giovedì 10 luglio 2008

ANTO' FA CALDO

Marco Cedolin

Mentre imperversa la canicola estiva che con il suo fiato arroventato rende difficile la vita di tutti quegli italiani che non hanno la fortuna di affollare le spiagge, dove molti ombrelloni si sussurra resteranno chiusi a causa del carovita, anche il circo mediatico e quello politico sembrano risentire degli effetti del solleone, proponendo con disarmante continuità notizie più scontate di quanto non lo siano gli abiti che troneggiano nelle vetrine dei saldi estivi e penosi siparietti fra mestieranti politici tanto sudaticci e irascibili da avere ormai perso ogni briciola di aplomb.

I prezzi salgono molto di più di quanto non accada ai salari, o se preferite i salari incrementano molto di meno di quanto non accada ai prezzi. La notizia viene ormai da alcuni mesi ripetuta come un mantra da tutti i giornali, rilanciata ora dall’armata Berlusconi, ora da Confindustria, ora dal governo ombra di Veltroni che è l’unico a godere di un po’ di frescura, ora dal Governatore di Bankitalia Draghi, ora dai sindacati, ora dal Papa, ora dal Presidente della Repubblica. Tutti d’accordo nel dire che si tratta di un grande problema in quanto oltre alla sopravvivenza dei lavoratori potrebbe compromettere la crescita del PIL, tutti d’accordo nell’affermare che occorre trovare una soluzione, tutti d’accordo nel suggerire ai cittadini di continuare a “stringere la cinghia” in quanto quella economica è una scienza complessa basata su algoritmi di difficile calcolazione e l’algido respiro dell’inverno arriverà certo prima di qualunque ipotesi di soluzione.

Silvio Berlusconi in Giappone per il G8, insieme agli altri suoi confratelli si è dilettato nel piantare alberelli che garantiranno al pianeta un futuro più “verde” e ha siglato l’intesa sul clima che prevede il dimezzamento delle emissioni entro il 2050. Tutti d’accordo i grandi della terra nell’affermare che per affrontare l’emergenza del riscaldamento globale occorre tagliare le emissioni al più presto. Tutti d’accordo anche nel siglare un accordo senza cifre né scadenze rimandando i dettagli dell’operazione che necessita di tempestività alla prossima Conferenza di Copenahgen del novembre 2009.
Intervistato poi in merito alla manifestazione dei girotondini a Roma contro di lui il Cavaliere ha glissato con estrema raffinatezza, affermando che della spazzatura si occupa già a Napoli e vista la maniera in cui il governo ha intenzione di affrontare l’emergenza rifiuti l’esternazione è parsa un chiaro monito a tutti i suoi oppositori che correranno il rischio di venire inceneriti o meglio “termovalorizzati” come sono soliti dire coloro che intendono mostrarsi profondi conoscitori dell’argomento.

La manifestazione NO CAV di Roma ha prodotto una tale ondata di strascichi e polemiche che nessuno sarebbe stato in grado di astrologare alla vigilia. Beppe Grillo ne è uscito dipinto come un “satana” che avrebbe osato proferire insulti osceni all’indirizzo di Napolitano, pur avendolo soltanto accusato di “dormire” sulle leggi vergogna, senza entrare peraltro nel merito di una presidenza fra le più scandalose che la Repubblica abbia mai conosciuto.
Sabina Guzzanti è balzata all’onore delle cronache per avere offeso volgarmente il Papa e la Carfagna. Il Santo Padre è stato prontamente difeso dalla Diocesi di Roma, il ministro Carfagna, teletrasportato qualche mese fa in Parlamento direttamente dal varietà televisivo, ha trovato un difensore d’eccezione nella persona del direttore di Liberazione Piero Sansonetti visibilmente sedotto dal fascino irresistibile delle show girl portate in dote dal Cavaliere.
Chi più di ogni altro ha dovuto subire i patimenti derivanti dal caldo è stato Antonio Di Pietro che volente o nolente è risultato essere il vero referente di una manifestazione così chiacchierata.
Walter Veltroni, visibilmente accaldato e indispettito per l’accaduto gli ha imposto un ultimatum: o stai con noi o stai con la piazza, lasciando sottendere che la piazza composta dai cittadini sia qualcosa di molto diverso dal Partito Democratico che quei cittadini avrebbe la pretesa di rappresentarli. Di Pietro, questa volta con molta lungimiranza, ha risposto che lui non accetta ricatti e comunque sceglie la piazza, Grillo e Travaglio, ben sapendo che i voti si raccolgono fra la gente, sempre che non si abbia le capacità creative di Veltroni che evidentemente intende praticare strade differenti.
Antò fa caldo, e potevi dargli ragione così la finivate lì, mentre invece la questione continuerà ad imperversare sui giornali anche nei prossimi giorni rendendo la temperatura percepita sempre più insostenibile.

domenica 6 luglio 2008

GALBANI VUOL DIRE FIDUCIA

Marco Cedolin

Sul sito web di Repubblica, in un ottimo articolo a firma Paolo Berizzi, vengono resi noti gli sconcertanti sviluppi di un’indagine partita nel 2006 e portata avanti dalla guardia di finanza di Cremona grazie a quelle intercettazioni che giornalmente vengono messe sotto accusa quasi si trattasse del più grande problema che affligge questo disgraziato Paese.Nonostante in Italia le frodi alimentari siano ormai all’ordine del giorno e cambiare il cartellino dei prodotti scaduti all’interno degli ipermercati stia diventando quasi una consuetudine, le dinamiche della truffa da parte che di quelli che Berizzi definisce giustamente “banditi della tavola” sono tali da riuscire a turbare profondamente non solo le persone deboli di stomaco.L’impresa criminale che faceva capo a 4 aziende con sede a Cremona, Novara, Biella e Woringen in Germania, tutte riconducibili all’imprenditore siciliano Domenico Russo, ed era punto di riferimento per marchi come Galbani, Granarolo, Cademartori, Brescialat, Medeghini, Igor, Centrale del latte di Firenze, Frescolat, Euroformaggi, Mauri, Prealpi ed altre multinazionali europee, operava anche grazie alla connivenza delle Asl di competenza riciclando con l’ausilio di molta creatività gli scarti di formaggio avariato che avrebbero dovuto essere smaltiti.Tali scarti, spesse volte forniti proprio dai grandi marchi di cui sopra, consistevano in formaggio avariato e putrefatto all’interno del quale si poteva trovare di tutto: vermi, escrementi di topi, pezzi di ferro, residui di plastica tritata, muffe ed inchiostro. Il materiale marcescente e maleodorante anziché venire smaltito subiva tutta una serie di lavorazioni che lo portavano a tornare sugli scaffali di discount ed ipermercati (spesso attraverso quegli stessi marchi che lo avevano venduto come rifiuto) sotto forma di sottilette, formaggio fuso, formaggio grattugiato, mozzarelle, gorgonzola ed altre specialità casearie che venivano vendute come prodotti genuini ai consumatori.La truffa nell’ambito della quale il gruppo Lactalis Italia che controlla Galbani sembra avere pesantissime responsabilità, non ha coinvolto solo l’Italia ma si è sviluppata a livello europeo, arrivando a produrre la lavorazione di oltre 11.000 tonnellate di formaggio avariato a fronte di un business economico di enormi proporzioni. Decine risultano essere le persone indagate e denunciate per un’attività criminale che oltre a produrre profondo disgusto ha determinato pesantissimi rischi per la salute pubblica.Come ultima nota disarmante in questa scioccante vicenda va sottolineato il fatto che gli impiegati e gli operai delle ditte incriminate hanno verbalizzato di essere a conoscenza della situazione ma si sono guardati bene dal renderla pubblica, molto probabilmente per non rischiare di mettere a repentaglio il proprio posto di lavoro.Riesce difficile chiamare “progresso” la costruzione di una società all’interno della quale si corre il rischio di mangiare inconsapevolmente poltiglia marcescente per compiacere le multinazionali e ci si trova “costretti” a diventare complici di una banda criminale che avvelena i nostri simili per “mantenere” uno stipendio che ci consenta di sopravvivere un gradino sopra la soglia di povertà. Così come riesce difficile concepire un progresso che rischia di toglierci ogni dignità, anestetizzando la nostra natura umana e trasformandoci in ingranaggi della macchina di produzione e tubi digerenti di un consumo che tende a farsi sempre più escrementizio.

