inaugurazione (la seconda in una settimana) del TAV Frecciarossa, allegata alla menzogna secondo cui la linea sarebbe completata, è stata l’occasione per un aumento generalizzato del prezzo dei biglietti, unitamente ad un altrettanto generalizzato taglio di convogli, finalizzato a “costringere” i passeggeri ad usufruire obbligatoriamente dell’alta velocità che altrimenti, anche a causa dei costi, resterebbe cosa per pochi intimi.

Ancora in Italia, mentre il Papa, i Cardinali ed i Vescovi fanno a gara con Napolitano nel dispensare sermoni costruiti sul nulla ed intrisi di retorica, continua a tenere banco la tenzone infinita fra detrattori e sostenitori di Silvio Berlusconi. Convinti, i primi, che qualunque problema del paese sia una conseguenza della presenza del Cavaliere alla guida del governo. Convinti, i secondi, che davvero il governo si stia prodigando per costruire un’Italia migliore.
Il problema maggiore (oltre alla noia connaturata nell’annosa diatriba) è costituito tanto dalla reale natura di un’opposizione così indecifrabile ed articolata da arrivare a spaziare da Montezemolo e De Benedetti fino alla CGIL e ai centri sociali dell’estrema sinistra, passando attraverso il giustizialismo di Di Pietro, le Coop del PD e le smanie di rinascita democristiane di Casini e Rutelli. Quanto dagli argomenti utilizzati da parte di codesta opposizione per tentare di mettere alle corde il governo. Non critiche e proposte alternative concernenti le questioni focali oggi presenti nel paese, lavoro, economia, ambiente, grandi opere, dal momento che se si escludono il Ponte sullo Stretto e il nucleare la maggior parte degli attori mantengono posizioni in tutto e per tutto identiche a quelle portate avanti dal governo stesso. Bensì attacchi mirati e continuativi rivolti alla “persona” Berlusconi, attraverso cabarettistiche questioni di escort e veline, macchiettistiche rappresentazioni teatrali d’improbabili pentiti alla Spatuzza, discutibili tentativi di creare rivoluzioni colorate, minacce di scontri di piazza lanciate in maniera improvvida da chi, ex giudice e rappresentante della società civile, dovrebbe essere il più avvezzo ad evitare esternazioni fuori luogo.

Come ciliegina sulla torta questa sera è arrivata anche l’aggressione pugilistica a Berlusconi (voluta, cercata, trovata?) con annesso cazzottone in faccia e ricovero in ospedale, a rassicurarci sul fatto che anche la prossima settimana inizierà così com’è finita questa. O con Silvio o Contro di lui, tanto ai problemi dell’Italia ormai pensa la UE, dopo che tutti i partiti all’unanimità l’hanno delegata a farlo, tramite la ratifica del Trattato di Lisbona.

domenica 6 dicembre 2009

FRECCE ROSSE E PROTESTE VIOLA



Marco Cedolin
Il 5 dicembre è stato senza dubbio un sabato a tinte forti, a fare da contrasto con i cieli bigiognoli dell’autunno inoltrato.

A Torino alla presenza dei giornalisti e di qualche centinaio di contestatori, equamente distribuiti fra NO TAV e pendolari, è stato inaugurato per l’ennesima volta il “mitico” treno Frecciarossa che correrà sulla linea ad alta velocità Torino – Milano – Roma – Napoli. Di gran lunga l'opera più importante che la mafia abbia mai costruito in Italia, prelevando direttamente dalle tasche dei cittadini, dei loro figli e dei loro nipoti decine e decine di miliardi di euro che peseranno come un macigno sul futuro di noi tutti.

A Roma alla presenza dei giornalisti, ma senza la diretta TV pretesa da Antonio Di Pietro, è sfilato il corteo del NO B Day colorato di viola. Alcune centinaia di migliaia di persone (un milione secondo gli organizzatori, 90.000 secondo la questura) che hanno manifestato per chiedere le dimissioni di Berlusconi e dire no alla mafia.

A Torino insieme al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi erano presenti, oltre a Mauro Moretti ad delle Ferrovie, Innocenzo Cipolletta presidente delle stesse, John Elkan e Salvatore Ligresti, i rappresentanti politici di metà dei partiti che hanno consentito alla mafia di mettere in cantiere la grande truffa dell’alta velocità italiana.

