mercoledì 27 agosto 2008
LA RIVISTA DEGLI INGEGNERI
Un amico, di quelli che hanno pochissimo rispetto per lo stato di salute del mio fegato, mi ha inoltrato gentilmente una copia dell’ultimo numero 345 di luglio della rivista “L’ingegnere italiano”, rivista ufficiale dell’Ordine degli ingegneri che arriva nelle case di 200.000 professionisti iscritti all’albo, scaricabile anche dal sito. www.tuttoingegnere.it
Le “perle” degne di richiamare l’attenzione, anche di uno scrittore dalle limitatissime competenze tecniche come il sottoscritto sono molte, così come molta è la disinformazione dispensata a piene mani ostentando estrema generosità.
Ne ho scelte due, con l’intento di essere sintetico e non tediare troppo il lettore, si tratta di uno sconcertante articolo che compare a pagina 2, avente per oggetto le grandi opere e di una suggestiva intervista al ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo dalla quale si evince con estrema chiarezza quale sia il grado di competenza del personaggio per quanto concerne i temi ambientali che si presume dovrebbero costituire il fulcro intorno al quale opera il suo ministero.
Nell’articolo sulle grandi opere che si richiama ai temi emersi nel 5° forum di “edilizia e territorio” che ha fatto il punto sulle grandi opere, si citano parole del Sottosegretario alle infrastrutture Roberto Castelli che dopo avere ribadito la priorità della realizzazione dei corridoi I e V per inserire l’Italia nella competitività internazionale, esterna il convincimento secondo il quale “le merci via nave per arrivare dalla Cina all’Europa impieghino mediamente tre settimane, mentre in treno potrebbero giungere in una settimana, fatto che cambierebbe il valore del business”, aggiungendo poi che “mentre la Bundesbank starebbe già progettando l’asse Berlino – Pechino, l’Italia rischierebbe l’estromissione dai traffici internazionali, nel caso entro luglio non ci fossero segnali chiari e rischiassero di decadere i finanziamenti europei”.
A suffragare le parole di Castelli, al fine di non farle restare dei vuoti slogan, nemmeno l’ombra di un dato, nessuno studio che metta in evidenza quale rilevanza abbia la velocità del mezzo di trasporto sul computo del tempo complessivo del servizio di trasporto delle merci, nessun ragguaglio riguardo a quale linea ferroviaria dovrebbe servire allo scopo di trasportare via treno le merci dalla Cina all’Italia, nessun dato concernente i costi di una simile operazione, nessun confronto fra la spesa del trasporto via nave e quella di questo futuribile servizio su rotaia, nessuna ragione umanamente comprensibile che dimostri la necessità di investimenti miliardari di denaro pubblico per tentare di fare arrivare i prodotti cinesi in Italia più in fretta.
L’articolo continua poi offrendo le esternazioni dell’Amministratore delegato delle FS Moretti che loda l’estensione della legge obiettivo e dichiara che l’alta velocità “valorizza il patrimonio immobiliare locale”, constatazione che purtroppo alligna solamente all’interno del suo immaginario dal momento che innumerevoli studi stanno a dimostrare come infrastrutture ambientalmente impattanti quali il TAV determinino l’effetto Bronx che riduce i territori a corridoi di transito fortemente deprezzati anche dal punto di vista del valore immobiliare.
C’è spazio anche per le esternazioni del ministro delle Infrastrutture Matteoli che si dice pronto ad accogliere le esigenze delle comunità locali, ma solo blindando il confronto con la priorità del fare comunque l’infrastruttura, denotando un’apertura al dialogo veramente commovente che raggiunge il proprio acme nella constatazione che in Val di Susa i sindaci sarebbero disposti ad accettare il TAV in cambio di maggiori servizi locali. Peccato Matteoli e l’articolo in oggetto non si sentano in dovere d’informare gli ingegneri riguardo al fatto che in Val di Susa la stragrande maggioranza dei cittadini continua ad essere contraria all’alta velocità come e più di prima del confronto, che in realtà non c’è mai stato avendo coinvolto esclusivamente i sindaci che si sono guardati bene dal condividere alcunché con la popolazione.
Il ministro dell’Ambiente Prestigiacomo intervistata in merito alle fonti energetiche rinnovabili afferma che “l’Italia è il Paese del sole e del vento in abbondanza, ma magari ha poca superficie per potere sfruttare appieno queste risorse”. Probabilmente il ministro pensa che lo sfruttamento dell’energia solare ed eolica possa produrre risultati solamente attraverso distese infinite di pannelli solari o torri eoliche, ignorando completamente che i risultati migliori in termini di rendimento si ottengono con i piccoli impianti di autoproduzione per i quali la superficie italiana è più che sufficiente.
Il ministro asserisce poi che “il nucleare è una scelta quasi obbligata nel momento in cui i ritardi accumulati negli anni rischiano di portare l’Italia alla paralisi energetica e produttiva con tutte le ricadute sulla vita quotidiana dei cittadini”. Nessuno evidentemente l’ha informata, forse dopo averla letta lo faranno gli ingegneri, del fatto che l’Italia secondo le sue parole prossima alla paralisi energetica sta apprestandosi a diventare il maggiore hub europeo nella distribuzione del gas, così come nessuno l’ha informata del fatto che le centrali nucleari determinano pesanti ricadute dal punto di vista ambientale ed è soprattutto di quegli impatti che lei in qualità di ministro dovrebbe occuparsi.
Imbeccata poi dall’intervistatore che mette in evidenza come circa il 20% del territorio nazionale sia destinato all’uso di parco con il sostanziale blocco di ogni infrastruttura, la Prestigiacomo si rammarica di questa realtà ed afferma che “l’eliminazione dell’uomo e delle sue attività da intere porzioni di territorio le sembra un impoverimento di quello stesso territorio”. Singolare il fatto che il ministro dell’Ambiente riduca l’ambito dell’attività umana alla sola costruzione d’infrastrutture cementizie e non riesca ad immaginare la possibile valorizzazione delle aree adibite a parco magari in chiave turistica, anziché attraverso l’edificazione di gallerie e viadotti che ben lungi dall’arricchire un territorio generalmente contribuiscono a distruggerlo.
L’ultima domanda è sulle problematiche concernenti i rifiuti, al riguardo la Prestigiacomo tenta di arrampicarsi sugli specchi profondendosi in esercizi dialettici privi di costrutto, parla di riciclo, di ambiente sostenibile, di ciclo dei rifiuti economicamente virtuoso, di posti di lavoro, di ritardo più amministrativo che tecnologico. Non offre un solo dato, non tratteggia neppure un programma di gestione della spazzatura che possegga un minimo di coerenza e soprattutto dimentica di menzionare la necessità di ridurre la produzione di rifiuti, come non solo la UE ma anche il semplice buon senso c’impongono di fare al più presto.
Dopo avere letto l’intervista mi assale il dubbio che in fondo la Prestigiacomo pensi di essere il ministro delle infrastrutture, ma allora all’ambiente chi ci penserà, dal momento che Matteoli non sembra propenso a ripetere l’esperienza ed è troppo impegnato a blindare i confronti con le popolazioni?
Se questa è la qualità dell’informazione che viene dispensata ad un’elite di cultura superiore alla media quali sono gli iscritti all’Ordine degli ingegneri, non oso veramente pensare cosa ci ritroveremo ben presto a leggere noi comuni mortali che agli occhi del circo mediatico non siamo in grado di distinguere la differenza esistente fra un parco ed un’infrastruttura per i treni ad alta velocità, veniamo destinati a confronti blindati e desideriamo ricevere dalla Cina sempre un maggior numero di prodotti nel minore tempo possibile, pur non essendo consci di avere questa aspirazione.
lunedì 25 agosto 2008
UNA VITA A CREDITO
Secondo i dati resi pubblici dalla Cgia di Mestre l’indebitamento delle famiglie italiane dal momento dell’introduzione dell’euro è praticamente raddoppiato, avendo raggiunto a dicembre 2007 una media di 15.765 euro a famiglia su base nazionale, con punte che superano i 21.000 euro nelle grandi aree metropolitane come Roma e Milano, facendo registrare una crescita del 93,28% rispetto al 2002. Uno studio precedente della stessa Cgia aveva evidenziato come già nel 2006 il 78% delle famiglie italiane non fosse riuscito più a risparmiare trovandosi anzi costretto a ridurre i propri consumi per riuscire ad arrivare alla fine del mese, quantificando in circa 500.000 le famiglie italiane sovraindebitate o sotto usura.
Le famiglie italiane stanno perciò continuando ad indebitarsi sempre più, anche se la situazione risulta per certi versi meno drammatica rispetto agli Stati Uniti dove il debito medio delle famiglie ha ormai superato gli 84.000 euro, ma il peggiore campanello di allarme arriva dall’analisi della natura dell’indebitamento. In Italia le ragioni per le quali si domanda denaro a prestito sono infatti costituite sempre meno da investimenti a lungo o medio termine quali mutui per l’acquisto della casa o da crediti finalizzati ad acquistare beni di consumo dal costo estremamente elevato come autovetture o componenti d’arredo, e sempre più dalla cessione del quinto dello stipendio, da prestiti non finalizzati come le carte di credito revolving o da prestiti finalizzati all’acquisto di beni e servizi che negli anni passati risultavano voci marginali nell’ambito dei finanziamenti, quali viaggi, spese mediche, palestre, piccoli elettrodomestici e beni di consumo dal costo relativamente basso. Pur in una situazione di pesante riduzione dei consumi, dai dati relativi al 2007 emerge infatti l’estrema vivacità del credito al consumo, cresciuto dell’11,3% (+ 12,8% per quanto riguarda la cessione del quinto dello stipendio) contro l’8,7% del mercato dei mutui, arrivando a sfiorare il 20% dell’indebitamento totale per una cifra di circa 100 miliardi di euro.