Link all'articolo di Paolo Berizzi: http://www.repubblica.it/2008/07/sezioni/cronaca/formaggi-truffa/formaggi-truffa/formaggi-truffa.html

giovedì 3 luglio 2008

HANNO IL CORAGGIO DI CHIAMARLO DIALOGO

Marco Cedolin

Il giorno dopo la stipula dell’accordo sul “nuovo TAV” in Val di Susa, l’intero circo mediatico ha presentato l’intesa raggiunta come una grande vittoria della linea del dialogo e della condivisione, ottenuta nell’ambito dell’Osservatorio presieduto da Mario Virano, che non ha esitato a proporsi come il precursore di un nuovo metodo di “concertazione” in grado di sbloccare tutte le grandi opere attualmente in fase di stallo a causa dell’opposizione dei cittadini.
Il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli si è detto felice perché ha trionfato la linea del dialogo, la presidente della regione Piemonte Mercedes Bresso ha parlato di vittoria delle soluzioni largamente condivise, il sindaco di Torino Sergio Chiamparino ha lodato Virano per le sue capacità di dialogo e così ha fatto la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia. Perfino gli ambientalisti in quota PD di Legambiente, nel cui direttivo siede Antonio Ferrentino che insieme a Virano è fra i maggiori artefici dell’accordo, hanno espresso soddisfazione per la firma dell’intesa che “consentirà di realizzare qualcosa di veramente utile condiviso con il territorio”.

Leggendo i giornali e guardando la TV si sarebbe perciò indotti a pensare che il nuovo TAV sia nato attraverso il confronto ed il dialogo con la popolazione interessata dall’opera, che avrebbe condiviso se non il progetto perlomeno il metodo con il quale lo stesso sarà portato avanti.
Per quanto alla luce delle dichiarazioni possa sembrare singolare, in realtà non è accaduto nulla di tutto ciò e quella che viene celebrata come una vittoria del dialogo e della condivisione è stata solamente una squallida “campagna acquisti” finalizzata ad ottenere l’acquiescenza dei sindaci valsusini, terminata con il loro completo asservimento alla consorteria del cemento e del tondino.

I cittadini della Valle di Susa nel corso di 2 anni e mezzo non hanno dialogato con nessuno (nemmeno più con i propri sindaci) e non hanno potuto condividere assolutamente nulla, dal momento che sono stati esautorati dalla partecipazione in tutte le sedi all’interno delle quali si è svolta la concertazione.
L’Osservatorio Virano altro non è stato se non un consesso blindato dai cui “cancelli” la popolazione è stata tenuta fuori con l’ausilio delle forze dell’ordine e perfino i quaderni da esso prodotti sono stati per lungo tempo nascosti alla vista dei cittadini.
La linea di condotta degli amministratori è stata decisa nel corso di numerose conferenze dei sindaci, rigorosamente a porte chiuse perfino per i giornalisti e le decisioni sono state prese dai sindaci stessi in maniera unilaterale senza alcuna convocazione dei consigli comunali.
Ferrentino e gli altri amministratori si sono sempre rifiutati di condividere con la popolazione ciò che avrebbero detto a Palazzo Chigi prima di ogni convocazione a Roma al tavolo del governo.
Nessun progetto di grande opera in Italia è stato portato avanti nell’oscuro delle stanze del potere, senza alcuna trasparenza e la minima interfaccia con i cittadini (sistematicamente respinti dalle forze dell’ordine quasi si trattasse di criminali) come accaduto con il nuovo TAV partorito dall’Osservatorio Virano e nonostante questa sia la triste realtà una siffatta operazione indecente viene celebrata come la vittoria della filosofia del dialogo e della condivisione.
Dialogo e condivisione con chi, dal momento che si è trattato di un soliloquio ordito nel buio delle stanze blindate?

mercoledì 2 luglio 2008

ARCHITETTI STAR PER LE FERROVIE

Marco Cedolin

L’amministratore delegato delle Ferrovie di Stato Mario Moretti, a margine della conferenza organizzata da Fs sul tema della mobilità durante il Congresso mondiale dell'architettura in corso a Torino ha annunciato che sarà il famoso architetto giapponese Arata Isozaki, già progettista del Palahockey olimpico del capoluogo piemontese, a progettare la nuova stazione ferroviaria di Bologna.
La scelta si rivela in perfetta sintonia con la nuova filosofia delle ferrovie italiane che nonostante si trovino (secondo le parole di qualche settimana fa dello stesso Moretti) sull’orlo del fallimento e si vedano costrette a tagliare sempre più corse, con il risultato di rendere la vita dei pendolari una triste via crucis, hanno deciso di assoldare una vera e propria schiera di “architetti star” non proprio a buon mercato per disegnare le nuove grandi stazioni dell’alta velocità.

Se Arata Isozaki si occuperà infatti di Bologna, l'anglo-irachena Zaha Hadid sarà l’artefice della nuova stazione TAV di Afragola (Napoli) del costo previsto di 61 milioni di euro e Sir Norman Foster di quella sotterranea di Firenze la cui previsione di costi è di 240 milioni di euro. Si tratterà di enormi investimenti in grandi opere dai contenuti tecnologici e stilistici fuori dal comune e dalle estremamente dubbie potenzialità di un ritorno economico soddisfacente, messi in atto confidando sul fatto che l’alta velocità ferroviaria sia in grado di produrre volumi di traffico in linea con le ottimistiche previsioni attraverso le quali il TAV italiano è stato sponsorizzato.