A Roma sfilavano, insieme ad una moltitudine di giovani e meno giovani senza appartenenza partitica, molti dei rappresentanti e dei sostenitori dell’altra metà di quei partiti che hanno finanziato e portato avanti il sistema TAV, garantendo alla mafia 18 anni di profitti illeciti. Un movimento, quello viola, troppo cucito addosso alla persona di Antonio Di Pietro, per potersi presentare in maniera credibile come risultato dello spontaneismo nato all’interno della rete. Una piazza, quella viola, troppo infarcita di bandiere dei partiti di opposizione (IDV, Rifondazione Comunista, Sinistra e Libertà, PD, L’Unità) per dare la sensazione di trovarci veramente di fronte a qualcosa di nuovo e non ad una semplice manifestazione contro Berlusconi, portata avanti nell’interesse di chi vorrebbe prendere il suo posto.

Sarebbe stato bello se a Torino, anziché qualche centinaio di persone, ci fossero stati centinaia di migliaia di quei manifestanti che sono scesi in piazza a Roma. Colorati come volete voi, o meglio ancora multicolore, che le rivoluzioni colorate evocano brutti ricordi. Senza bandiere di partito, vessilli o parrocchie, ma armati d’idee e voglia di cambiare veramente qualcosa in questo disgraziato paese.
Pronti a chiedere le dimissioni di Berlusconi, ma anche di Bersani, di Di Pietro, di Casini, di Bossi, di Fini, di Ferrero, di Nichi Vendola e di tutta la consorteria dei partiti politici che hanno contribuito a creare la truffa del TAV, foraggiando la mafia e spingendo l’Italia sempre più in basso.
Ecco, allora forse si sarebbe potuto parlare veramente di qualcosa di nuovo, di spontaneo, di fresco, a prescindere da quanto la rete avesse contribuito alla riuscita della manifestazione.
Già, sarebbe stato bello, ma è forte l’impressione che in Italia appena si tenta di uscire dai luoghi comuni delle manifestazioni pro o contro Berlusconi, si finisca per ritrovarsi nel nulla assoluto. Anziché affrontare i problemi reali del paese per quello che sono è sempre più facile focalizzarsi esclusivamente su di lui.
Indicandolo come l’incarnazione o la soluzione del problema, a seconda dell’appartenenza politica che ci è propria e del vessillo che ci ostiniamo a sventolare, anche quando dovremmo sventolare solo il buon senso e la voglia di cambiare veramente pagina.




venerdì 4 dicembre 2009

TUTTI CI VOGLIONO DI NUOVO CAPUT MUNDI


Marco Cedolin
Quando tutti ti vogliono a capo di un progetto può significare che sei il più bravo, oppure che il rischio di fallimento connesso al progetto stesso appaia talmente alto da far si che nessuno abbia intenzione di accollarselo, o ancora che tu sia l’unico disposto a sostenere un sacrificio economico che gli altri non gradiscono.

Era accaduto nell'agosto 2006, quando il governo Prodi acconsentì a mandare in Libano un contingente di circa 3000 uomini che da allora costano all’Italia quasi 800 milioni di euro l’anno.
Sta accadendo oggi, quando di fronte alle richieste del premio Nobel per la pace Barak Obama, intenzionato ad aumentare il numero dei soldati presenti in Afghanistan, il governo Berlusconi si è impegnato ad incrementare il contingente italiano con l’apporto di altri 1000 uomini nel corso del 2010.

Il ministro della Difesa La Russa e quello degli Esteri Frattini hanno fatto sapere di avere dato subito la propria disponibilità alla richiesta americana, poiché l’operazione s’inserisce all’interno di un nuovo contesto. Contesto che vedrà la zona ovest dell’Afghanistan, dove oggi stazionano anche soldati inglesi ed americani, trasferirsi completamente sotto il controllo italiano, ponendo in questo modo il nostro paese in una posizione di particolare rilievo nell’ambito della missione.

La sensazione è che non ci sia molto da rallegrarsi per l’aumento del peso specifico dell’Italia nell’ambito dell’occupazione dell’Afghanistan. Dal momento che aumenteranno in conseguenza dell’invio di nuove truppe, non solo i costi esorbitanti dell’operazione, ma anche il rischio di subire nuove perdite umane, soprattutto in virtù del fatto che graveranno sui soldati italiani maggiori responsabilità.
La Casa Bianca dal canto suo si è già affrettata ad esprimere il proprio ringraziamento, temendo evidentemente che il nostro paese possa ripensarci ed accodarsi alle posizioni di Francia e Germania, molto più riluttanti ad incrementare il numero dei propri contingenti, soprattutto in un momento in cui la crisi economica consiglia maggiore sobrietà di spesa e la “palude” afgana sembra diventare ogni giorno che passa più infida e pericolosa.