Il ricorso al credito da parte delle famiglie italiane, il cui indebitamento medio ha ormai superato il 50% del reddito disponibile, sta pertanto continuando a crescere, pur alla luce della vistosa contrazione dei consumi, risultando sempre più indirizzato a contenere, almeno in parte, la progressiva perdita del potere di acquisto di salari e pensioni. Sempre più spesso ci si indebita per riuscire a fare la spesa l’ultima settimana del mese, per comprare i libri di scuola ai figli, per andare comunque in vacanza una settimana, per non rinunciare alla palestra o ad una cena con gli amici, per riparare l’auto, per fare tutte quelle cose che fino a qualche anno fa rientravano nell’ambito della capacità di spesa di una famiglia dal tenore di vita normale ed ora necessitano di un accesso al credito. Sempre più spesso ci si indebita per aiutare economicamente i figli ormai in età adulta che non riescono a trovare lavoro, tanto che stanno crescendo in maniera esponenziale le formule di finanziamento orientate alla categoria dei pensionati e destinate a questo scopo. Ci si indebita per allontanare la consapevolezza del fatto che si sta diventando sempre più poveri, più infelici, più indebitati e più ricattabili, perché proprio sulla libertà di scelta finisce per ripercuotersi il costo più grave di una vita a credito.
venerdì 22 agosto 2008
Parte il rigassificatore di Rovigo
Sono ormai note da tempo le ambizioni della classe dirigente del nostro Paese, intenzionata a trasformare l’Italia in un vero e proprio “hub” nella distribuzione del gas a livello europeo. Proprio per raggiungere questo scopo si susseguono uno dopo l’altro colossali progetti infrastrutturali finalizzati all’importazione di enormi quantitativi di gas che travalicano di gran lunga il fabbisogno nazionale.
Mentre è in dirittura di arrivo il potenziamento del gasdotto algerino Ttpc che trasporterà 6,5 miliardi di metri cubi di gas in più l’anno, l’ENI ha già iniziato il potenziamento del gasdotto Tag che trasporta in Austria il metano estratto dai giacimenti siberiani, per consentire il trasporto aggiuntivo di 3,2 miliardi di metri cubi annui. Entro la fine del 2012 la società Galsi s.p.a. della quale fanno parte Edison, Enel ed Hera, dovrebbe terminare la costruzione di una nuova pipeline di 2280 km che via Sardegna trasporterà annualmente 8,5 miliardi di metri cubi di metano aggiuntivo dall’Algeria a Piombino, in Toscana, il cui tratto off shore risulterà il più profondo al mondo raggiungendo la profondità di 2.880 metri
Nel corso del 2013 dovrebbe essere inaugurato il gasdotto South Stream che attraverso la Grecia trasporterà il gas russo fino in Puglia.
Parallelamente alla costruzione di sempre nuove pipeline in Italia è prevista nei prossimi anni la costruzione di 13 impianti di rigassificazione che potrebbero assorbire annualmente oltre 100 miliardi di metri cubi di gas liquido trasportato per mezzo delle navi gasiere.
Il primo rigassificatore che si affiancherà a quello costruito una trentina d'anni fa dall'Eni a Panigaglia sarà quello di Rovigo. Costruito da una società di cui fanno parte Exxon Mobil, Qatar Petroleum ed Edison, l’enorme cassone di cemento armato è stato assemblato in un bacino di carenaggio spagnolo ad Algeciras, vicino a Gibilterra e dovrebbe prendere il largo a fine agosto, trainato da una flotta di rimorchiatori oceanici, in direzione dell’Italia, dove arriverà entro il mese di settembre per essere sistemato al largo del delta del Po ed ancorato definitivamente sul fondo del Mare Adriatico. Se i tempi saranno rispettati entro la fine dell’anno le prime navi metaniere dovrebbero arrivare dal Qatar partendo dal porto petrolchimico di Ras Laffan situato nel Golfo Persico ed una volta a regime l’impianto sarà in grado di trattare 8 miliardi di metri cubi di metano liquido l’anno.
Al rigassificatore di Rovigo dovrebbero affiancarsi nei prossimi anni quello off shore di Livorno costruito dalla tedesca Eon, il rigassificatore di Trieste appannaggio del colosso iberico dell’energia Gas Natural, quello di Augusta che sarà costruito dalla Erg, il rigassificatore di Porto Empedocle di competenza dell’Enel, l’impianto di Porto Recanati che sarà realizzato da Gaz de France ed il rigassificatore di Falconara appannaggio dell’Api.
Nonostante questo ambizioso programma energetico, anche di fronte alle reiterate proteste dei cittadini che dovranno convivere con impianti altamente impattanti e pericolosi, sia stato portato avanti giustificandolo a più riprese come indispensabile per fare fronte all’incremento esponenziale dei futuri consumi energetici italiani, appare evidente come in realtà esso sia funzionale esclusivamente ad incrementare i profitti dei colossi dell’energia. Infatti anche immaginando nel futuro del nostro Paese un trend economico quanto mai ottimista (partendo da una realtà economica che all’ottimismo lascia ben poco spazio) appare evidente la sproporzione fra le potenzialità italiane di consumo di gas ed i volumi di metano che le nuove infrastrutture consentirebbero di trattare. Se poi abbandoniamo per un attimo l’ottimismo ingiustificato per calarci in una realtà che parla il linguaggio della recessione, segnato dalla diminuzione della produzione industriale e dalla delocalizzazione delle imprese, ecco che la politica dei rigassificatori perde in chiave futura ogni significato che non sia quello della mera speculazione economica calata come sempre sulle spalle dei cittadini che alla fine saranno gli unici a dovere pagare il conto.
domenica 17 agosto 2008
GRANDI OPERE le infrastrutture dell'assurdo

Il secondo luogo comune che, grazie al lavoro di Cedolin, possiamo mandare in pensione, è quello che relega il sud del mondo al ruolo di vittima sacrificale del nord economicamente avanzato: nel testo in discorso possiamo infatti trovare una nutrita elencazione di opere costosissime, prime su tutte le grandi dighe, che avranno conseguenze nefaste sugli equilibri ecologici e politici di molti paesi del terzo mondo e che stanno già creando le condizioni per future guerre, con particolare riferimento a quelle per l’acqua. Il sud del mondo, pertanto, è prima di tutto vittima delle sue stesse classi dirigenti, che sono spesso colluse con i poteri occidentali ma in ogni caso responsabili del proprio operato, perché le grandi opere hanno tutte una caratteristica in comune in qualsiasi parte del mondo vengano eseguite: quella di rastrellare e generare grandi movimentazioni di denaro che creano arricchimento per le élites ed impoverimento e degrado ambientale per molti. In questo contesto mi permetto di aggiungere una categoria di grandi opere non inclusa nel lavoro di Cedolin, ossia quella della corsa agli armamenti in generale e alla bomba atomica in particolare, realizzata anche da paesi nei quali grande parte della popolazione vive in condizioni miserabili: paesi che, nonostante questa palese contraddizione, ricevono ingenti risorse a scopi umanitari che finanziano così di fatto la pace sociale ai governi che operano tali politiche guerrafondaie, contribuendo inoltre ad impedire quella crescita politica che, nelle società fortemente diseguali, può avvenire solamente tramite un processo storico di “resa dei conti” tra le popolazioni sottomesse e sfruttate e le loro classi dirigenti.
Le riflessioni indotte dalla lettura di questo bel lavoro di Marco Cedolin ci consigliano pertanto che sarebbe ora di aggiornare l’orologio della storia, cercando finalmente di uscire dal comodo e coccodrillesco piagnisteo sugli eccessi del consumismo nostrano: la ricerca di un placebo esistenziale nello stordimento consumistico è l’unico vero fenomeno multietnico e multiculturale dell’era della globalizzazione, in grado di contagiare anche sistemi sociali con un forte fondamento etico come quello dell’economia e della finanza musulmana (vedi il capitolo “una follia chiamata Dubai”), a testimonianza del fatto che la propensione al delirio di onnipotenza dato dall’eccesso e dallo spreco è una tara etologica dell’essere umano e non una semplice circostanza di tempo e luogo delle società opulente e che, in quanto tale, getta una forte ipoteca sulle possibilità di sopravvivenza della nostra specie sul pianeta.
Conscio di questa realtà, Cedolin non si limita alla stesura di un cahiers de doléance: gli ultimi capitoli sono infatti dedicati alla “psicologia delle grandi opere” e ai “sacerdoti del progresso”, mettendo così a nudo le truffe ideologiche e mediatiche con le quali le grandi opere vengono fatte passare, agli occhi delle popolazioni che prima le finanziano tramite il servaggio fiscale e poi ne sopportano le conseguenze economiche e ambientali, come costruite nell’interesse generale, mentre quello finale, intitolato “l’alternativa della decrescita”, introduce alcuni spunti di riflessione sulla necessità di creare una coscienza politica e morale che possa contrastare la follia dominante della globalizzazione fondata sull’ideologia di una impossibile crescita infinita.
sabato 9 agosto 2008
OLEODOTTO BTC :la Georgia e gli interessi americani
Tratto da Grandi Opere – Arianna Editrice - 2008
L’oleodotto BTC, accreditato come il più lungo al mondo con i suoi 1.770 km congiunge la città di Baku, sulle sponde occidentali del Mar Caspio, con il porto turco di Ceyhan situato sulle sponde orientali del Mediterraneo, attraversando le ex repubbliche sovietiche dell’Azerbaijan e della Georgia per poi penetrare in Turchia. I lavori di progettazione e costruzione sono durati 12 anni con un costo finale di 4 miliardi di dollari (superiore del 32% rispetto alle previsioni) e quando l’impianto sarà a pieno regime si calcola che dovrebbe essere in grado di trasportare 1.000.000 di barili di greggio al giorno. L’opera è stata inaugurata alla presenza dei più alti dignitari di Turchia, Georgia e Azerbaijan e di alti esponenti del mondo petrolifero e bancario il 13 luglio 2006, praticamente in concomitanza con l’inizio dei bombardamenti israeliani in Libano.