I viaggiatori italiani, l’80% dei quali è costituito da pendolari, si staranno domandando per quale bizzarra ragione l’ing. Moretti abbia deciso di dissipare ingenti risorse delle sempre più dissestate casse delle Ferrovie, ingaggiando architetti di grido per la progettazione di costosissime stazioni fantascientifiche, mentre al contempo l’azienda da lui amministrata che ha licenziato negli ultimi 8 anni 20.000 lavoratori e si appresta a buttarne in mezzo alla strada altri 10.000 entro il 2011,
non riesce più a garantire un servizio al limite della decenza. Ma in Italia le cose funzionano così ed i cortocircuiti logici sono ormai diventati una regola, in un Paese dove si continua a mistificare la realtà fino al punto da raccontare che sulle nuove infrastrutture per il TAV oltre ai passeggeri correranno anche le merci, contrariamente a quello che avviene in tutto il resto del mondo.

domenica 29 giugno 2008

IN VAL DI SUSA I SINDACI APPLAUDONO IL TAV

Marco Cedolin

La maggior parte dei sindaci della Valle di Susa, capitanati dal presidente della comunità montana bassa Valle di Susa Antonio Ferrentino e sotto l’attenta regia del presidente dell’Osservatorio sulla Torino – Lione Mario Virano, hanno siglato questa mattina nel corso di un incontro tenutosi a Pra Catinat la nuova ipotesi di tracciato del TAV e lo hanno fatto applaudendo alla firma del documento che al più presto verrà presentato al governo.
La notizia, unitamente alle manifestazioni di giubilo del Ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli e dello stesso Virano che riconducono l’accordo raggiunto ad una vittoria della filosofia del “dialogo”, campeggia in prima pagina su quasi tutti i giornali e compare fra i titoli d’apertura dei TG e non mancherà di lasciare esterrefatti tutti coloro che non vivendo in prima persona la vicenda del TAV in Valsusa ricordavano gli amministratori valsusini schierati su posizioni di aperta contrarietà all’opera al fianco dei cittadini.

In realtà l’applauso di oggi è solo il terminale di un percorso durato oltre 2 anni, durante i quali Antonio Ferrentino e la maggior parte dei sindaci che ne hanno seguito pedissequamente i voleri, hanno gradualmente abbandonato le posizioni di contrarietà all’opera ormai divenute scomode, per avvicinarsi sempre più ad un atteggiamento di collaborazione attiva che ha raggiunto il proprio acme nelle scorse settimane quando lo stesso Ferrentino ha presentato alla stampa un “proprio” progetto denominato “Fare”, redatto dai tecnici della comunità montana bassa Valle di Susa a spese dei contribuenti.
Quella che per molti versi potrebbe apparire come una metamorfosi kafkiana è in verità solamente un normale capitolo del penoso teatrino della politica, all’interno del quale sindaci sconosciuti e senza alcuna velleità, si sono ritrovati nell’inverno 2005 a cavalcare una “tigre” quale il movimento di opposizione al TAV, che li ha resi all’improvviso importanti e famosi portandoli in TV e sulle prime pagine dei giornali, dove hanno interpretato con molta enfasi il ruolo degli “amministratori illuminati” che disquisivano di democrazia partecipata, decrescita e rapporti orizzontali con i cittadini, al fine di conquistare la loro fiducia e potere così proporsi al governo come interlocutori privilegiati grazie ad un’opinione pubblica che localmente li sosteneva senza esitazione.

Dopo l’avvio delle trattative con il governo e l’apertura dell’Osservatorio Virano la situazione è cambiata radicalmente, i temi cari ai cittadini hanno iniziato a diventare scomodi, i rapporti con i comitati NO TAV sempre più freddi, la “tigre” sempre meno un animale da cavalcare e sempre più una belva pericolosa da mettere in gabbia, i propositi di democrazia partecipata sono stati abortiti ancora prima di venire alla luce ed hanno iniziato a scomparire anche i normali processi democratici che sarebbe lecito attendersi in un paese civile, come le innumerevoli “conferenze dei sindaci” tenute rigorosamente a porte chiuse e la mancata consultazione dei consigli comunali in merito all’argomento TAV hanno impietosamente dimostrato.
Ferrentino e la congrega di amministratori che lo hanno seguito senza discutere (e spesso senza neppure possedere l’informazione minima indispensabile per prendere delle decisioni) si sono avvicinati gradualmente all’alta velocità continuando per lungo tempo a negare l’evidenza e arrampicandosi sugli specchi al fine di riuscire a mantenere la fiducia dei cittadini il più a lungo possibile. Una fiducia che man mano ha comunque iniziato a scomparire rendendo i sindaci valsusini sempre più estranei alla sensibilità delle comunità che avrebbero dovuto rappresentare. La loro visita alla spicciolata poco più di un mese fa al tavolo delle compensazioni, dove con gli occhi bassi si sono limitati a portare la “lista della spesa”, la presentazione del progetto “Fare” e l’applauso di stamani al nuovo progetto del TAV sono solamente il corollario di un percorso per certi versi disarmante ma invero assai prevedibile, al termine del quale hanno dovuto per forza di cose gettare la maschera probabilmente definitivamente.

Per i cittadini che in Val di Susa lottano contro il TAV, oggi come ieri, la festa ed il giubilo di Pra Catinat non cambiano comunque il piano inclinato sul quale giocoforza sarà destinata a decidersi la questione. I presidi e le barricate sul territorio resteranno per forza di cose la cruna dell’ago attraverso la quale dovrà passare l’alta velocità in Valle di Susa e probabilmente su quelle barricate torneranno anche alcuni fra gli amministratori che oggi si sono consumati i polpastrelli profondendosi nel lungo applauso al TAV. I mestieranti della politica sono fatti così, nel caso la “tigre” tornasse a rappresentare un’opportunità ricominceranno a fare a gara per prendere la sella in mano, professandosi alfieri di nuovi metodi democratici per amministrare le comunità, magari davanti alle telecamere, dal momento che andare in TV rappresenta comunque sempre un’occasione da non perdere.

giovedì 19 giugno 2008

ROBIN HOOD SI E' PERSO NELLA FORESTA

Marco Cedolin

La nuova manovra economica costituita da un disegno di legge, un decreto legge ed il documento di programmazione economica finanziaria (Dpef) per il triennio 2009-2011, ieri sera ha ricevuto il via libera del Consiglio dei ministri, dopo un dibattito durato, secondo le parole di Giulio Tremonti, solamente 9 minuti e mezzo, il che lascia sottendere una completa identità di vedute da parte dei membri dell’esecutivo.
Ci sarà sicuramente modo di analizzare nel dettaglio i provvedimenti nel corso dei prossimi mesi, mentre ora ritengo importante tentare d’interpretare il vero spirito di una manovra che il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi riconduce a tre parole chiave: tagli, semplificazione e sviluppo.

In realtà dopo avere steso un velo pietoso sul concetto di sviluppo che altro non è se non un guscio vuoto privo di contenuti, ed accantonato le semplificazioni alle quali già si sta dedicando il ministro Brunetta con l’ausilio dell’ufficio complicazioni affari semplici, sono senza dubbio proprio i tagli a costituire la spina dorsale di una manovra dai contorni abbastanza confusi che nell’intento di non dare uno “schiaffo” ai cittadini aumentando la tassazione, rischierà di rompere loro tutte e due le gambe privandoli dei servizi sociali e delle prospettive occupazionali.

Il taglio sicuramente più consistente è quello che colpirà la sanità, quantificato in 6 miliardi di euro in tre anni e compensato solo in parte dalla ventilata reintroduzione dei ticket sanitari che graveranno sulle spalle dei cittadini bisognosi di cure. Ciascuno di noi potrà sbizzarrirsi a piacere immaginando le conseguenze di questa emorragia di finanziamenti che andrà ad innescarsi all’interno di un sistema sanitario già oggi drammaticamente inefficiente, come la cronaca giornaliera degli episodi di malsanità sta tristemente a dimostrare. Più in generale verrà comunque tagliata la spesa pubblica con l’ausilio di svariate misure volte a “raschiare il fondo del barile” diminuendo la quantità e la qualità dei servizi al cittadino e ridimensionando notevolmente il numero dei dipendenti pubblici, basti pensare che i tagli ventilati risultano essere 100.000 solamente nella scuola. Per favorire tale ridimensionamento sarà introdotta una nuova norma in virtù della quale potranno essere licenziati i dipendenti pubblici che rifiutano (2 volte in 5 anni) il trasferimento.