Il governo italiano comunque non correrà comunque il rischio di cadere preda dei tentennamenti e già ieri sera il Consiglio dei ministri si è affrettato ad approvare l’operazione, dimostrando di essere stato l’alleato più rapido e ligio nell’esaudire i desideri del presidente americano. Se ci vogliono di nuovo caput mundi, non resta che gonfiare orgogliosi il petto e rispondere presente all’appello. Non capitano tutti i giorni occasioni d’oro come questa.

giovedì 3 dicembre 2009

MEDIOEVO XXI SECOLO


Marco Cedolin
Le stigmate del progresso s'intravedono sulle macerie delle case di Kabul, nel volto dei bambini iracheni uccisi da 12 anni di embargo assassino, ai quali continua a fare seguito un’eternità di occupazione armata, nel ventre dei B 52 che lanciano i loro fiori di morte sulle popolazioni inermi, nelle bombe al fosforo bianco che trasformano le persone in tizzoni ardenti senza vita, simili a pezzi di carbone, nelle gabbie da tortura di Guantanamo, fra il caracollare degli storpiati negli ospedali di Emergency.
La “civiltà” del nuovo millennio parla il linguaggio dell'egoarca, fatto di genocidi, prevaricazione, arroganza, sopraffazione del più debole. Fiamme di parole sputate come sentenze di morte, roghi senza fine che trasudano vergogna.

La libertà di questi nostri giorni vive nel grande orecchio di Echelon, negli arresti ingiustificati, nelle cariche delle forze dell’ordine portate contro la popolazione inerme, colpevole solamente di protestare contro l’inceneritore ed il TAV destinati a rubare loro il futuro, nei suicidi di stato, negli occhi delle madri costrette a piangere un figlio passato fra le mani della polizia e privato della vita senza un perché. Aleggia fra gli asfissiati del teatro maledetto di Mosca, fra i milioni di cinesi sfollati a forza dalle loro case destinate a trasformarsi nell’invaso della più grande diga del mondo, nei visi dei palestinesi trucidati durante l’operazione piombo fuso, nelle ossa annerite dei martiri di Falluja.

La giustizia trascolora nelle guerre preventive, negli ultimatum, nella vile pratica degli “omicidi mirati”, nella barbarie delle taglie, nella palude delle mistificazioni.

Il futuro è già iniziato, nella folle corsa agli armamenti, nella soppressione della libertà individuale, in un mondo del lavoro che assurge ad immensa arena dove incrociare le armi del ricatto e dell'intimidazione, nella disumanizzazione dell’individuo, trasformato nel tubo digerente della macchina di un progresso che sta riportandoci indietro di almeno mille anni.
Il futuro è come un libro appena tratteggiato che parlerà di mutamenti climatici, di stress, di vite invivibili dentro città invivibili, di diritti violati, di globalizzazione, di oligarchia delle multinazionali, di collari elettronici, di uomini soli con la loro solitudine, piccoli automi decerebrati al servizio del potere.
Non esiste progresso nel nuovo medioevo del XXI secolo, solo un capitalismo decadente che per non morire si ciba d'illusioni e di libertà.

mercoledì 2 dicembre 2009

TUTTI ALLA CORTE DI CASINI


Marco Cedolin
Il tentativo di creare un bipolarismo sulla falsariga del modello americano sembra ormai essere miseramente fallito. Se infatti da un lato l’operazione è servita a PD e PDL per “eliminare” dal parlamento (e dall’interno delle proprie coalizioni) i partiti minori, generalmente più “scomodi” e riottosi, incamerandone comunque i voti tramite la ripartizione, dall’altro entrambi i “partitoni” si ritrovano oggi a leccarsi le ferite.
Il PD, già prima dell’elezione del nuovo segretario e della fuoriuscita di Rutelli si era ritrovato a raccogliere molti voti in meno di quella che era la somma delle sue due componenti (DS e Margherita), dopo avere regalato consensi al partito di Di Pietro. Il PDL pur navigando inizialmente in acque più tranquille, non è mai riuscito comunque a raggiungere la somma dei voti di Forza Italia ed AN, finendo per favorire una migrazione di consensi in favore della Lega di Bossi.