A gestire la costruzione del BTC è stato un consorzio petrolifero, con sede alle Isole Cayman, guidato dalla compagnia britannica British Petroleum (BP) con il 30% e di cui fanno parte l’azera Socar con il 25%, la statunitense Unocal con il 9%, la norvegese Statoil con l’8%, la turca Tpao con il 6%, l’italiana ENI e la francese Total-Fina-Elf entrambe con il 5%, oltre ad altre compagnie minori. Il consorzio BTC ha stanziato sotto forma di capitale netto circa il 30% della cifra necessaria alla costruzione dell’opera, mentre il 70% è stato ottenuto tramite finanziamenti bancari in larga parte riconducibili alla Banca Mondiale e alla Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo.
Nel progetto dell’oleodotto BTC le motivazioni politiche sono sempre state preponderanti rispetto a quelle economiche. Gli Stati Uniti hanno pesantemente sponsorizzato la costruzione dell’opera senza farsi scrupolo di esercitare forti pressioni tanto nei confronti degli stati interessati dal progetto, quanto nei confronti delle compagnie petrolifere che avrebbero dovuto condurlo in porto. E’ opinione comune di molti analisti politici e finanziari che gli USA siano riusciti a far pagare ai contribuenti ed anche alle compagnie petrolifere europee un progetto che si rivela chiaramente come una priorità americana e non del vecchio continente, da sempre più interessato a stringere legami energetici con la Russia, nonché a considerare la costruzione di nuovi oleodotti e gasdotti attraverso la regione dei Balcani finalmente pacificata.
Per mezzo del BTC attraverso il quale una volta a regime dovrebbe transitare una quantità di greggio pari al 7% dell’intero flusso di petrolio mondiale, Washington è infatti riuscita ad ottenere il duplice scopo di ridurre la propria dipendenza dal petrolio mediorientale e indebolire in maniera significativa i legami fra la Russia e le ex repubbliche sovietiche di Azerbaijan e Georgia, la cui condiscendenza rispetto alle scelte politiche statunitensi sembra preludere ad una vera e propria alleanza militare con gli Usa e la NATO. Anche Israele che vanta accordi di cooperazione militare a lungo termine sia con l’Azerbaijan che con la Georgia si è mostrato fin da subito molto interessato alla costruzione dell’oleodotto al fine di disporre di un corridoio energetico che colleghi il bacino del Mar Caspio con il Mediterraneo orientale tagliando fuori tanto la Russia quanto l’Iran. Una parte del petrolio trasportato dal BTC potrà essere infatti incanalata direttamente verso Israele attraverso un oleodotto subacqueo che colleghi Ceyhan al porto israeliano di Ashkelon e da lì dopo aver raggiunto il porto di Eilat sul Mar Rosso attraverso la Israeli Tipline, esportato verso i mercati asiatici.
L’oleodotto più lungo del mondo parte da Baku, la capitale azera che da oltre due secoli intreccia la propria storia con lo sfruttamento dei copiosi giacimenti petroliferi presenti nella regione. A Baku le prime trivellazioni risalgono agli inizi del XVIII secolo e già all’inizio del 900 erano attivi 1.710 pozzi di petrolio che coprivano più della metà dell’intera produzione di greggio mondiale. L’impatto dell’industria petrolifera sull’aria, sull’acqua e sul territorio si è manifestato
da sempre in tutta la sua drammaticità, condizionando in maniera pesante la qualità della vita degli abitanti che non hanno mai beneficiato della ricaduta economica conseguente all’estrazione del petrolio. Basti pensare che i risultati di numerose autorevoli ricerche mediche dimostrano come l’incidenza delle patologie tumorali nelle aree di estrazione petrolifera risulti del 50% superiore alla media. La presenza delle immense risorse fossili e degli interessi connessi al loro sfruttamento hanno inoltre contribuito a creare nella regione forti tensioni politiche spesso sfociate in sanguinosi conflitti armati. Oggi dinanzi al grande terminal petrolifero di Baku, dove inizia il BTC, gli abitanti del villaggio locale che conducono una vita di stenti possono solo mostrare i segni che il progresso ha lasciato sulle loro vite. Si tratta di segni disperati che si possono leggere sulla loro pelle macchiata di rosso, nel cuoio capelluto che si squama, nelle labbra bruciate da un qualcosa di indefinito, nelle malformazioni con cui nascono i loro figli. Un progresso che parla il linguaggio degli equilibri geopolitici e della battaglia per il controllo delle risorse energetiche ma in questo angolo di mondo è riuscito a regalare solo disperazione, alberi senza frutti né foglie, animali nati senza zampe e nuvole di polvere puzzolente che fanno bruciare gli occhi.
La travagliata storia dell’oleodotto BTC è costellata da una sequela di grandi e piccoli episodi di prevaricazione, false promesse mai mantenute ed errori tecnici marchiani, il tutto nell’ambito di un progetto che non ha tenuto nella minima considerazione tanto le problematiche derivanti dall’impatto ambientale dell’opera quanto i rischi di varia natura derivanti dalla sua costruzione. Basti pensare che nella sola fase di progettazione dell’opera sono state portate alla luce ben 173 violazioni di standard sociali ed ambientali.
Il consorzio BTC, la cui opera di persuasione è stata coadiuvata dalle pressioni statunitensi, ha indotto Turchia, Georgia ed Azerbaijan a firmare e ratificare tramite accordi con statuto internazionale veri e propri contratti capestro che sovrascrivono interamente le preesistenti legislazioni ambientali, sociali, del lavoro e dei diritti umani nell’ambito dell’intero corridoio attraversato dall’oleodotto. In virtù di questi contratti il consorzio BTC avrà per i prossimi 40 anni il potere di governo effettivo sugli interi 1770 km attraversati dalla pipeline, potendosi di fatto permettere di non tenere in alcun conto le singole legislazioni degli stati attraversati dall’opera. Turchia, Georgia ed Azerbaijan si sono inoltre impegnate a non introdurre per 40 anni alcuna nuova legge che possa alterare l’equilibrio economico del progetto o ridurre i diritti garantiti al consorzio, mentre tutte le responsabilità in caso d’incidenti ed attacchi all’oleodotto saranno ad esclusivo carico del governo nell’ambito del cui territorio si è verificato l’inconveniente. In pratica attraverso questi contratti è stato venduto il futuro delle popolazioni turche, georgiane ed azere, in quanto i governi che si succederanno negli anni a venire si troveranno nell’assoluta impossibilità d’invocare i propri poteri esecutivi per emendare gli accordi in modo da potere garantire ai propri cittadini una maggiore tutela sulla salute, la sicurezza dell’ambiente o qualsivoglia altro tipo di protezione.
Sempre restando nell’ambito di questa anomalia legislativa le Valutazioni d’Impatto Ambientale dell’opera, approvate dai paesi interessati nel corso del 2002, prevedevano il passaggio attraverso zone protette, in palese violazione delle leggi ambientali dei paesi interessati. All’interno di tali VIA non sono state inoltre menzionate le alternative possibili, così come richiesto dalle legislazioni nazionali e dalle politiche ambientali di alcuni fra i principali finanziatori del progetto, come ad esempio la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo. In tutti i paesi interessati dall’opera i lavori di costruzione hanno portato al danneggiamento di strade locali e sistemi di drenaggio ed irrigazione, ostacolando la vita quotidiana delle persone e mettendo a repentaglio l’equilibrio delle microeconomie locali. In Azerbaijan l’oleodotto attraversa l’area semidesertica del Gobustan, una zona estremamente fragile che nel 1996 fu dichiarata Riserva Naturale ed è candidata a diventare Patrimonio Mondiale dell’Unesco, essendo in essa custoditi reperti archeologici ed artistici, alcuni dei quali risalenti al 10.000 A.C.
In Georgia il percorso attraversa per 20 km l’area di Borjomi/Bakuriani che fa parte dell’omonimo parco nazionale gestito dal WWF con il sostegno del governo tedesco. Quest’area che risulta particolarmente conosciuta per le proprietà benefiche delle sue acque minerali e gode di uno status di protezione in virtù della legge georgiana sulle risorse idriche è sempre stata meta di turismo e importante fonte di reddito per le comunità locali. La qualità delle acque a causa della presenza dell’oleodotto è oggi sottoposta al grave rischio d’inquinamento, con il rischio di pregiudicare l’intera economia della zona. Il governo georgiano, preoccupato per l’impatto dell’opera su un territorio così delicato, interruppe i lavori di costruzione del BTC per una settimana chiedendo fosse preso in considerazione un percorso alternativo, salvo poi tornare sui suoi passi e consentirne la ripresa in seguito a pressioni del segretario della difesa Usa Donald Rumsfeld.