In termini di occupazione la nuova manovra, oltre a costruire i presupposti per un corposo taglio del pubblico impiego, tende a rafforzare la precarietà e la flessibilità a tutto detrimento dei diritti dei lavoratori e delle loro prospettive di riuscire ad ottenere un lavoro a tempo indeterminato. Viene riproposto il lavoro a chiamata e sarà possibile prorogare più di una volta i contratti a tempo determinato oltre i 36 mesi, mentre più in generale le imprese vengono incentivate ad assumere attraverso la de-regolazione della gestione dei rapporti di lavoro.

La manovra presenta anche una sua veste “virtuosa” permeata di populismo e riconducibile alla cosiddetta Robin tax che innalzerà dal 27% al 33% l’imponibile Ires per banche, assicurazioni e compagnie petrolifere. Nello stesso alveo viene proposto un tentativo di sterilizzazione degli aumenti dei carburanti costruito attraverso complesse calcolazioni ma difficilmente in grado d’incidere realmente sul problema. Viene prorogata fino al 31 dicembre l’aliquota agevolata sul gasolio per agricoltura e pesca nel tentativo di tenere calme le categorie in agitazione. Si ventilano agevolazioni per l’acquisto della prima casa, aventi per oggetto giovani coppie a basso reddito. Verrà introdotta una carta di credito prepagata volta a garantire sconti sui beni di prima necessità, destinata agli anziani che percepiscono la pensione minima. Si tenterà di diffondere gli E-book nell’ambito dei testi scolastici al fine di ridurre il peso economico che grava sulle famiglie che mantengono i figli agli studi.
Anche in questo caso, come avvenne nell’ultima finanziaria “redistributiva” del governo Prodi, i provvedimenti sembrano mirare più a costruire nell’immaginario collettivo la sensazione di un governo che si preoccupa di sorreggere le famiglie in difficoltà, piuttosto che non ad incidere realmente nel merito delle difficoltà (precarietà e disoccupazione su tutte) che stanno attanagliando le famiglie, quasi si provvedesse a ricoprire qualche buca nelle strade dissestate del centro, mentre in periferia si continua a scavare voragini senza fine.

Particolarmente interessanti risultano le novità in tema di liberalizzazioni dei servizi pubblici, infrastrutture ed energia.
I servizi pubblici locali di primaria importanza quali acqua, gas e trasporti verranno liberalizzati e la loro gestione sarà affidata a società private o pubblico/private all’interno delle quali il socio privato non detenga una quota inferiore al 30%. Le ricadute determinate da una gestione privatistica di beni e servizi indispensabili per il cittadino sono facilmente immaginabili, come l’esperienza dei cittadini di Latina trovatisi con le bollette dell’acqua aumentate anche del 300% sta tristemente a dimostrare.
Notevoli preoccupazioni sono legate anche alla norma che consentirà alle Università pubbliche ed a quelle legalmente riconosciute di trasformarsi in fondazioni di diritto privato, contribuendo in questo modo ad aumentare il numero dei “professori” compiacenti soggiogati al volere dei grandi poteri industriali ed economici che incrementeranno il loro controllo in un ambito di primaria importanza come quello dell’istruzione.
In attesa del varo di una nuova Legge Obiettivo che consenta di costruire le grandi opere sempre più velocemente in spregio dell’ambiente e del volere delle popolazioni interessate, verrà abrogata la revoca delle concessioni per quanto riguarda le tratte TAV non ancora in costruzione e ripristinati i general contractor precedenti, per la gioia degli azionisti di Impregilo il cui titolo in borsa ha già iniziato a salire.

In tema di energia la nuova manovra attribuisce una delega al governo per l’emanazione entro il 2008 di uno o più decreti legislativi concernenti l’individuazione dei criteri per localizzare le nuove centrali nucleari e stabilire le misure compensative minime da corrispondere alle popolazioni interessate. A questo riguardo ogni commento credo sia superfluo alla luce dell’arroganza con la quale l’esecutivo intende perseguire il progetto nucleare ignorando completamente il pronunciamento popolare che ha bocciato le centrali nel 1987.

Nonostante giornali e TV stiano tentando di presentare questa manovra sotto le mentite spoglie di chi ruba ai ricchi per dare ai poveri, credo ci sia davvero poco Robin Hood nei provvedimenti che la costituiscono, dove appena al di sotto del velo populista si legge con chiarezza la volontà di compiacere tutti i grandi poteri, comprese banche, assicurazioni e petrolieri che in questi giorni, sostenuti dalla presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, piangono finte lacrime come il copione impone loro. Non potrebbero fare altrimenti perché se si mostrassero soddisfatti, come in realtà sono, qualcuno potrebbe iniziare a pensare male, insinuando che non si tratta di Robin Hood ma dello Sceriffo di Nottingham.

sabato 14 giugno 2008

C'E' CHI DICE NO

Marco Cedolin

Sarà un caso ma nell’unico Paese in cui i cittadini sono stati chiamati a pronunciarsi riguardo al Trattato di Lisbona, hanno prevalso i NO, sancendo di fatto una sonora bocciatura per l’Europa dei banchieri e dei burocrati che per la seconda volta, come accaduto nel 2005 dopo il voto negativo di francesi ed olandesi riguardo alla Costituzione, si trova costretta a tornare sui suoi passi, mancando l’unanimità necessaria per approvare il documento.

Gli esiti del referendum in Irlanda, che dimostrano in maniera inequivocabile quale abisso siderale separi ormai l’Europa dei popoli dall’Europa in doppiopetto seduta sugli scranni di Bruxelles, preoccupano profondamente larga parte della classe politica che tentava con l’inganno di calare sulla testa dei cittadini un trattato assai discutibile e dai molti punti oscuri. Una preoccupazione così evidente da indurre molti personaggi ad esternazioni assai poco ponderate, come nel caso del Presidente Giorgio Napolitano che contrariato per il nuovo stop è arrivato ad affermare”È l'ora di una scelta coraggiosa da parte di quanti vogliono dare coerente sviluppo alla costruzione europea, lasciandone fuori chi - nonostante impegni solennemente sottoscritti - minaccia di bloccarli”, dimostrando in modo inequivocabile quanto spirito democratico alligni nell’anima del nostro Presidente che già in passato si era distinto per avere dichiarato che “la piazza non è il sale della democrazia”.

A preoccupare invece fortemente chiunque abbia a cuore i valori della democrazia è la mistificazione messa in atto dai grandi gruppi di potere economico e politico, volta a far si che tutti gli altri 26 Paesi europei, fra i quali l’Italia, a differenza dell’Irlanda, avessero approvato o fossero sul punto di approvare il trattato di Lisbona senza prima avere avviato alcuna consultazione dei propri cittadini, nell’evidente intento di evitare ogni ostacolo che potesse mettere a repentaglio l’incedere del loro progetto. Un progetto volto ad incrementare la competizione e la precarietà a detrimento dei diritti sociali, ispirato al liberismo più sfrenato e finalizzato a costruire un’Europa sempre più lontana dai suoi cittadini e sempre più vicina agli interessi delle corporation e dell’alleato americano che detta le regole e pretende rinnovato impegno in campo militare.