Risultato finale, due coalizioni, entrambe bipartitiche (non più composte da molti piccoli partiti) all’interno delle quali i due partiti minori, IDV e Lega, rosicchiano progressivamente consensi a quelli maggiori, aumentando il proprio peso. Ed in mezzo l’UDC di Casini, unica forza politica che sia stata in grado di entrare in parlamento da sola, a rappresentare il classico ago della bilancia, godendo in questo modo di un altissimo peso specifico, sproporzionato rispetto all’entità dei suoi consensi elettorali.

A ormai pochi mesi dalle elezioni regionali, Casini è così diventato “l’uomo forte” della politica italiana, in grado di decidere la sorte di tutte le regioni dove PD e PDL si affronteranno in condizioni di equilibrio. E alla corte di Casini entrambi i protagonisti del bipolarismo perduto, si ritrovano a recarsi, portando in dono oro, incenso e mirra per ingraziarsi i suoi favori.
Se da un lato Berlusconi dovrebbe essere ormai avvezzo a scendere a patti con l’UDC, avendolo mantenuto per molti anni nella propria coalizione, lo stesso non si può dire del partito di Bersani che sospinto dalla frenesia di sbarazzarsi della sinistra radicale, scomoda e poco chic, ora si ritrova a fare i conti con un soggetto politico assai meno accomodante di quanto non lo fossero i Bertinotti, Diliberto e Pecoraro Scanio, firmatari del dodecalogo.

In Puglia l’UDC ha imposto al PD come condizione per il proprio sostegno la non ricandidatura (cosa che in politica accade molto raramente, se non a fronte di problemi personali o gravi manchevolezze) del presidente uscente Nichi Vendola, ritenuto sgradito, suscitando un vero e proprio marasma nella coalizione di centrosinistra che attualmente governa la regione. Marasma all’interno del quale sta cercando di mettere ordine Massimo D’Alema in persona che, fresco della bocciatura europea, è sceso in campo per sostenere la candidatura dell’ex giudice sindaco di Bari Michele Emiliano, preventivamente approvata da Casini. Nichi Vendola non sembra disposto a cedere senza combattere ed ha annunciato che se non verranno fatte le primarie per scegliere il candidato, si rifiuta categoricamente di ritirare la propria candidatura. D’Alema continua a fare pressioni e c’è da scommettere che alla fine in qualche modo la spunterà, poiché il PD probabilmente non ha più bisogno di Vendola, ma se vuole aspirare a vincere le elezioni in Puglia ha disperatamente bisogno di Casini.
In Piemonte Casini, ha posto le proprie condizioni ad entrambi gli schieramenti. Al PDL ha chiesto di rinunciare alla candidatura di Roberto Cota, dal momento che non sarebbe disposto a sostenere un candidato leghista e Berlusconi sembra avere già preso in considerazione questa possibilità.
Al PD ha imposto, oltre all’ostracismo nei confronti dei partiti della sinistra radicale, l’accettazione incondizionata del progetto TAV Torino – Lione e del ritorno delle centrali nucleari.
Proprio per tentare di fare fronte a queste richieste, la presidente della Regione Mercedes Bresso sembra sia pronta a ridiscutere la propria posizione di contrarietà al nucleare, recentemente espressa per quanto riguarda il Piemonte. Mentre il segretario del PD Bersani venerdì sarà a Torino, per affrontare gli amministratori “ribelli” della Val di Susa e convincerli ad assumere una posizione favorevole nei confronti dell’alta velocità.
Oltretutto sia Bersani che Berlusconi sono ben consci del fatto che occorra fare in fretta, perché le elezioni ormai sono dietro l’angolo e la pazienza di Casini potrebbe non essere infinita. Una misera fine per due “grandi partiti” che aspiravano a rimanere gli unici attori sulla scena e si ritrovano invece a farsi dettare i propri programmi ed i propri candidati dal terzo incomodo che neppure avevano preso in considerazione.