Come accade regolarmente per tutte le grandi opere anche l’oleodotto BTC fu presentato alle popolazioni locali interessate dal progetto, come una fonte sicura di crescita, sviluppo e nuova occupazione, nel palese tentativo di creare condivisione e mascherare le reali pesanti conseguenze negative dell’operazione. A questo proposito bisogna tenere conto del fatto che larga parte degli abitanti dell’Azerbaijan e della Georgia, in particolare le popolazioni delle zone rurali che sono quelle maggiormente interessate dagli impatti derivanti dalla costruzione e gestione dell’oleodotto, vivono da quando i due stati hanno ottenuto l’indipendenza dall’Unione Sovietica in una situazione di estrema penuria energetica. Sfruttando questo stato di cose una delle leve attraverso le quali il consorzio BTC tentò di costruire consenso intorno all’opera fu la falsa promessa di destinare una parte delle risorse energetiche al fabbisogno locale per i servizi di base, quale ad esempio il riscaldamento delle case.
In realtà la grande quantità di nuovi posti di lavoro prospettata quando venne presentato il progetto è rimasta una chimera e sia in Azerbaijan che in Georgia la costruzione dell’opera ha offerto ben poche opportunità alla popolazione locale che è rimasta preda della grave piaga della disoccupazione. In Georgia a fronte della promessa di 70.000 nuove assunzioni solo 250 persone sono state in realtà assunte in maniera permanente. La manodopera locale spesso è stata “usata” solamente per brevi periodi di tempo, adibita alle mansioni più umili e pericolose a fronte di salari estremamente bassi e turni di lavoro massacranti. Molte comunità locali hanno sollevato accuse di sfruttamento e di lacune assicurative per i lavoratori, corruzioni nel reclutamento e boicottaggi delle attività sindacali. A causa di ciò, soprattutto nelle regioni di Krtsanisi e Borjomi sono avvenuti centinaia di scioperi che hanno ostacolato i lavori, con più di 80 casi solamente durante il primo mese di costruzione. Nel mese di ottobre 2004 in Azerbajan è stata aperta un’inchiesta concernente alcuni lavoratori i cui turni di lavoro erano di 12 ore al giorno per sette giorni la settimana, in aperta contraddizione con la legislazione del lavoro vigente. In Georgia il sindacato nazionale “Georgian Trade Union Amalgation” ha guidato una manifestazione contro il BTC contestando il fatto che le leggi sul lavoro della Georgia venivano sistematicamente violate a causa della pressione esercitata sui lavoratori per rispettare le rigide scadenze del piano di costruzione. Anche in questo caso i lavoratori venivano costretti a turni di 12/14 ore al giorno sette giorni su sette, per assicurarsi uno stipendio minimo.
Numerose ed estremamente tragiche sono state anche le problematiche connesse all’esproprio dei terreni attraverso i quali avrebbe dovuto passare l’oleodotto. Oltre 30.000 contadini che si trasmettevano da secoli la terra di generazione in generazione, senza essere in possesso di un titolo di proprietà riconosciuto, hanno visto espropriati i propri terreni senza alcun rimborso o nel migliore dei casi a fronte di un rimborso del tutto insufficiente a garantire la loro stessa sopravvivenza. Tanto in Georgia quanto in Azerbaijan si sono riscontrati molti casi di corruzione da parte dei funzionari preposti all’assegnazione dei risarcimenti per l’esproprio dei terreni sia privati che pubblici e sono state numerose le occupazioni illegali di terreni non formalmente venduti. Anche in Turchia la situazione non si è rivelata assolutamente migliore e il “Kurdish Human Rights Project” ha inoltrato alla Corte Europea un caso di violazione dei diritti umani concernente 38 villaggi colpiti dai lavori di costruzione dell’oleodotto, dichiarando diverse violazioni della Convenzione Europea sui Diritti Umani. Sono stati contestati l’uso illegale delle terre private senza il pagamento di risarcimenti, gli espropri coattivi, il sottopagamento dei terreni, le intimidazioni, l’assoluta assenza di consultazioni pubbliche, il mancato risarcimento dei danni collaterali ai terreni e alle proprietà.
Numerose e molto estese sono state le proteste di piazza e le contestazioni contro la costruzione del BTC, spesso represse in maniera violenta attraverso l’uso della forza. Nel mese di maggio 2004 Ferhat Kaya, un difensore dei diritti umani turco è stato detenuto e probabilmente torturato per avere manifestato insieme con gli abitanti di alcuni villaggi danneggiati dall’oleodotto. In Azerbaijan sono state segnalate molte violazioni dei diritti umani, consistenti in arresti e detenzioni arbitrarie, nei confronti di chi si è opposto alla costruzione del BTC. Nel villaggio di Nardaran alla periferia di Baku si sono svolte molte manifestazioni pacifiche a partire dal 2002, l’ultima delle quali dispersa con la forza dalla polizia che ha ucciso un manifestante e ne ha feriti una sessantina. In Georgia nel mese di settembre 2003 una manifestazione ambientalista pacifica contro il BTC è stata duramente repressa dalla polizia locale che ha ferito molti manifestanti.
I lavori di costruzione dell’oleodotto sono inoltre stati contraddistinti da una lunga sequela di scandali aventi come oggetto i materiali inadeguati e scadenti utilizzati per la realizzazione delle tubature, con conseguente grave rischio di versamenti di greggio ed incidenti futuri.
Nel mese di novembre 2003 la BP, dopo avere scoperto la rottura di un rivestimento della tubatura, sospese segretamente i lavori di costruzione in Azerbaijan e in Georgia per 10 settimane, in quanto più di un quarto delle giunture in Georgia erano state danneggiate. L’azienda sostenne in seguito di avere provveduto alla riparazione delle rotture attraverso trattamenti ad alta temperatura, ma analoghe esperienze passate hanno rivelato l’assoluta inefficacia di una soluzione di questo tipo.
Nel mese di febbraio 2004 il Sunday Times rivelò che per gran parte delle giunture in Azerbaijan e in Georgia era stata usata una vernice sbagliata e si sarebbe reso necessario dissotterrare e rivestire nuovamente larga parte dell’oleodotto.
Nel mese di giugno 2004 alcuni ingegneri che hanno contribuito alla costruzione del tratto turco dell’oleodotto denunciarono numerosi difetti nel metodo di costruzione delle tubature, quali l’utilizzo di materiali inappropriati e l’incapacità da parte del personale specializzato di identificare faglie sismiche in una regione ad elevato rischio di terremoti. Secondo le parole degli ingegneri, tutti con più di 20 anni di carriera nel campo specifico, la costruzione del tratto turco dell’oleodotto sarebbe stata costellata da una serie di gravi incompetenze, dall’impiego di manodopera inadeguata e da inappropriati tagli dei costi. Nel dettaglio non sarebbero stati consultati gli specialisti adeguati per le consulenze ingegneristiche, si sarebbero usati metodi e materiali inadatti che non potranno assolvere alla funzione per cui erano previsti, non sarebbero state rispettate le procedure e le indicazioni specifiche previste dal progetto. Inoltre non ci sarebbe stato alcun controllo di qualità, si sarebbe impiegato personale non adeguatamente qualificato e formato, sarebbero state ignorate elementari misure di precauzione riguardanti l’ambiente, la salute e la sicurezza e per finire non ci sarebbero stati controlli sulle imprese locali che hanno contribuito alla fornitura dei materiali necessari per la costruzione dell’oleodotto, molte delle quali hanno poi dichiarato fallimento.
Se sono molte le preoccupazioni connesse agli aspetti tecnici della costruzione del BTC, altrettanti allarmi desta l’estrema vulnerabilità dell’oleodotto, particolarmente esposto ai pericoli derivanti da eventuali conflitti armati ed attentati terroristici, attraversando una regione fra le più instabili del pianeta, con molti focolai di guerre e conflitti irrisolti che rischiano di riacutizzarsi a causa della presenza dell’opera. L’ambasciatore britannico in Azerbaijan Laurie Bristow, in una lettera datata settembre 2004 e citata in un articolo del quotidiano The Guardian, esprimeva dei fortissimi dubbi sulle capacità delle forze di sicurezza azere di far fronte agli incombenti pericoli e metteva in risalto come le varie realtà della società civile locale e internazionale avrebbero dovuto essere valutate molto più attentamente prima di procedere al finanziamento del progetto BTC. A conferma dell’estrema fondatezza di questi timori l’intero percorso dell’oleodotto è presidiato dalle forze armate dei paesi attraversati, coadiuvati in alcuni casi anche da militari dell’esercito USA. La Georgia ha firmato un accordo con la compagnia americana Northtrop Grumman per sviluppare un sistema di monitoraggio dello spazio aereo relativo al BTC attraverso un sistema radar. Inoltre gli Stati Uniti hanno stanziato 11 milioni di dollari finalizzati alla creazione di un corpo militare speciale composto da 400 unità georgiane che saranno direttamente addestrate da ufficiali americani.
Qualunque attentato o azione di sabotaggio rischierebbe comunque di produrre delle conseguenze catastrofiche sia per quanto riguarda l’incolumità fisica degli abitanti che vivono in prossimità della pipeline, sia per quanto riguarda l’integrità ambientale dei territori attraversati dalla stessa.
martedì 5 agosto 2008
LA RUSSA ED I POST - SESSANTOTTINI
Da ieri ha preso il via l’operazione “Strade sicure” che contempla lo schieramento nelle principali città italiane di 3 mila soldati impegnati in compiti di ordine pubblico. I soldati saranno impiegati nella vigilanza di postazioni fisse, nel controllo dei Centri per immigrati e nel pattugliamento congiunto con le forze di polizia delle aree ritenute più a rischio.