Difficile immaginare che la cocente sconfitta determinata dai risultati del referendum irlandese possa indurre l’oligarchia che governa l’Europa a desistere dall’applicazione di un modello funzionale ai suoi interessi, poiché tale modello sarà riproposto ed imposto comunque con ogni mezzo. Il voto dell’Irlanda resta però di estrema importanza perché rimarca l’esistenza di un’Europa dei popoli che ha ben altri programmi, con la quale banchieri, politicanti e faccendieri saranno comunque prima o poi costretti a confrontarsi.

mercoledì 11 giugno 2008

DIETRO LA CLINICA DEGLI ORRORI

Marco Cedolin

Le notizie di quanto accaduto nel corso degli anni all’interno della clinica Santa Rita a Milano, stanno tenendo banco da qualche giorno, suscitando reazioni forti che vanno dall’incredulo sgomento alla profonda indignazione, alla paura di trovarsi ostaggi di questo sistema sanitario sempre più simile ad una macchina infernale. Non potrebbe essere diversamente, dal momento che la realtà messa in luce da quelle intercettazioni che il governo si appresta a cancellare, racconta di una struttura trasformatasi in un vero e proprio campo di tortura dove medici senza scrupoli tagliuzzavano i corpi dei pazienti, operando anche quando ciò non era necessario, al solo fine d’incrementare il proprio tornaconto. Polmoni espiantati senza ragione, diagnosi di tumore distribuite a titolo gratuito, ragazze in giovane età alle quali è stato asportato il seno senza che necessitasse, malati terminali sottoposti ad interventi chirurgici assolutamente inutili, tendini “sbagliati” impiantati nonostante i medici fossero a conoscenza dell’errore, rappresentano accadimenti che travalicano di gran lunga i “normali” episodi di malsanità ai quali ci stiamo purtroppo abituando.

Nella clinica Santa Rita l’orrore si è sostituito all’errore, così come il medico che sbaglia per superficialità è stato soppiantato dal medico che sbaglia per calcolo, sapendo che le sue nefandezze gli renderanno un sacco di quattrini. Poco importa se i profitti vengono costruiti sulla pelle delle persone, poco importa se gli esseri umani vengono trattati alla stessa stregua di vecchi motori arrugginiti da smontare nel cortile di uno sfasciacarrozze, poco importa se la vita umana finisce per valere meno di qualche centinaia di euro.

Dietro la clinica degli orrori c’è la stortura della commistione fra sanità pubblica e privata, c’è un universo fatto di cattiva amministrazione e clientelismi, ma soprattutto c’è una società che sta mercificando in maniera esasperata tutto l’esistente, vittima di una “monetizzazione” patologica che ha svuotato di ogni contenuto perfino la vita umana.
La mercificazione di tutto l’esistente ha dato un prezzo a qualunque cosa, trasformando il mondo in un immenso ipermercato, dove ogni cosa ha un valore monetario e l’unica legge da tenere in considerazione rimane quella economica.
Quello che più colpisce ascoltando le intercettazioni dei medici della clinica Santa Rita è proprio la leggerezza e l’abilità con le quali vengono sviscerate complesse calcolazioni economiche, aventi per oggetto non le merci di un magazzino, bensì gli ammalati bisognosi di cure.

Come merci i pazienti vengono quotati al borsino della chirurgia, dove l’asportazione di un polmone può valere alcune migliaia di euro e ogni giorno di degenza ne rende centinaia. Come merci gli ammalati si ritrovano con il cartellino del prezzo appeso al collo ed entrano in una macchina infernale che li rende uomini disumanizzati la cui vita cessa di possedere qualsiasi valore che prescinda da quello di mercato.
Dietro la clinica degli orrori si palesa l’assoluto disprezzo per la vita umana e la dignità della persona, ridotta a mero strumento di profitto da “usare” finché la cosa risulta conveniente, dietro Santa Rita si scorgono i contorni di una società che sta esasperando l’economicismo a tal punto da perdere ogni briciola d’umanità e la consapevolezza di tutto ciò rischia di turbare di più di qualsiasi altra considerazione.

lunedì 9 giugno 2008

LA LITANIA DELLE CENTRALI NUCLEARI

Marco Cedolin

Le scarse capacità, l’assoluta impreparazione e la ridotta lungimiranza della classe dirigente di un Paese, spesso si evincono dalla visione miope che essa ha riguardo alle dinamiche dei problemi esistenti e dei metodi che occorre mettere in atto per ottenere delle soluzioni.
L’armata Brancaleone tanto telegenica quanto priva di competenza “messa in campo” da Berlusconi, si manifesta in perfetta sintonia con gli “assistiti” di Confindustria sempre pronti a fare libero mercato tramite le sovvenzioni statali e la grande finanza di rapina che nel cemento sguazza da sempre a meraviglia.

Qualunque persona dotata di buon senso e in possesso di un minimo di competenza non faticherebbe a comprendere che per fare fronte (nel caso si avesse intenzione di provarci) al problema del progressivo esaurimento delle fonti fossili e del rapido deterioramento della biosfera determinato dall’attività umana, esiste una sola strada percorribile con qualche possibilità di successo, e si tratta di una strada da percorrere in “bicicletta” con tecnologie sofisticate ed a basso impatto, non certo a bordo di una betoniera, magari riesumando dal proprio sarcofago fantasmi anacronistici, tanto inutili quanto devastanti, come le centrali nucleari.
Diminuzione dei consumi energetici, con l’eliminazione di quelli superflui, riduzione delle enormi inefficienze esistenti nel sistema di distribuzione dell’energia e autoproduzione energetica locale per mezzo delle fonti rinnovabili (solare ed eolico su tutte) che vengano consumate e scambiate localmente, fruendo di una rete di distribuzione a maglie strette totalmente differente da quella esistente oggi, sono alcune delle possibilità più concrete praticabili con successo fin da subito anche in Italia.

Il ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola, dietro al cui operato si colloca un ampio ventaglio d’interessi economici, sta dimostrando di non avere né il buon senso né la competenza per aspirare ad essere credibile quando parla di energia, ma in compenso possiede sia la carica istituzionale che l’attenzione mediatica necessarie per veicolare in Italia ed all’estero un messaggio delirante e privo di costrutto.
All’indomani della chiusura del G8 sull’energia Scajola ha infatti affermato che il nucleare sarebbe "imprescindibile per avere energia rinnovabile e per salvaguardare l’ambiente", chiedendo a Russia, Francia e Stati Uniti la disponibilità a sostenere il ritorno delle centrali nucleari in Italia e assicurando il ritorno all’atomo nel nostro Paese entro tempi brevi.
Pur essendomi oscuri i motivi di tanto ottimismo, credo andrebbe ricordato a Scajola che se mai un giorno il nucleare tornerà in Italia ciò potrà avvenire solo con il consenso popolare e non certo per decisione unilaterale di un governo da operetta come quello al quale egli appartiene. Se gli italiani nel 1987 hanno bocciato l’atomo anche sull’onda della tragedia di Chernobyl, oggi lo boccerebbero ben più pesantemente, proprio perché durante i 21 anni trascorsi si è rivelato una pratica fallimentare tanto sotto il profilo economico quanto sotto quello degli impatti ambientali e della pericolosità per la salute. Un fallimento dimostrato inequivocabilmente dal fatto che quasi tutti i paesi maggiormente sviluppati tecnologicamente hanno smesso d’investire in questo senso e una grande parte delle 439 centrali nucleari esistenti nel mondo non verranno sostituite quando a breve smetteranno di essere in esercizio. Un fallimento dimostrato dal fatto che nessun paese al mondo ha la benché minima idea di come gestire le scorie radioattive che verranno lasciate come un’eredità di morte sulle spalle delle future generazioni. Un fallimento dimostrato dal fatto che perfino il più banale incidente all’interno di una centrale atomica, come accaduto a Krsko pochi giorni fa, rischia di essere prodromico di un disastro di proporzioni inenarrabili.