martedì 1 dicembre 2009

LUIGI


Marco Cedolin

Spesso, negli ultimi anni mi sono trovato controcorrente rispetto alla maggioranza dei miei simili. Ho dato la colpa al mio spirito anarcoide, alla mia ossessione per la verità, ma intorno a me continuava a perpetrarsi ogni genere d’ignominia nell'acquiescenza e nel disinteresse generale. Ho vissuto a lungo nell'ombra dei perché, cercando invano di capire, finché una sera d’autunno, mentre il giorno scolorava nella notte e si accendevano i primi lampioni ho conosciuto Luigi e improvvisamente tutto mi è parso più chiaro.
Luigi è un uomo normale, di una città normale, ha frequentato scuole normali, ha un lavoro normale e conduce una vita normale. I pochi libri che ha letto risalgono all'adolescenza, non ha tempo per andare su internet, così quotidiani e Tv sono diventati i suoi unici amici inseparabili.
L'idillio è cominciato con la caduta del muro di Berlino e la fine del comunismo, una festa bellissima e l'inizio di una nuova era. Poi l'Iraq governato da un tiranno di nome Saddam Hussein ha invaso il Kuwait, uno stato libero e democratico, il mondo ha dovuto coalizzarsi per ricacciare indietro l'invasore. Sono state notti memorabili davanti allo schermo verdino, coi traccianti della contraerea che baluginavano nel cielo.

Intanto in Italia una classe dirigente corrotta e tangentista lasciava il posto a volti nuovi che chiedevano qualche sacrificio per colmare il deficit lasciato dai loro disonesti predecessori.
La destra a poco a poco diventava “buona” e la sinistra faceva altrettanto. La DC che Luigi aveva sempre votato prima di passare al socialismo si era dissolta nel nulla e così il partito di Craxi. Aveva allora scelto di optare per D'alema e compagni nell'ottica del riformismo.
Nel frattempo nella ex Yugoslavia un criminale di nome Milosevic capeggiava il popolo serbo in massacri d'inusitata violenza. Bisognava assolutamente fermarlo e l'unico modo per farlo consisteva nel bombardare Belgrado fino ad ottenerne la resa. Ci volevano oltre due mesi ma alla fine il sanguinario Milosevic veniva portato in giudizio davanti a un tribunale internazionale ed i poveri kossovari potevano tornare nelle loro case.
In Italia il governo progressista iniziava le privatizzazioni e chiedeva nuovi sacrifici per riuscire ad entrare in Europa.

Poi si tornava a votare e la scelta metteva di fronte l'Ulivo e la Casa delle libertà. Luigi decideva di scegliere quest'ultima perché nella libertà aveva sempre creduto e quel Berlusconi si vedeva che era una persona in gamba, se aveva saputo costruirsi un impero avrebbe fatto bene anche alla guida del governo. E inoltre aveva promesso di mettere a posto tutti quegli extracomunitari che sono buoni solo a rubare e vendere droga.

L'11 settembre arriva l'apocalisse, un gruppetto di terroristi impazziti dirottano aerei di linea e si gettano contro le torri gemelle di New York, proprio quelle torri che Luigi ha visto talmente tante volte nei film da sembrargli sorgano sotto casa sua.
Sembra ci siano 20000 morti, poi diventeranno 3000, nulla nel mondo sarà più come prima, anche lui si sente americano, parte di quella grande democrazia ferita ma pronta a risorgere più indomita che mai.
Il capo dei dirottatori è un terrorista di nome Bin Laden, un arabo pazzo e sanguinario che promette stragi in tutto l'occidente. Costui si rifugia in Afghanistan dove lo ospitano i talebani. Una sorta di casta farneticante e sanguinaria che costringe le donne al ruolo di schiave.
Bisogna bombardare l'Afghanistan per uccidere il satana che ha sterminato tutta quella gente, cacciare i talebani e liberare le donne costrette ad indossare una specie di corazza medioevale chiamata burka.
Luigi vive per molti mesi con la paura del terrorismo, sembra che quei mussulmani pazzi vogliano diffondere malattie spaventose.