La decisione di mandare i militari nelle strade delle città, come già prima di oggi quella di schierare l’esercito a “difesa” delle infrastrutture, ha scatenato nell’arena politica un vespaio di polemiche fra chi sostiene la scelta nel “nome dei cittadini” e chi la considera una mera operazione di facciata a fini propagandistici. Anche l’opinione pubblica nel valutare il provvedimento sta mostrando profonde divisioni, sostanzialmente fra coloro che con i militari nelle strade dichiarano di sentirsi più sicuri e coloro che non gradiscono le città militarizzate o più semplicemente ritengono che l’intera operazione sia controproducente.
Entrambe le posizioni sono naturalmente legittime, così come è legittimo che qualunque cittadino possa esternare le proprie perplessità di fronte alla militarizzazione delle aree metropolitane, senza per questo venire etichettato in malo modo da un ministro della Repubblica al quale la canicola ha in tutta evidenza dato alla testa.
Il ministro della Difesa canicolato è tale Ignazio La Russa che contrariato per le proteste a cui è andata incontro la scelta di usare “impropriamente” l’esercito, ed evidentemente incapace di articolare una giustificazione plausibile che dimostrasse la bontà dell’operazione, ha dichiarato con fare concitato “Oltre ai delinquenti, agli stupratori, a chi fa furti e rapine, sono contrari alla presenza dei militari per garantire la sicurezza solo i post sessantottini”.
Personalmente non ho mai partecipato a furti, stupri o rapine, né posso essere considerato un delinquente non avendo mai infranto la legge, né mi sento parte di quella fantomatica schiera di post – sessantottini cui allude l’invasato La Russa, dal momento che in quegli anni frequentavo a malapena le elementari e anche successivamente non mi è mai accaduto di caldeggiare l’operato dell’estrema sinistra.
Nonostante ciò considero l’operazione “Strade sicure” una misera commedia di cattivo gusto, messa in piedi da un governo che sta maldestramente tentando di mostrare i muscoli, laddove ci sarebbe invece necessità di usare un cervello del quale non esiste traccia all’interno di questo esecutivo.
La criminalità e la microcriminalità vanno combattute facendo rispettare la legge, anche in fase giudiziaria, utilizzando le forze dell’ordine che dovrebbero essere preposte a questo compito, anziché destinate a servire gli interessi particolari di una moltitudine di personaggi della politica, dell’imprenditoria, dello sport e dello spettacolo, che dispongono di polizia e carabinieri a proprio uso e consumo.
L’esercito dovrebbe essere usato per difendere il territorio nazionale da eventuali aggressioni esterne (come previsto dalla Costituzione) anziché essere utilizzato per portare la guerra in giro per il mondo, come avviene da molti anni, e perfino per militarizzare le città italiane.
La farsa costituita dai soldati che pattugliano le città, oltre che risultare fortemente offensiva nei confronti degli stessi agenti di polizia, si palesa tanto inutile quanto pericolosa, dal momento che costringerà i militari ad espletare compiti per i quali non sono stati addestrati, con il rischio di aumentare ulteriormente la confusione ed il potenziale di pericolo presenti nelle nostre strade.
Mi dispiace dovere contraddire il ministro La Russa, probabilmente rimasto vittima di un colpo di calore, ma per essere contrari alla presenza dei militari nelle strade non occorre essere delinquenti o post – sessantottini, basta semplicemente usare il buon senso e recuperare un minimo di raziocinio, evitando di limitarsi a cavalcare, come fanno lui e la sua coalizione, la crescente paura che attanaglia i cittadini attraverso grottesche iniziative “pubblicitarie” senza costrutto alcuno.
giovedì 31 luglio 2008
SCAJOLA E LA FAVOLA DEL CARBONE PULITO
Bruttissima giornata quella di ieri per i cittadini di Civitavecchia, costretti ad assistere all’inaugurazione della nuova centrale a carbone di Torre Valdaliga Nord, nonché a subire le stonate parole del maldestro ministro Scajola che presenziando alla cerimonia è incorso in un’imbarazzante gaffe avente per oggetto gli operai morti durante la costruzione dell’opera, da lui trattati con sufficienza alla stessa stregua di un qualsiasi sopportabile effetto collaterale.
Esternazioni fuori luogo di Scajola a parte, il vero dramma è costituito dalla centrale Enel di TVN, entrata oggi provvisoriamente in funzione a metano anziché a carbone in quanto tuttora priva dell’Autorizzazione Integrata Ambientale. Un vero mostro destinato a bruciare 600 tonnellate di carbone l’ora, rilasciando 6.300.000 metri cubi di fumo carico d’inquinanti, nonostante l’Enel, la “buona stampa” ed un folto stuolo di esperti compiacenti le abbiano attribuito impropriamente la patente di “centrale a carbone pulito”. La centrale di TVN pulita non lo è affatto in quanto adotta il tradizionale sistema di Combustione del Carbone Polverizzato (PCC) che determina il rilascio di emissioni nocive costituite da metalli pesanti e nanopolveri, in grado di elevare il tasso di mortalità nella popolazione esposta fino a 300 km dal punto di emissione degli inquinanti, e non la tecnologia sperimentale di Ciclo Combinato di Gassificazione Integrata del Carbone” (IGCC) che una volta perfezionata potrebbe essere definita a basso impatto ambientale. Ed in quanto sporco, così come il carbone che utilizzerà, l’impianto di TVN metterà seriamente a rischio la salute delle popolazioni residenti nell’area soggetta alla ricaduta delle sostanze inquinanti (come numerosi studi medici stanno a dimostrare) danneggerà l’agricoltura compromettendo lo stato dei terreni e contribuirà allo sforamento del protocollo di Kyoto determinando un aggravio di circa 500.000 euro delle sanzioni a carico dell’Italia.
La favola della centrale a carbone pulito di TVN, pubblicizzata in TV e sui giornali come un capolavoro di tecnologia ed innovazione, ma in realtà priva di qualunque velleità ecologica e tecnologicamente non proprio all’avanguardia, non sembra comunque avere convinto molti fra i cittadini che saranno costretti a subire sulla propria pelle le conseguenze nefaste dell’impianto. Un folto gruppo di contestatori, costituito da coloro che da anni si battono contro la costruzione della centrale, ha infatti accolto la cerimonia d’inaugurazione organizzando un vero e proprio corteo funebre con tanto di bare e donne vestite di nero, per celebrare neppure troppo metaforicamente il funerale di un intero territorio e dei suoi abitanti, immolati sull’altare della sete di profitto dell’Enel e probabilmente giudicati dal ministro Scajola come l’ennesimo sopportabile effetto collaterale di un progresso che annerisce i polmoni, come il carbone.
giovedì 24 luglio 2008
NUCLEARE FRANCESE UNA FUGA DIETRO L'ALTRA

Marco Cedolin
Tricastin, Romans – Sur – Isere, Saint Alban e ancora Tricastin. Nelle centrali nucleari francesi si susseguono le fughe radioattive e per la quarta volta negli ultimi 20 giorni è scattato l’allarme rosso in un impianto transalpino, in un periodo già molto travagliato per l’atomo europeo dopo l'incidente accaduto ai primi di giugno in Slovenia nella centrale nucleare di Krsko ed i 4 incidenti registrati in Spagna a luglio in soli 12 giorni nella centrale nucleare di Cofrentes nei pressi di Valencia.
A Tricastin lo scorso 8 luglio le autorità francesi resero nota la fuoriuscita nell’ambiente, avvenuta il giorno precedente, di 74 kg di uranio. A Romans – Sur – Isere lo scorso 18 luglio l’Autorithy per la sicurezza nucleare francese ammise la fuoriuscita di acque contaminate da elementi radioattivi, pur assicurando che l’incidente non aveva determinato impatti ambientali. A Saint Alban lo scorso 21 luglio 15 operai vennero contaminati dalla fuoriuscita di liquido radioattivo. Ieri 23 luglio, nuovamente a Tricastin 100 operai sono stati contaminati da elementi radioattivi di cobalto 58 fuoriusciti da una tubatura del reattore numero 4 fermo per manutenzione ed immediatamente evacuati dalla centrale.
Proprio intorno al sito nucleare di Tricastin, fra i più grandi al mondo, che non comprende solo la centrale, ma anche una serie di laboratori che lavorano l’uranio grezzo e depositi per le scorie radioattive, sembrano emergere molti scampoli di realtà, fino ad oggi sottaciuti, in grado d’incrinare più di una certezza riguardo alla capacità francese di gestire al meglio le conseguenze di quella sorta di “patto con l’atomo” che in Francia (dove il 78% dell’energia consumata viene prodotta dalle centrali nucleari) ha creato il mito dell’energia “facile”, pulita ed a buon mercato.
Gli incidenti nel sito di Tricastin avvengono da oltre 30 anni, anche se spesso sia la dinamica sia le conseguenze degli stessi sono state tenute nascoste per evitare polemiche e proteste.
Già dal 1964, prima ancora che sorgesse la centrale, il sito ospitava un deposito di scorie radioattive, provenienti da una vecchia fabbrica militare per l’arricchimento dell’uranio, stoccate senza alcuna precauzione, che avrebbero determinato nel corso del tempo la migrazione di 900 chilogrammi di uranio all’interno delle acque sotterranee che riforniscono i pozzi delle famiglie della zona. Ad esso si è aggiunto il deposito per scorie nucleari della Sogema, la società che a Tricastin arricchiva l’uranio per la costruzione degli ordigni nucleari, che contiene 700 tonnellate di scorie radioattive sepolte sotto un cumulo di quattro metri di terra
Nel 1986 una fuga di esafluoruro d’uranio dalla centrale portò il livello di radioattività dell’aria a 130 bequerel per metro cubo, «quando il dato normale è di 0.00001». Nel 1991 si verificò lo sgocciolamento di nitrato d’uranio sulla ferrovia della Sogema,. Nel 1997 si verificò una fuga di uranio arricchito nei terreni. Solamente un paio di settimane fa a due chilometri di distanza dalla centrale sono state trovate falde freatiche e pozzi privati dove il tasso di uranio rilevato dall’Istituto di radioprotezione e sicurezza nucleare Irsn, arrivava a punte di 64 microgrammi per litro, ben oltre i 15 ammessi dall’Oms per dichiarare potabile l’acqua.