Per riportare alla ragione un genio incompreso come Scajola è dovuto intervenire perfino il ministro dell’ambiente tedesco Sigmar Gabriel che dopo avere probabilmente pensato - toto erras via, Claudio - gli ha ricordato che l’Italia non sarebbe in grado di avere centrali nucleari funzionanti prima del 2020-2025, “sempre che gli italiani lo vogliano veramente” e gli ha ribadito che "d’altro canto l’energia nucleare è troppo costosa. Il mercato sarà il nostro migliore alleato per uscire dall’opzione nucleare. La migliore soluzione sarebbe investire sull’energia alternativa".

venerdì 6 giugno 2008

TUTTO CAMBIA PERCHE' NULLA CAMBI

Marco Cedolin

Basta indugiare per un attimo con lo sguardo verso il problema dei rifiuti di Napoli per avere uno spaccato quanto mai esaustivo del nostro Paese, racchiuso in una babele di contraddizioni costruite ad arte con il solo scopo di produrre l’illusione che si stia cercando di cambiare tutto, mentre invece ogni cosa continua a restare esattamente nella posizione di partenza.

Eppure la domanda che chiunque non può evitare di porsi risulta di una semplicità disarmante: perché a Napoli la spazzatura continua a rimanere nelle strade come un bubbone marcescente che ammorba ogni cosa con il proprio lezzo? Mancano forse gli spazzini? Mancano i mezzi deputati al recupero dell’immondizia? Manca il denaro per procedere alla raccolta?
Nulla di tutto ciò, il comune di Napoli dispone di un numero di operatori ecologici superiore (in rapporto agli abitanti) a qualunque altro comune italiano e negli ultimi 10 anni al problema della spazzatura partenopea sono state destinate risorse economiche talmente ingenti da non trovare riscontro in nessuna altra realtà italiana.
Gli spazzini dunque ci sono, i mezzi anche, i danari pure, ma la “munnezza” continua inspiegabilmente ad allignare lungo le carreggiate e questo fenomeno non può certo essere giustificato (come in molti stanno cercando di fare) con la mancanza degli inceneritori e la scarsità delle discariche. Molte regioni italiane sono prive d’impianti d’incenerimento ma non per questo i rifiuti strabordano dai cassonetti e in quanto a discariche, legali ed illegali, i napoletani pagano da sempre un prezzo più alto di quanto non avvenga per gli altri cittadini italiani.

Risulta perciò evidente al di là di ogni ragionevole dubbio come l’emergenza rifiuti a Napoli sia una situazione creata ad arte da alcuni soggetti pubblici e privati che proprio sfruttando lo stato di emergenza permanente riescono a perseguire con successo i propri obiettivi.
La multinazionale Impregilo grazie al problema della spazzatura campana ha per lungo tempo maramaldeggiato in compagnia della politica e della camorra costruendo ingenti profitti, prima di abbandonare, almeno ufficialmente, il bengodi ormai in fase di esaurimento nel novembre 2005, senza pagare alcuna penale grazie ad un decreto legge emanato dall’allora governo Berlusconi.
Antonio Bassolino e buona parte della classe politica campana hanno vissuto “di rendita” per oltre un decennio grazie all’ormai cronica emergenza rifiuti che imponeva finanziamenti miliardari e commissari straordinari, così come di rendita ha vissuto la camorra dopo avere compreso che la spazzatura rende molto, perfino più del traffico di droga.
La lobby dell’incenerimento, attualmente capitanata da Veolia ed A2A, grazie all’emergenza rifiuti di Napoli potrà costruire in Campania 4 megainceneritori, finanziati attraverso i contributi Cip6 ripristinati per i decenni a venire da Romano Prodi quando già si apprestava a lasciare i banchi del governo.
Silvio Berlusconi, sempre accomodante nei confronti di Impregilo e Bassolino durante i cinque anni in cui ha governato il Paese, ha costruito proprio sui rifiuti di Napoli buona parte della propria vittoriosa campagna elettorale e ora si dice pronto a muovere l’esercito e l’immarcescibile genio di Guido Bertolaso, il tutto foraggiato da nuovi finanziamenti, purché l’emergenza continui a rimanere tale, perché in fondo il business è tutto lì, dentro ai sacchetti affastellati l’uno sopra l’altro, in bella vista ai bordi delle strade.

mercoledì 4 giugno 2008

Stato ed Ecomafia così distanti eppure così vicini

Marco Cedolin

Il rapporto “Ecomafia 2008” redatto da Legambiente è oggi in prima pagina sulla maggior parte dei quotidiani nazionali. I dati raccontati nello studio fotografano una realtà gravissima, per molti versi disarmante per grandezza ed estensione del fenomeno.
Un fatturato di 18,4 miliardi di euro nel solo 2007, 83 reati contro l’ambiente ogni giorno, una quantità di rifiuti speciali equivalente ad una montagna di 2000 metri con base di 3 ettari che “spariscono” ogni anno, 293 clan coinvolti, 30124 gli illeciti accertati, 22069 le persone denunciate, 9074 i sequestri effettuati. Al primo posto per illegalità nel ciclo dei rifiuti è sempre la Campania, seguita dal Veneto e dalla Puglia.

Il presidente generale di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza auspica la contrapposizione all’ecomafia di un sistema legale eco sostenibile e propone l’introduzione dei delitti contro l’ambiente nel nostro Codice penale.
Il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo dichiara di ritenere necessario da parte dello Stato riconquistare questo settore alla legalità.

Eppure i confini fra l’ecomafia e le imprese che agiscono illegalmente, lo Stato che dovrebbe reprimere l’illegalità e l’imprenditoria “onesta” che avrebbe interesse ad operare correttamente, non sono così netti come si sarebbe indotti a credere ascoltando le parole degli uomini politici, leggendo gli articoli dei giornali e anche lo stesso rapporto di Legambiente. Si tratta di confini dai contorni sfumati dove molto spesso l’intreccio del malaffare spazia all’interno di quelle stesse istituzioni che avrebbero il compito di combatterlo, erodendo qualsiasi sistema di controllo e coinvolgendo le maggiori imprese del paese.
Una cospicua parte delle 22069 persone denunciate è composta da uomini dello Stato, consiglieri comunali, assessori, sindaci, presidenti di istituzioni pubbliche o pubblico- private e perfino di province e regioni, come il caso di Bassolino sta tristemente a dimostrare. Una cospicua parte dei 30124 illeciti accertati sono stati compiuti da grandi e piccole imprese che operano in regime di general contractor o hanno comunque ricevuto gli appalti da parte dello Stato. Impregilo che ha pesantissime responsabilità nel disastro dei rifiuti di Napoli è stata “premiata” proprio dallo Stato con svariati appalti concernenti le tratte del TAV, linee di metropolitana e il controverso Ponte sullo stretto di Messina. Fra i 9074 siti oggetto di sequestro moltissimi riguardano appalti pubblici dove spesso controllato e controllore coesistevano all’interno di un unico soggetto in palese conflitto d’interesse.