In Italia il governo chiede nuovi sacrifici, le riforme vanno avanti a rilento, si parla di recessione a causa dell'attentato. Il terrorismo è il nuovo grande nemico, alligna ovunque sempre pronto a colpire.
I talebani vengono cacciati, le donne liberate, Bin Laden fugge nei recessi dell'inferno.
A Genova i no- global, giovinastri che hanno poca voglia di lavorare e protestano sempre su tutto si abbandonano alla violenza, spaccano le vetrine e incendiano le auto, per fortuna la polizia gli da il fatto loro e che gli serva da lezione.
L'Iraq di Saddam Hussein, quello che aveva invaso il Kuwait è d'accordo con i terroristi. Ha armi di ogni tipo, forse anche nucleari e soprattutto chimiche, le stesse con le quali ha gasato 5000 curdi. Bisogna disarmare questo tiranno prima che assalga tutti noi.
L'O.N.U manda degli ispettori a cercare le armi ma non le trovano, chissà dove le nasconde. Milioni di pacifisti sfilano in tutto il mondo, si fa presto a dire pace, ma come la mettiamo con i terroristi che promettono ferro e fuoco? Inoltre Saddam è il più sanguinario dittatore mai visto nella storia, perseguita il suo popolo, tortura, massacra. Bisogna assolutamente fermarlo e ridare a quei poveretti la democrazia, gli arabi non possono continuare a vivere come barbari.
Si bombarda a tappeto l'Iraq per 20 giorni e nelle battaglie molti" poveri americani" perdono la vita. Alla fine arriva la liberazione, il regime del terrore crolla sotto forma di una statua, assurta a simulacro del dittatore e il popolo liberato inneggia festoso a Bush in una gioia dell'anima simile alla caduta del muro di Berlino.

Gli anni passano, dell’Iraq ormai i giornali parlano raramente e quasi sempre riferendo di attentati con centinaia di morti, carneficine, massacri, possibile che gli arabi siano così diversi da noi da non volere la democrazia? In Afghanistan continuano a dare la caccia a Bin Ladin ma non riescono a trovarlo e sono necessarie sempre più truppe per evitare che i guerriglieri talebani ritornino al potere, costringendo tutte le donne ad indossare il burka. In Italia gli abitanti della Val di Susa hanno scatenato una mezza rivoluzione perché non vogliono il TAV che è un nuovo treno veloce costruito per trasportare le merci che oggi viaggiano sui TIR ed impedire che noi si rimanga isolati dall’Europa.
Luigi non vuole rimanere isolato dall’Europa e nemmeno che in Afghanistan i talebani ritornino ad imporre una società da medioevo, però quel Berlusconi inizia a piacergli sempre meno. Sembra abbia compiuto un mucchio di malefatte e non vuole farsi processare, ha fatto picchiare a sangue i manifestanti in Val di Susa che in fondo non erano no global ma povera gente e continua a mandare soldati in Iraq e in Afghanistan con quello che costano. Inoltre l’economia va sempre peggio e lo stipendio da quando c’è l’euro non basta più. E’ davvero venuto il momento di cambiare.

Ci sono di nuovo le elezioni e Luigi sceglie la coalizione di centrosinistra guidata da Romano Prodi, che sembra una brava persona ed è apprezzato anche in Europa. Prodi finalmente farà tutte quelle riforme che sono indispensabili, i giornali lo ripetono sempre, anche se con precisione non sa di quali riforme si tratti. E poi ridurrà le spese militari, aiuterà la povera gente e penserà anche al problema dell’ambiente che in TV dicono si stia facendo sempre più allarmante.
Il nuovo governo vara l’indulto che fa comodo anche a Berlusconi, poi finalmente ritira i soldati dall’Iraq ma li manda in Libano, dove dei guerriglieri arabi hanno scatenato una guerra contro Israele e anche se i combattimenti sono finiti la situazione resta molto tesa. Luigi scopre che vicino a casa sua stanno costruendo un inceneritore, ma non si preoccupa più di tanto, perché in TV hanno detto che si tratta di un nuovo tipo d’impianto che non provoca danni alla salute, lo ha confermato perfino un grande medico come Veronesi. Intanto il governo aumenta le tasse e anche i finanziamenti per le spese militari, mentre i suoi esponenti continuano a litigare fra loro, senza fare le riforme che sono così necessarie. L’economia va male e con lo stipendio diventa sempre più difficile tirare avanti. Gli immigrati sono sempre di più, stuprano, ammazzano, rubano, senza che il governo prenda provvedimenti. A Napoli esplode l’allarme rifiuti perché mancano gli inceneritori, le strade sono strapiene d’immondizia e dei vandali incendiano i cassonetti stracolmi. Non se ne può più e quando cade il governo a Luigi sembra quasi una liberazione.