Energia facile, pulita ed a buon mercato che inizia a manifestarsi sempre più lontana da una realtà costretta a specchiarsi con il dramma dei lavoratori sottoposti alla contaminazione radioattiva e degli abitanti dei comuni che sorgono in prossimità del sito di Tricastin, costretti a convivere con la paura e privati perfino dell’acqua, essendo ormai proibito berla, nuotarci, mangiarne il pesce ed irrigare i campi, destinati ad inaridire in questa fetta di pianura francese immolata, come tante altre, sull’altare di un atomo che sta iniziando a scolorare e preoccupare sempre più.
lunedì 21 luglio 2008
LA VAL DI SUSA E IL TAV
Dopo la sottoscrizione del cosiddetto accordo di Pra Catinat, avvenuta alla fine di giugno, portando a compimento quasi 2 anni di lavoro dell’Osservatorio sulla Torino Lione presieduto dall’arch. Mario Virano, sui giornali ed in TV è stato scritto e detto praticamente di tutto, generando per forza di cose una grande confusione nell’opinione pubblica italiana che ha perduto ogni coordinata che potesse consentirle di valutare oggettivamente gli sviluppi della questione TAV in Val di Susa.
Proviamo allora a mettere un poco di ordine nello stupidario mediatico di questi giorni, cercando di fare chiarezza laddove il carrozzone politico e quello dell’informazione hanno invece creato quella confusione necessaria a veicolare l’immagine di una Valle di Susa ormai mansuefatta e disposta ad accogliere con gioia i binari dell’alta velocità.
I sindaci che hanno partecipato ai lavori dell’Osservatorio Virano, alle riunioni di Palazzo Chigi, all’accordo di Pra Catinat ed il 29 luglio scenderanno nuovamente a Roma per incontrare prima il Presidente della Repubblica e poi il governo insieme al quale dovrebbero ufficializzare l’inizio del nuovo corso del TAV, non rappresentano la grande maggioranza dei cittadini valsusini che fin dall’inizio non hanno condiviso il loro percorso opponendosi con veemenza tanto all’Osservatorio Virano quanto alla linea progressivamente sempre più possibilista portata avanti dagli amministratori. A riprova di ciò la scorsa estate in occasione della richiesta del finanziamento UE in favore dell’opera, portata avanti proprio tramite l’Osservatorio, ben 32.000 cittadini (in grandissima parte valsusini) di una Valle che ospita 60.000 abitanti hanno sottoscritto un documento di durissima opposizione a qualunque ipotesi di nuova infrastruttura ferroviaria, ponendosi nettamente in contrasto con i propri sindaci.
Il governo (sia quello precedente che quello attuale), Virano e la grande maggioranza dei sindaci, diventati collaborazionisti e capitanati da Antonio Ferrentino (che da adesso in poi chiamerò semplicemente “i sindaci” per facilità di comprensione) non hanno mai dialogato con la popolazione ma si sono limitati a portare avanti un percorso condiviso solamente da loro nel buio delle stanze dell’Osservatorio. La posizione portata avanti dai “sindaci” all’interno dell’Osservatorio e nelle conferenze dei sindaci non è mai stata condivisa con i cittadini e neppure all’interno dei consigli comunali che non sono mai stati convocati sull’argomento prima di prendere le decisioni.
Ai cittadini è stato più volte impedito con l’uso della forza pubblica di assistere tanto alle riunioni dell’Osservatorio quanto alle conferenze dei sindaci, durante le quali non è stato permesso l’accesso neppure ai giornalisti che hanno reiteratamente protestato.
“I sindaci” hanno usato i due tecnici assunti dalla Comunità Montana Bassa Valle di Susa, stipendiati con oltre 40.000 euro a spese dei contribuenti, per presenziare alle riunioni dell’Osservatorio e per redigere un progetto a tappe di costruzione dell’infrastruttura per l’alta velocità, denominato FARE (Ferrovie Alpine Ragionevoli Efficienti) che è stato presentato a Pra Catinat senza prima essere stato discusso nei consigli comunali, né tanto meno proposto alla popolazione. In questi giorni il progetto FARE, già allegato preventivamente al documento/accordo di Pra Catinat è oggetto di discussione all’interno dei consigli comunali, parte dei quali lo stanno bocciando, ed “i sindaci” in compagnia dei due tecnici che lo hanno redatto stanno organizzando una serie di assemblee durante le quali tentano di presentarlo ai cittadini come un compromesso percorribile. La stragrande maggioranza dei cittadini presenti alle assemblee non nasconde la propria delusione e sta manifestando aperta contrarietà nei confronti del progetto FARE (e dei suoi estensori) giudicato nel migliore dei casi un “cavallo di Troia” finalizzato a far entrare nascostamente dalla finestra il TAV che nel 2005 era stato sbattuto a calci fuori dalla porta.
Il 29 luglio a Roma, dopo avere ricevuto la benedizione del Presidente Napolitano, “i sindaci” non saranno comunque chiamati a discutere del FARE ma del nuovo progetto di LTF concernente il TAV Torino – Lione che verrà messo a punto nel corso dei prossimi mesi sotto l’abile regia di Mario Virano.
La nuova “filosofia del dialogo” magnificata come portatrice di grandi risultati da Virano e dal governo, ed avallata in tutta fretta perfino da alcune associazioni ambientaliste come Legambiente e il WWF, semplicemente non esiste in quanto nessuno in questi 2 anni ha dialogato con i cittadini, né gli stessi hanno condiviso alcunché. L’unica forma di dialogo ha avuto per oggetto “i sindaci” la cui posizione si è gradualmente appiattita su quella di chi proponeva l’opera, senza che nessuno avesse dato loro mandato per farlo.
In Val di Susa oggi la situazione è praticamente la stessa del 2005, prima dell’occupazione militare e degli incidenti. La popolazione non vuole il TAV né sopra, né sotto, né a destra, né a sinistra ed è disposta a battersi contro la costruzione di qualunque nuova infrastruttura. “I sindaci” in odore di compensazioni, di concerto con il governo, stanno cercando senza successo di convincere i cittadini ad accettare un’opera che loro stessi hanno più volte giudicato devastante ed inutile, premurandosi di tenere comunque una porta aperta qualora in futuro tornasse conveniente cavalcare quella stessa protesta che già li rese “famosi” 3 anni fa.
domenica 20 luglio 2008
TRENI AD ALTA PERICOLOSITA'
La notizia riferita dai delegati Rsu/Rsl dell'Assemblea nazionale ferrovieri, riguarda un fatto accaduto il 14 luglio ma è stata resa pubblica con grande risalto sulle prime pagine dei giornali solamente il 18 luglio, dal momento che il 15 luglio quegli stessi giornali erano per uno strano scherzo del destino impegnati a promuovere con grande enfasi la società NTV di Montezemolo e Della Valle con i nuovi TAV verniciati rosso Ferrari.
Durante il trasferimento dall’officina di manutenzione alla stazione centrale di Milano un convoglio Eurostar si è letteralmente spezzato in due, senza provocare una tragedia solamente perché fortunatamente il treno era ancora privo dei passeggeri che avrebbe dovuto caricare da lì a pochi minuti.
L’incidente riguarda il treno Eurostar 9427, Milano-Roma delle ore 7,00, un ETR 500 che si è spezzato in due tronconi tra le carrozze 11 e 12, probabilmente a causa dell’usura o dell’inadeguatezza manutentiva dei materiali del gancio. I delegati che hanno dato la notizia hanno riferito che “fortunatamente il fatto è avvenuto a bassa velocità, con il treno vuoto con la sola conseguenza di ritardi e soppressioni di corse per Roma, mentre dopo solo pochi minuti lo stesso treno sarebbe stato in marcia pieno di viaggiatori” e il guasto avrebbe determinato conseguenze ben più drammatiche.
L’episodio non costituisce un fatto isolato in quanto stando alle dichiarazioni dei delegati il 5 aprile nei pressi di Roma l'Eurostar 9437, Milano-Roma delle ore 12, a 250 Km/h, perse il tetto rischiando l'impatto con i treni provenienti in senso opposto ed il 28 maggio, sempre vicino Roma, si spalancò una porta in corsa al 9304, T-biz Roma-Milano delle 18 e 02, mentre viaggiava a 220 Km/h, senza che le apparecchiature lo segnalassero al macchinista.
Accadimenti di questo genere rappresentano la cartina di tornasole che dimostra lo stato di assoluto degrado in cui versano le Ferrovie italiane che hanno negli anni smantellato i servizi di manutenzione, praticando la sistematica riduzione del personale. Un degrado così profondo, come la mancanza di qualunque investimento volto a garantire la sicurezza dei viaggiatori e l’efficienza del servizio stanno impietosamente a dimostrare, lascia intuire che il disfacimento delle Ferrovie italiane non sia da imputare semplicemente ad una cattiva gestione delle stesse, ma rappresenti invece il risultato di un’oculata scelta politico/strategica volta a favorire l’avvento della grande imprenditoria privata, magari recante il logo del cavallino rosso di Montezemolo, che ha in progetto di costruire il proprio profitto utilizzando quelle infrastrutture che le Ferrovie di Stato hanno costruito creando enormi voragini nel loro bilancio ed in quello del Paese.