Prima di esplicitare proclami volti alla riconquista della legalità, invocare nuove norme legislative, giustificare qualsiasi disastro ambientale imputandolo alla camorra, quasi si trattasse di un paese straniero e non di un cancro ben presente all’interno delle nostre istituzioni, sarebbe bene fermarsi un attimo a riflettere e porsi una semplice domanda.
Quanta ecomafia è presente all’interno dello Stato e quanto Stato costruisce profitti miliardari operando con l’ecomafia nell’ambito di un unico sodalizio criminale?
Solo dopo avere chiarito questo punto sarà lecito preoccuparsi di come salvaguardare la salute dei cittadini e l’integrità dell’ambiente attraverso l’operato dello Stato, quello Stato che con l’ecomafia non ha nulla a che fare, se ancora esiste.

domenica 1 giugno 2008

CHE FINE HA FATTO LA REPUBBLICA?

Marco Cedolin

Renato Mannheimer in un articolo del 1 giugno sul Corriere della Sera, rende noti i risultati di un sondaggio da lui compiuto in occasione della festa della Repubblica del 2 giugno. A stupire oltremodo Mannheimer è il fatto che un italiano su tre (il 29% degli intervistati) abbia dichiarato di essere all’oscuro di cosa sia successo il 2 giugno e ignori perfino a quale anno preciso ci si riferisca. In parole povere un terzo degli italiani ignorano l’esistenza del referendum del 1946 che decretò la nascita della Repubblica Italiana, nonostante la ricorrenza venga celebrata ogni anno con tanto di parata militare e diretta TV.
Per quanto sia lecito lo stupore di Mannheimer riguardo “all’ignoranza” del 29% degli italiani, non si può evitare di stupirsi molto più profondamente per il fatto che la totalità degli stessi, lui compreso, ignorino completamente che fine abbia fatto la Repubblica Italiana, fondata nel 1946 e regolata dalla Costituzione.

Viveva nell’Articolo 4 : La Repubblica riconosce a tutti cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. E nell’ Articolo 36 : il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla qualità e quantità del suo lavoro ed in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.
L’hanno assassinata gli economisti, i sindacalisti e i politici di ogni risma e colore, dando vita alla riforma Biagi, perseguendo la precarizzazione del sistema lavoro attraverso una flessibilità esasperata, creando disoccupazione, riducendo il valore di acquisto dei salari, ben al di sotto del limite di sostentamento delle famiglie e privando il lavoratore di ogni punto fermo che gli consenta quell’esistenza “libera e dignitosa” che ormai alligna solo nelle parole del legislatore.

Viveva nell’ Articolo 11 : L’Italia ripudia la guerra, come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.
L’hanno ammazzata una sequela di governi guerrafondai che hanno mandato i nostri soldati ad occupare degli stati sovrani, nascondendoli sotto le mentite spoglie di fantomatici aiuti umanitari. I nostri soldati occupano, combattono, sparano, uccidono, annichiliscono! Non sono, né sono mai stati una forza di pace, poiché non vi è pace dove esistono l’occupazione e la prevaricazione, esistono solo la guerra e l’offesa all’altrui libertà.

Viveva nell’ Articolo 13 : è punita ogni violenza fisica o morale sulle persone sottoposte a restrizioni di libertà.
L’hanno strangolata le forze dell’ordine che si sono coperte di vergogna, a Napoli, come a Genova, come in Valle di Susa, come a Serre, come a Chiaiano. Poliziotti e carabinieri, trasformatisi in bastonatori di donne e anziani, veri e propri torturatori senza scrupoli e senza dignità. Fuorilegge che si nascondono dietro ad una divisa, forti della certezza di rimanere impuniti grazie alla protezione del mondo politico e giudiziario.

Viveva nell’ Articolo 9 : La Repubblica tutela il paesaggio ed il patrimonio storico ed artistico della nazione.
L’hanno massacrata le “Grandi Opere” attraverso le quali la mafia delle infrastrutture ha inteso perpetuare il bengodi legato alla cementificazione indiscriminata del territorio. Il TAV, il Mose, il progetto Quadrilatero, sono solo gli esempi più eclatanti di come anche dal punto di vista ambientale continui a non esistere alcun tipo di rispetto. Le hanno tolto la vita le cartolarizzazioni selvagge, il programma di dismissioni d’immobili di proprietà pubblica, la svendita del territorio demaniale.

Viveva nell’ Articolo 32 : la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività e assicura cure gratuite agli indigenti.
Come è stato tutelato il “fondamentale diritto alla salute” dei lavoratori di porto Marghera o di Fincantieri o di Casale Monferrato, morti a centinaia di mesotelioma? Di miglia di cittadini che tutti i giorni sono costretti a vivere a sterro contatto con l’amianto, dei napoletani che vivono nel triangolo della morte, di tutti coloro che vengono avvelenati attraverso i fumi degli inceneritori, delle acciaierie, delle fabbriche chimiche e dei cementifici?
Quale diritto viene tutelato tagliando i fondi e quindi l’ossigeno alla sanità pubblica, reintroducendo i ticket, facendo si che il malato, se indigente possa solo ambire ad essere curato poco e male?

Viveva nell’ Articolo 41 : l’attività privata non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
L’ha decapitata una classe politica che negli ultimi 15 anni si è arrogata il diritto di privatizzare la maggior parte dei servizi pubblici, oggi al servizio dei privati che li gestiscono secondo l’unica logica che conoscono, quella del massimo profitto. Una classe politica che ha trovato nel conflitto d’interesse l’humus necessario alla sua sopravvivenza, generando una classe imprenditoriale inetta e priva di qualità che continua a sopravvivere solamente perché sovvenzionata attraverso il denaro pubblico.

Viveva nell’ Articolo 47 : la Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme, disciplina, controlla e coordina l’esercizio del credito.
L’hanno stritolata uomini di stato, autorità e speculatori di ogni razza, asserviti ad un sistema bancario marcio e corrotto, ormai privo di ogni dignità. Una palude legislativa che è stata in grado di partorire voragini quali Cirio, Parmalat e mille altre ancora.

Se certamente non è edificante il fatto che un terzo degli italiani ignorino cosa è accaduto il 2 giugno 1946, il vero dramma è altresì costituito dal fatto che tutti gli italiani ignorino quello che è accaduto dopo, quando la Repubblica è stata svuotata di tutti i suoi valori e la costituzione ridotta a carta straccia, anche se per il momento i sondaggi di Mannheimer non si sono interessati dell’accadimento.

martedì 27 maggio 2008

POLITICA CAMORRA E FANTASIA

Marco Cedolin

I carabinieri del NOE hanno eseguito il 27 maggio 25 ordinanze di custodia cautelare ai domiciliari nei confronti di dipendenti e funzionari del Commissariato ai rifiuti della regione Campania. I reati contestati sarebbero traffico illecito di rifiuti, falso ideologico e truffa ai danni dello Stato e l’indagine nata da un’intercettazione avrebbe come oggetto il trattamento improprio delle ecoballe frantumate e sversate in discarica.
Il Prefetto di Napoli Alessandro Pansa ha ricevuto un avviso di garanzia concernente un atto da lui firmato, riguardante alcune prescrizioni alle quali avrebbe dovuto attenersi Fibe s.p.a. La società Fibe del gruppo Impregilo che gestiva l’intero ciclo dei rifiuti in Campania è attualmente sotto inchiesta insieme al presidente della Regione Antonio Bassolino. Michele Greco, attuale dirigente della Regione Campania e precedentemente alla Protezione civile, risulta fra i destinatari delle ordinanze di custodia cautelare, così come resterà “confinata” ai domiciliari Marta De Gennaro, già vice del sottosegretario Guido Bertolaso e responsabile del settore sanità della Protezione civile.