Si ritorna alle urne e Luigi vota di nuovo Berlusconi, in fondo forse lo aveva giudicato male troppo presto e poi quando c’era lui al governo non si stava certo peggio.
Berlusconi risolve subito il problema dei rifiuti di Napoli, mette in cantiere la costruzione di 5 inceneritori (di quelli nuovi che non fanno male) e le strade ritornano linde e libere. Poi in autunno arriva la grande crisi internazionale causata dalle banche americane. Tutto il mondo è in subbuglio, i governi distribuiscono miliardi perché le banche non vadano in fallimento, ma l’economia va male, anzi malissimo, anche se in Italia i giornali dicono che siamo più fortunati rispetto ad altri paesi. Molte aziende chiudono e moltissimi lavoratori vengono licenziati o messi in cassa integrazione.
Il governo reagisce destinando molti miliardi alle costruzione di quelle grandi infrastrutture di cui abbiamo tanto bisogno per rilanciare l'economia. Il Ponte sullo Stretto di Messina, il TAV, il Mose, le autostrade, gli inceneritori e tante altre. Gli israeliani attaccano la Palestina proprio a cavallo delle festività natalizie, compiono una carneficina ma bisogna anche comprenderli, perché non ne potevano più dei terroristi palestinesi che da mesi lanciavano razzi pericolosi contro di loro. In Libano non si combatte più da anni ma i nostri soldati continuano a rimanere lì a praticare opere umanitarie.
Come se non bastasse arriva la pandemia dell'influenza suina che potrebbe fare una strage. Per fortuna le aziende farmaceutiche si sono affrettate a produrre il vaccino che il governo ha acquistato e quando l’influenza arriva siamo al sicuro, anche se non sembra poi così grave e ci sono perfino degli invasati che ritengono il vaccino pericoloso, nonostante in TV abbiano rassicurato tutti dicendo che non lo è affatto. Intanto con l’autunno arrivano anche i primi segnali della fine della crisi, lo dicono i giornali e le TV di tutto il mondo e lo dice anche il governo. Il peggio ormai è alle nostre spalle, anche se Luigi è spesso in cassa integrazione e girano strane voci riguardo alla ditta in cui lavora, la quale, si sussurra, sarebbe intenzionata a trasferire all’estero il suo stabilimento.
In Afghanistan intanto si continua a combattere e muoiono anche dei soldati italiani, nonostante ci siano state finalmente le elezioni democratiche. Berlusconi su richiesta di Obama, il nuovo presidente americano, quello buono che ha vinto anche il premio Nobel per la pace, ha acconsentito a mandare là più soldati.
Berlusconi piace ancora a Luigi, ma un po’ di meno, perché sembra sia implicato in scandali sessuali ed anche in altre faccende losche per le quali stanno ricominciando i processi. Inoltre anche il suo governo non sta facendo le riforme che sono così importanti per il futuro del paese e perfino all’estero iniziano a parlare male di lui. Il 5 dicembre ci sarà una grande manifestazione per chiedere le sue dimissioni. Luigi non sa se ci andrà e non sa neppure con chi lo vogliano sostituire, ma sa che molto probabilmente presto ci saranno nuove elezioni e lui andrà a votare, per scegliere qualcuno che finalmente cambi le cose.

Luigi non ha mai avuto la minima idea di chi fossero in realtà Saddam Hussein, Milosevic, i serbi, i kossovari, Bin Ladin, i talebani, le donne afghane, gli israeliani, i palestinesi, i terroristi, il popolo iracheno, né di quali siano le conseguenze del TAV e degli inceneritori, né conosceva la reale natura del problema rifiuti di Napoli, della crisi economica, dei rischi connessi all’influenza suina, prima che la TV ed i quotidiani li portassero dentro casa sua e dessero di loro un'immagine stereotipata a proprio uso e consumo.
Non è mai stato in Iraq nè in Kuwait, in Yugoslavia, in Afghanistan, in Libano, in Palestina. Non ha altri strumenti che prescindano dall’informazione urlata dei giornali e della TV, per valutare il pacifismo, i no global, gli ambientalisti, i no TAV, gli ulivi e le case della libertà.
Luigi è figlio dell'orientamento di massa che la cattiva informazione si premura di diffondere, creando mostri e miti, tiranni ed eroi e facendoli diventare reali e tangibili nell'immaginario collettivo. Luigi è il mio vicino di casa ed il tuo, la mia collega e la tua, il verduriere del negozio all'angolo, l'insegnante dei nostri bambini, l'uomo e la donna che ci siedono accanto nel metrò. Luigi è l'ombra della massa silenziosa che inconsapevolmente ad ogni tornata elettorale decide per me, per te e per tutti.