Il fatto che i principali giornali abbiano dato grande risalto alla notizia dell’incidente del 14 luglio, seppure 4 giorni dopo, al fine di poterla accodare alla campagna pubblicitaria in favore di NTV, indica chiaramente l’apertura di una nuova fase all’interno del programma di smantellamento del servizio pubblico ferroviario.
La fase di sistematica distruzione del servizio e dell’annientamento economico, realizzato quest’ultimo per mezzo degli investimenti faraonici nella truffa dell’alta velocità, è ormai arrivata a maturazione ed è giunto il momento di procedere ad una campagna mediatica che porti a conoscenza di tutti il fatto che le ferrovie sono ormai in tutto e per tutto simili ad un malato terminale che sta collassando senza speranza di guarigione. Questa operazione mediatica rappresenterà il viatico per far si che fra un paio d’anni con l’avvento della liberalizzazione del servizio ferroviario i privati deputati a spartirsi la torta creata attraverso l’eutanasia delle Ferrovie di Stato, vengano accolti dall’opinione pubblica come veri e propri salvatori della patria ai quali sarà giusto “assegnare” le tratte più redditizie negli orari più redditizi affinché possano costruire facile profitto.
Un’operazione sporca all’interno della quale anche l’informazione concernente fatti reali, qualora mirata e dispensata con il giusto risalto ed i giusti tempi, può diventare disinformazione funzionale a fuorviare la sensibilità dell’opinione pubblica.
sabato 19 luglio 2008
HARRY POTTER D'ITALIA

Silvio Berlusconi è “sceso” a Napoli per annunciare la fine dell’emergenza rifiuti in Campania, risolta dal suo governo con un vero e proprio colpo di bacchetta magica in soli 58 giorni, durante i quali secondo le sue parole lo Stato è tornato a fare lo Stato e Napoli è ritornata ad essere una città occidentale. Si sarebbe trattato, secondo il premier di una sorta di “missione impossibile” vinta dal governo anche contro tutti coloro che avevano scommesso nella mancata riuscita dell’operazione.
Le strade sono tornate libere dalle 50.000 tonnellate di rifiuti che le ammorbavano, come ampiamente documentato dai servizi del TG5 che hanno mostrato più volte le riprese video di qualche mese fa con i sacchetti della spazzatura che sembravano essere dappertutto, messe a confronto con quelle di questi giorni che documentano strade linde e pulite ai bordi delle quali si possono notare i cassonetti disposti ordinatamente in fila con i coperchi chiusi.
Ora che la fase drammatica dell’emergenza come per incanto è terminata si deve provvedere, nelle intenzioni del Premier, alla messa a regime di tutto il sistema dei rifiuti che consiste nel costruire e mettere in funzione 4 inceneritori, che saranno finanziati con il denaro dei consumatori tramite i contributi Cip6, all’interno dei quali bruciare la spazzatura. Un’operazione, quella di costruire e rendere operativi i forni inceneritori, che dovrebbe essere portata a termine nel giro di tre anni, anche se Berlusconi da inguaribile ottimista ha dichiarato di sperare che ne possano bastare due, dopodiché le strade di Napoli, dice il Cavaliere, dovranno somigliare a quelle di Tokyo dove non si vede neppure un mozzicone di sigaretta.
Ogni italiano alla luce di questa “bella notizia” si trova giocoforza di fronte ad un dilemma che lo costringe a prendere posizione e domandarsi come sia stato possibile tutto ciò.
O il Cavaliere è dotato di poteri sovrannaturali che gli consentono di sovvertire le leggi della fisica e dilatare a piacimento lo spaziotempo, oppure siamo stati tutti presi in giro dal carrozzone della politica e dell’informazione che ci ha imboniti presentandoci come vero un ologramma preconfezionato, costruito per ottenere maggiori consensi elettorali ed il pieno appoggio dell’opinione pubblica nei confronti di un progetto tanto assurdo quanto anacronistico come quello di riempire la Campania di forni inceneritori.
La risposta ovviamente è retorica in quanto il Presidente del Consiglio nelle vesti di Harry Potter non sarebbe più credibile di quanto Tremonti lo sia in quelle di Robin Hood, ma come sono riusciti a raggirarci così abilmente da far si che la maggior parte di noi non si accorgesse di nulla?
Va considerato come l’intero ologramma sia parso convincente arrivando ad ottenere l’effetto desiderato, grazie ad un barbatrucco tanto semplice quanto geniale che ha consentito di costruire l’intera rappresentazione sulla base di un assioma indimostrato ma da tutti accettato come buono.
L’immondizia stava invadendo le strade di Napoli perché le discariche erano piene e non esistevano inceneritori.
In realtà si trattava di una pura menzogna creata fingendo d’ignorare il fatto che la raccolta della spazzatura e lo smaltimento della stessa rappresentano due fasi differenti della gestione dei rifiuti, la prima delle quali non deve necessariamente cessare di esistere anche qualora si manifestino serie problematiche nel portare avanti la seconda.
La monnezza ha invaso le strade di Napoli, creando l’emergenza che ha riempito per mesi le pagine dei giornali e gli schermi della TV, semplicemente perché qualcuno ha deciso che i camion compattatori non dovevano più andare a raccoglierla, scatenando di fatto il caos marcescente che tutti abbiamo avuto modo di ammirare. Se i camion avessero continuato a raccogliere la spazzatura destinata a trasformarsi in “ecoballe” magari ammonticchiate in depositi di fortuna come era accaduto fino ad allora, le strade di Napoli sarebbero comunque rimaste linde e pulite come le vediamo oggi, i “teppisti invisibili” non avrebbero avuto nulla da bruciare, i giornali non avrebbero potuto parlare dell’annientamento del turismo, Berlusconi non sarebbe stato giustificato a dichiarare Napoli una città ormai avulsa al conteso dell’occidente, i napoletani non si sarebbero ritrovati esasperati oltremisura dalla difficile convivenza con i cumuli di spazzatura maleodorante che invadevano le carreggiate.
A pensarci bene 58 giorni sono perfino troppi, anche per una persona normale, per compiere un miracolo che in fondo è consistito solamente nell’ordinare agli autisti di tornare nelle strade a raccogliere l’immondizia e l’unico vero miracolo consiste nel fatto che i media riescano ad ostentare serietà nel presentare come credibile la fine di una burla di questo genere.
martedì 15 luglio 2008
BUFALE IN DIRETTA SUL TG1
Il TG1 delle 13,30 di martedì 15 luglio in un ampio servizio volto a magnificare l’attività della società Nuovo Trasporto Viaggiatori (NTV) creata da Montezemolo, Della Valle, Generali ed Intesa San Paolo per tentare di costruire profitto privato attraverso l’utilizzo delle infrastrutture per i treni ad alta velocità, attualmente in fase di costruzione e finanziate interamente per mezzo del denaro pubblico, ha fornito alcune informazioni fuorvianti ed altre totalmente false rendendo in questo modo un pessimo servizio ai telespettatori.
La società NTV, primo operatore privato ad alta velocità in Europa, è stata presentata nella veste del benefattore che investirà il proprio denaro nell’acquisto di 25 nuovi treni ad alta velocità e nella creazione di 1.500 nuovi posti di lavoro. In realtà la società facente capo a Montezemolo (così come il resto dell’imprenditoria privata) non ha investito un solo euro nella costruzione delle infrastrutture per il TAV che da 17 anni dissanguano le finanze pubbliche, ed è “scesa in campo” solamente oggi alettata dalla prospettiva di creare utile gestendo un servizio che potrà diventare economicamente produttivo alla luce del fatto che sono stati i cittadini a finanziare l’intera operazione. Così come NTV non creerà alcun nuovo posto di lavoro ma semplicemente sottrarrà alle FS parte del servizio di competenza (con tutta probabilità la parte più remunerativa) assorbendo un migliaio di lavoratori fra quelli che le Ferrovie si apprestano a lasciare a casa anche in funzione del disimpegno messo in atto dall’azienda per favorire i privati.
Il servizio del TG1, dopo avere sponsorizzato NTV anche per mezzo di una breve intervista a Montezemolo, ha poi vantato le meravigliose “qualità ecologiche” dei treni ad alta velocità, fingendo d’ignorare che tali supposte (e mai dimostrate) qualità sono legate esclusivamente al previsto utilizzo dell’infrastruttura per il trasporto delle merci che attualmente corrono sui TIR. Previsto ma finora mai messo in pratica dal momento che fino ad oggi sulle infrastrutture del TAV non è transitato un solo treno merci e chi si occuperà di gestire il servizio in futuro, come NTV, lo farà preoccupandosi esclusivamente dei passeggeri.
Il TG1 ha poi affermato in conclusione del servizio che NTV diventerà operativa a partire dal 2011 sulla tratta ad alta velocità Torino – Milano – Roma – Bari, una tratta virtuale che è stata presentata come reale ai telespettatori, pur allignando esclusivamente nella fantasia dei giornalisti Rai che maldestramente hanno confezionato la notizia.
Le uniche 3 tratte sulle quali attualmente corrono dei convogli passeggeri, in larga parte vuoti, a puro scopo dimostrativo data l’estrema esiguità dei percorsi del tutto inadatta ad esprimere le “doti” dei treni ad alta velocità, sono quella fra Settimo Torinese e Novara ( 85 km appena), fra Roma e Gricignano (circa 190 km) e fra Padova e Venezia (non facente parte del progetto originario) della lunghezza di soli 24 km.