La nuova inchiesta culminata con le ordinanze del 27 maggio, portata avanti dai PM Paolo Sirleo e Giuseppe Loviello che in precedenza avevano già rinviato a giudizio i vertici della società Impregilo e lo stesso presidente Bassolino, mette in luce in maniera impietosa le profonde connivenze che intercorrono fra quella multinazionale del malaffare che è la camorra, molti rappresentanti della classe politica campana e delle istituzioni, unitamente ad elementi di spicco dell’imprenditoria nostrana. Non è facile comprendere (e forse non lo sarà mai) se sia stata la camorra a gestire la politica, le istituzioni e le società private, oppure viceversa sia stato il “carrozzone istituzionale” a gestire la camorra, ma dovrebbe essere ormai chiaro a tutti come l’emergenza dei rifiuti di Napoli sia stata ingenerata dall’operato di questo sodalizio criminale che proprio all’interno dell’emergenza ha costruito e continua a costruire profitti miliardari sulle spalle di tutti i cittadini italiani e in particolar modo di quelli campani che oltre a pagare il conto economico come tutti gli altri, hanno perso il diritto alla salute come le esperienze di chi vive nel “triangolo della morte” stanno tristemente a dimostrare.

Il parlamentare Italo Bocchino, capogruppo vicario del Pdl alla Camera, sembra invece vivere in un microcosmo costruito ad hoc dove le inchieste dei magistrati restano relegate nel novero della fantasia e la camorra, quella vera, è costituita dai cittadini napoletani che protestano, non perché si rifiutino di accettare di buon grado un futuro di tumori per sé stessi e per i loro figli, ma semplicemente in quanto “pagati” per farlo dalla camorra stessa.
Bocchino in un’intervista resa al Giornale, a metà fra il delirio onirico e l’esercizio della più becera disinformazione, rende noto perfino il “tariffario camorrista” oltretutto superscontato dal momento che a suo dire basterebbero 20 euro per far bruciare un cassonetto, 50 euro per costituire un blocco stradale e 100 euro per un’intera giornata di protesta.
Non sappiamo quanti euro siano stati necessari per indurre il deputato Bocchino a gettare discredito sulle spalle dei cittadini napoletani che protestano, anche se probabilmente si è trattato di un conto abbastanza salato, ma siamo certi che questo fulgido esempio di uomo politico nostrano non si è mai avventurato fra le fila dei contestatori di Napoli per cercare la conferma delle sue parole. Avrebbe trovato uomini e donne che stanno difendendo con i denti il loro diritto ad avere un futuro e sono costretti a combattere “gratis” ogni giorno, non solo contro la camorra ma anche contro beceri politicanti senza arte né parte che ne sostengono l’operato dispensando a piene mani la disinformazione.

venerdì 23 maggio 2008

DELIRI NUCLEARI

Marco Cedolin

La classe dirigente italiana continua a mostrare limiti sempre più evidenti che prendono corpo in questi primi giorni di governo Berlusconi, durante i quali il nuovo esecutivo sta tentando in maniera molto maldestra di dipingersi addosso un’immagine di modernità ed innovazione assolutamente inesistente.
Riuscire ad immaginare come elementi di novità i personaggi che compongono l’armata Brancaleone creata dal Cavaliere richiede l’ausilio di davvero molta fantasia, in quanto politicanti imbolsiti come Matteoli, Schifani, Maroni, Sacconi e tanti altri, in questa veste risultano davvero impresentabili. Ma neppure la fantasia potrebbe venirci in aiuto se tentassimo d’interpretare in chiave di modernità ciò che il governo si propone di “creare” nell’ambito dell’energia e dei rifiuti.

La costruzione “a pioggia” di nuovi inceneritori (in Campania sono già diventati quattro) in mancanza di qualunque strategia concernente la creazione di un circolo virtuoso dei rifiuti, lascia semplicemente basiti, in quanto nulla risulta essere più anacronistico dell’incenerimento del pattume e basterebbe gettare una rapida occhiata verso gli altri Paesi, non solo europei, per rendersi conto che siamo rimasti gli unici a destinare ogni risorsa disponibile verso una tecnologia nella quale all’interno dei paesi “sviluppati” ormai più nessuno crede.

All’insana passione per la pratica dell’incenerimento, nuova come potrebbe esserlo un dinosauro, sta affiancandosi in questi giorni anche una martellante ed ossessiva campagna in favore del ritorno delle centrali nucleari, bandite dal nostro Paese nel 1987 grazie al risultato di un referendum.
L’armata Berlusconi, che ancora dovrebbe spiegare agli italiani cosa intenderà fare delle tonnellate di rifiuti radioattivi attualmente stipati in depositi di fortuna, come quello di Saluggia, dove inquinano le falde acquifere e migrano regolarmente nell’ambiente, sta tentando in ogni modo di riportare l’Italia sulla via dell’atomo, spacciando la scelta nucleare come un qualcosa di nuovo e moderno.
Non esistono elementi di novità nella scelta atomica, così come negli inceneritori, anche se si tentano giochi di prestigio sintattici definendoli nucleare di “nuova generazione” e “termovalorizzatori”, così come non esiste novità nella banda di governo che pretenderebbe di “rialzare l’Italia” mentre non riesce neppure a rialzare gli occhi da terra per volgere lo sguardo verso i Paesi che le stanno attorno. Quasi tutti i Paesi “sviluppati” con l’eccezione della Francia, del Giappone e pochi altri hanno da tempo smesso d’investire nel nucleare in quanto la gestione (lo smaltimento in quest’ambito non esiste) delle scorie radioattive risulta troppo costosa e pericolosa. Quasi tutti i Paesi “sviluppati” stanno orientando altrove i propri programmi energetici, ma di questo il “nuovo” governo sembra non essersi assolutamente accorto, tanta e tale risulta la limitazione di capacità e d’idee che affligge i componenti del nuovo esecutivo.
Se lor Signori, come dicono, intendono raccogliere l’eredità del “vecchio nucleare”, inizino a parlarci delle scorie di Saluggia e dell’acquedotto del Monferrato che ne raccoglie la radioattività, delle centrali dismesse che nessuna osa demolire perché darebbero origine a nuove scorie che non si saprebbe dove stipare, della realtà incontrovertibile che testimonia come il Gotha della scienza mondiale di fronte al problema delle scorie nucleari si sia da tempo arreso ed abbia abdicato da quello che avrebbe dovuto essere il suo ruolo.
Inizino a parlarci di queste cose gli illuminati del nuovo governo e soprattutto inizino a guardare anche i paesi che stanno loro intorno, così potranno evitare di continuare a proporre come novità inusitate pratiche che altrove si stanno abbandonando come vecchie, antieconomiche ed ambientalmente insostenibili.