Probabilmente nei prossimi anni ( forse nel 2009) perverrà alla conclusione la tratta Milano – Bologna, l’unica dove lo stato di avanzamento dei lavori è ormai giunto a buon punto. La tratta Bologna – Firenze è costituita da 70 km di gallerie prive del tunnel parallelo di soccorso dove i treni non potranno correre ad alta velocità ed i lavori per il complicatissimo sottoattraversamento di Firenze, destinati a durare parecchi anni non sono ancora neppure iniziati.
La tratta Roma – Napoli si ferma attualmente a Gricignano mancando l’ultimo troncone ed il relativo nodo del capoluogo partenopeo le cui date di completamento (attualmente 2009) vengono da tempo posticipate di anno in anno. Fra Napoli e Bari non esiste assolutamente nulla se non un protocollo d’intesa e qualche straccio di progetto preliminare concernente un’infrastruttura che nelle ipotesi più ottimistiche potrebbe vedere la luce fra una ventina di anni.
Pessime bufale dunque, tanto più gravi in quanto spacciate come verità dal principale canale della TV nazionale che sta sempre più specializzandosi nel produrre ottima disinformazione di bassa qualità.
PESSIMI GIORNALISTI MA OTTIMI PUBBLICITARI
I confini fra il mondo dell’informazione giornalistica e quello della promozione pubblicitaria hanno continuato negli ultimi decenni a farsi sempre più labili, consentendo alla pubblicità di fagocitare con sempre maggiore avidità larga parte degli spazi deputati a produrre informazione.
Il lancio sul mercato del nuovo iPhone (leggasi cellulare) della Apple, magnificato da giorni nel corso dei telegiornali e sulle testate dei maggiori quotidiani, da parte di una folta schiera di giornalisti che si sono prodigati nel mettere in luce le mirabolanti qualità tecnologiche e la straordinaria filosofia che si cela all’interno di un apparecchio che a loro dire rivoluzionerà la vita degli italiani, ci ha permesso di constatare oggettivamente quanto in profondità gli spot pubblicitari abbiano ormai colonizzato ogni spazio informativo.
I telegiornali fotocopia di Rai e Mediaset, fra il “pastone” politico ed il resoconto dei fatti di cronaca più eclatanti non arrivano a dedicare all’informazione più di una dozzina di minuti, mentre l’intero quarto d’ora che segue è in realtà un’infinita sequela di spot pubblicitari mascherati, neppure troppo bene, sotto forma di notizia. Senza la canonica dicitura “messaggio promozionale” ed ovviamente senza “fattura” si pubblicizza ogni cosa, dall’ultimo cd della popstar di successo al nuovo film del regista emergente, dalla tournée del cantante famoso al libro dello scrittore intellettualmente impegnato e politicamente corretto, dall’ultima vettura nata in casa Fiat alla nuova collezione dello stilista di grido, dalle località sciistiche a quelle balneari, dal “melafonino” che ti cambierà la vita allo scooter che riscopre le tradizioni. Il tutto prendendo a pretesto analisi sociologiche costruite alla bisogna, episodi di cronaca privi di qualsiasi interesse, riflessioni di costume assolutamente pretestuose, valenze culturali di fantasia e qualunque altro escamotage possa dare un’improbabile veste di notizia a quelli che in realtà sono meramente messaggi finalizzati a veicolare una campagna pubblicitaria.
I quotidiani operano sulla stessa falsariga, potendo contare sulla compiacenza di un grande numero di giornalisti che si sono ormai specializzati nel produrre “articoli pubblicitari” estremamente documentati, dove lo spot viene spesso presentato sotto le mentite spoglie di uno scoop giornalistico sull’innovazione tecnologica, di una profonda analisi sociale, di un’attenta disamina dei mutamenti del costume. La notizia del varo della nuova nave di MSC crociere può così diventare una dettagliata presentazione delle mirabilie che i croceristi potranno trovare a bordo, l’analisi sociologica del rapporto che i giovani intrattengono con il mondo dei videogiochi uno spot per la nuova Playstation3, correlato dal racconto delle code chilometriche dei clienti in attesa davanti ai negozi in occasione della presentazione, una riflessione sul desiderio montante di tornare a consumare cibi naturali l’occasione per promuovere determinati ristoranti o cuochi, la disamina delle problematiche correlate ai mutamenti climatici può costituire il viatico per pubblicizzare questa o quella azienda automobilistica che si appresta a lanciare sul mercato un’auto ibrida e così via.
Nel solco di una pubblicità “selvaggia” ormai affrancatasi da ogni regola e da ogni logica, ed oltretutto esentasse, è così nata e sta proliferando sempre più una nuova generazione costituita da pessimi giornalisti che si manifestano però come ottimi pubblicitari destinati ad un fulgido futuro, dal momento che l’informazione, quella vera, sta scomparendo a grande velocità ormai sommersa dai messaggi promozionali molto più produttivi in termini economici.
giovedì 10 luglio 2008
ANTO' FA CALDO
Mentre imperversa la canicola estiva che con il suo fiato arroventato rende difficile la vita di tutti quegli italiani che non hanno la fortuna di affollare le spiagge, dove molti ombrelloni si sussurra resteranno chiusi a causa del carovita, anche il circo mediatico e quello politico sembrano risentire degli effetti del solleone, proponendo con disarmante continuità notizie più scontate di quanto non lo siano gli abiti che troneggiano nelle vetrine dei saldi estivi e penosi siparietti fra mestieranti politici tanto sudaticci e irascibili da avere ormai perso ogni briciola di aplomb.
I prezzi salgono molto di più di quanto non accada ai salari, o se preferite i salari incrementano molto di meno di quanto non accada ai prezzi. La notizia viene ormai da alcuni mesi ripetuta come un mantra da tutti i giornali, rilanciata ora dall’armata Berlusconi, ora da Confindustria, ora dal governo ombra di Veltroni che è l’unico a godere di un po’ di frescura, ora dal Governatore di Bankitalia Draghi, ora dai sindacati, ora dal Papa, ora dal Presidente della Repubblica. Tutti d’accordo nel dire che si tratta di un grande problema in quanto oltre alla sopravvivenza dei lavoratori potrebbe compromettere la crescita del PIL, tutti d’accordo nell’affermare che occorre trovare una soluzione, tutti d’accordo nel suggerire ai cittadini di continuare a “stringere la cinghia” in quanto quella economica è una scienza complessa basata su algoritmi di difficile calcolazione e l’algido respiro dell’inverno arriverà certo prima di qualunque ipotesi di soluzione.
Silvio Berlusconi in Giappone per il G8, insieme agli altri suoi confratelli si è dilettato nel piantare alberelli che garantiranno al pianeta un futuro più “verde” e ha siglato l’intesa sul clima che prevede il dimezzamento delle emissioni entro il 2050. Tutti d’accordo i grandi della terra nell’affermare che per affrontare l’emergenza del riscaldamento globale occorre tagliare le emissioni al più presto. Tutti d’accordo anche nel siglare un accordo senza cifre né scadenze rimandando i dettagli dell’operazione che necessita di tempestività alla prossima Conferenza di Copenahgen del novembre 2009.
Intervistato poi in merito alla manifestazione dei girotondini a Roma contro di lui il Cavaliere ha glissato con estrema raffinatezza, affermando che della spazzatura si occupa già a Napoli e vista la maniera in cui il governo ha intenzione di affrontare l’emergenza rifiuti l’esternazione è parsa un chiaro monito a tutti i suoi oppositori che correranno il rischio di venire inceneriti o meglio “termovalorizzati” come sono soliti dire coloro che intendono mostrarsi profondi conoscitori dell’argomento.
La manifestazione NO CAV di Roma ha prodotto una tale ondata di strascichi e polemiche che nessuno sarebbe stato in grado di astrologare alla vigilia. Beppe Grillo ne è uscito dipinto come un “satana” che avrebbe osato proferire insulti osceni all’indirizzo di Napolitano, pur avendolo soltanto accusato di “dormire” sulle leggi vergogna, senza entrare peraltro nel merito di una presidenza fra le più scandalose che la Repubblica abbia mai conosciuto.
Sabina Guzzanti è balzata all’onore delle cronache per avere offeso volgarmente il Papa e la Carfagna. Il Santo Padre è stato prontamente difeso dalla Diocesi di Roma, il ministro Carfagna, teletrasportato qualche mese fa in Parlamento direttamente dal varietà televisivo, ha trovato un difensore d’eccezione nella persona del direttore di Liberazione Piero Sansonetti visibilmente sedotto dal fascino irresistibile delle show girl portate in dote dal Cavaliere.
Chi più di ogni altro ha dovuto subire i patimenti derivanti dal caldo è stato Antonio Di Pietro che volente o nolente è risultato essere il vero referente di una manifestazione così chiacchierata.
Walter Veltroni, visibilmente accaldato e indispettito per l’accaduto gli ha imposto un ultimatum: o stai con noi o stai con la piazza, lasciando sottendere che la piazza composta dai cittadini sia qualcosa di molto diverso dal Partito Democratico che quei cittadini avrebbe la pretesa di rappresentarli. Di Pietro, questa volta con molta lungimiranza, ha risposto che lui non accetta ricatti e comunque sceglie la piazza, Grillo e Travaglio, ben sapendo che i voti si raccolgono fra la gente, sempre che non si abbia le capacità creative di Veltroni che evidentemente intende praticare strade differenti.
Antò fa caldo, e potevi dargli ragione così la finivate lì, mentre invece la questione continuerà ad imperversare sui giornali anche nei prossimi giorni rendendo la temperatura percepita sempre più insostenibile.